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In scena al Teatro Nuovo di Napoli, il 28 e del 29 aprile, nell’ambito della rassegna “Fuori Scena”, Hamlet Travestie, spettacolo prodotto da Punta Corsara|369 gradi e candidato al Premio Hystrio Twister 2015. 

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Foto di Lucia Baldini

Un cono di luce illumina, una alla volta, le cinque panche che si trovano in scena, oggetti-simbolo che prefigurano i corpi degli attori e delimitano e creano i luoghi che di lì a poco saranno abitati dai personaggi. Fa il suo ingresso l’eroe protagonista, Amleto (Gianni Vastarella) che, per un attimo, fuori dal ruolo, presenta il suo dramma al pubblico, dischiudendo una sorta di secondo sipario: ha inizio la farsa.

Da subito il palco si anima delle parole e della riscrittura parossistica dell’Amleto di Shakespeare, operata dalla compagnia Punta Corsara. La commistione tra l’opera burlesque di John Pole e la commedia Don Fausto di Antonio Petito crea la parodia, in cui le vicende della casata reale di Danimarca vengono calate nel contesto sociale e temporale della chiassosa famiglia napoletana Barilotto.

Amalia (Giuseppina Cervizzi), la madre di Amleto, è addolorata per la morte del marito, avvenuta sette mesi prima, e disperata per suo figlio che sente sempre più distante e assente. A tramare, in maniera sotterranea ed infida, alle spalle del giovane è lo zio, Don Salvatore (Christian Giroso). È lui che si occupa di mandare avanti la baracca e va ogni giorno al mercato dove i Barilotto hanno una bancarella, attività nella quale viene aiutato da Ciro Liborio (Carmine Paternoster), fratello di Ornella (Valeria Pollice), storica fidanzata di Amleto. Lei, così esuberante, così diversa dall’introverso protagonista, che “da quando ha scoperto i libri, ha scoperto i pensieri” e se ne sta chiuso nel suo recinto di idee, è incinta, una condizione che lui non riesce ad accettare, un altro problema da risolvere. Gli ingredienti per dar vita ad una spassosa serie di gag, equivoci e situazioni paradossali ci sono tutti, ed è attraverso il filtro della risata che è analizzata la materia del contrasto, mattone fondante su cui è costruita l’azione scenica. La contrapposizione tra Amleto e la sua famiglia si evince da una sua battuta: “accussì tanta famiglia, accussì poco simili”. Già, i suoi familiari non riescono a capire la sua tragedia, tutta contenuta nelle pagine di quell’opera che ha per titolo il suo stesso nome e che lui sente tanto affine a sé. In realtà persino la presenza di un libro, emblema della cultura, viene ad essere il punto di rottura forte con i suoi congiunti, per i quali l’importante è lavorare e pagare i debiti allo spietato strozzino Don Gennaro.

Estraneo da loro, rinnegando l’ambiente che identifica  la sua appartenenza per nascita, Amleto vaga come uno spirito senza pace, con addosso l’inseparabile copriletto di patchwork ad uncinetto, un po’ il mantello di un eroe defraudato, ma molto una specie di coperta di Linus che lo protegge da ogni possibile accidente e lo nasconde al mondo. Nello sviluppo della vicenda la svolta si ha quando entra Don Liborio, detto o’ Professore (Emanuele Valenti), il padre di Ciro e Ornella. É il sesto personaggio della tragicommedia, il solo a non esser stato presentato dal fascio di luce iniziale, poiché lui non è un semplice attore come gli altri, ma è soprattutto il regista dell’intera faccenda. Lui è stato l’artefice del delirio del giovane, consigliandogli la lettura shakespeariana, e adesso, è ancora una volta lui a proporre un’apparente soluzione al fine di sbrogliare il bandolo dell’intricata matassa e far rinsavire Amleto, considerato pazzo da tutto il rione. La proposta è quella di mettere su un teatrino nel quale fingere il dramma del Bardo, cosa che potrebbe catarticamente far sbloccare il giovane Barilotto, immedesimatosi nel tormentato principe danese.  L’escamotage meta-teatrale presente nelle parole dell’autore inglese, resta nella scrittura di Valenti-Vastarella, pur subendo un ribaltamento delle parti. Questo elemento trascende l’iter narrativo e si fa auto-rappresentativo della vita di questo giovane gruppo di teatranti. La forza di Punta Corsara sta infatti nell’essere una verità e una realtà collettive, in cui ognuno, col proprio compito, è al servizio dell’altro. Questo fa sì che la compagnia cominci ad imporsi come fenomeno teatrale vincente nel suo gioco di squadra, a dispetto dei tempi storici in cui viviamo.

Se da un lato la sperimentazione che ha investito il testo, nato anche grazie all’apporto della drammaturga Marina Dammacco, ha fornito vivaci intuizioni, a tratti, ancora acerbe, dall’altro ha mostrato quanto efficaci siano state le scelte registiche del solo Emanuele Valenti. Nell’originale revisione che si è data, il protagonista mantiene l’essenza del suo predecessore classico. È un villain inconsapevole che si muove ed è mosso verso il desiderio di vendetta. Per cui casa Barilotto, così come la corte di Elsinore, si tinge di sangue. Allorché gli equilibri si ristabiliscono ed avviene la liberatoria agnizione, la pazzia del ragazzo cambia natura. Il recinto d’idee nel quale si era chiuso diventa una vera e propria prigione mentale che genera follia. In tal modo i fantasmi dell’immaginazione diventano i portavoce di una violenza brutale, secondo Amleto, strumento necessario per porre fine ad una mediocre quotidianità.

Antonella D’Arco

Teatro Nuovo
Via Montecalvario 16, Napoli
Info e prenotazioni: 0814976267 – botteghino@teatronuovonapoli.it

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