Manlio Boutique

Al Teatro Argentina, dal 5 al 31 maggio, Peter Stein dirige 17 artisti (e 18 tecnici) in 36 cambi di scene per il debutto della versione italiana del “Der Park” di Botho Strauss.

Foto di Serafino Amato

Foto di Serafino Amato

Trentadue anni fa un gigante della drammaturgia come Botho Strauss scriveva appositamente per la regia di un altro gigante, Peter Stein, un testo che s’ispirava al Sogno di una notte di mezz’estate di Shakespeare per decostruire e raccontare la contemporaneità, traducendo l’originale bosco fatato in un degradato parco berlinese. L’anno successivo il “Der Park” prendeva vita nello spazio della Schaubühne am Lehniner Platz e oggi, per la prima volta, al Teatro Argentina di Roma, dove starà con quasi un mese di repliche, “Il Parco” si presenta nella versione italiana con un nuovo allestimento immerso nell’onirismo concreto e poetico. Uno spettacolo ricco, ricchissimo di simboli, spunti, riferimenti all’attualità decadente e svuotata d’umanità, nella quale noi, orfani dell’Amore, e schiavi della tecnologia e del consumismo, abbiamo schiacciato i valori sotto il peso delle paure, delle menzogne, dell’ipocrisia.
È la più importante produzione stagionale del Teatro di Roma, il primo di una serie di lavori che componevano un progetto quadriennale dove Stein, alla direzione di una compagnia residente con otto attori stipendiati, avrebbe dato vita a un ciclo dedicato al teatro greco (con l’Orestea di Eschilo, Agamennone, Le Coefore e Le Eumenidi) e Shakespeare (con Riccardo II ed Enrico IV), coinvolgendo le scene di Ostia antica, del Teatro Argentina e del Teatro India. Una grande occasione e un’importante novità per il nostro teatro che, però, l’irresistibile impulso al taglio dei fondi alla cultura ha permesso di sprecare, ancora una volta. E ora, mentre la macchina scenica sta per illuminare il teatro romano, incontriamo Maddalena Crippa che, prima di diventare la protagonista Titania, ci accompagna per mano in un viaggio dentro “Il Parco”.

“Der Park”: data di nascita 1983. Un testo che se allora era decisamente visionario, oggi è più che mai attuale: uno specchio spietato e disperato della nostra società contemporanea…
Botho Strauss è un autore che qui è quasi divinatorio, perché ha saputo allora, in pieno edonismo, prevedere tutti questi sbocchi disastrosi: uno per tutti il razzismo, la paura irrazionale dell’altro e la spinta di distacco da esso. È un continuo cadere all’indietro, verso le forme primitive, come reazione alla forza dell’amuleto di Helen (NdR, quello fabbricato da Cyprian, alias Mauro Avogadro, nelle veci di un Puck moderno artista bohemien) che, invece di attirare gli uomini crea una distanza, un allontanamento, e questo, se allora poteva essere una boutade, oggi ci riguarda da vicino, perché c’è, esiste nel profondo di tutti qualcosa che determina sempre questo contrasto. Così come la riduzione dell’arte che fa Cyprian che, realizzando statuine sempre più piccole, la rende pura mercificazione, pura vendita per la quale non esiste un antidoto: pensiamo a come oggi, con la tecnologia, tutto questo sia esploso all’ennesima potenza.

Cosa significa tradurre “Il Parco” e portarlo in scena oggi, trentadue anni dopo, per il teatro e per il pubblico italiano?
Per me ha un valore enorme, perché questo testo è estremamente struggente: è come un grande addio. Un addio al teatro e alla possibilità di farlo: Titania tenta di fare un pezzo del Sogno, ma non ci sono più gli elfi, non c’è più l’asino, come dire che è quasi impossibile. C’è una grandissima nostalgia ma, al di là di tutto, c’è e resta in questo testo un’intensa bellezza. Una bellezza nelle cose, nel legame con il passato che si riflette nel tentativo di questi dei di scendere tra gli umani per cercare il riflesso del loro sguardo (perché gli umani hanno bisogno degli dei e gli dei degli umani), proprio come l’amante ha bisogno di cercare lo sguardo innamorato dell’altro. E quando sentiamo Oberon dire “Chi più diventa matto per un altro?” è terribile, perché esprime quanto ognuno sia interessato solo a se stesso e alla sua pochezza. E oggi questo è macroscopico. Ma in questo spettacolo c’è anche tanto erotismo, tanta sensualità vera, che non è quella mercificata, abusata ed esposta a cui oggi siamo abituati: qui il corpo femminile è bello da ogni punto di vista ed è messo in scena e in relazione con gli altri attraverso un erotismo che viene esplorato in tutte le sue forme metamorfiche, dalla masturbazione all’amplesso fino al desiderio animalesco di Pasifae con il toro. Io trovo tutto questo estremamente ricco e commovente. Così come il gioco di relazioni del triangolo amoroso, che poi diventa quartetto, fra Georg, Helen, Wolf e Helma (NdR, interpretati rispettivamente da Graziano Piazza, Pia Lanciotti, Gianluigi Fogacci e Silvia Pernarella): un gioco certo causato dall’amuleto, ma anche da una certa superficialità umana, da un cieco e volontario farsi del male che appartiene loro.

Foto di Serafino Amato

Foto di Serafino Amato

Il palcoscenico è animato da un cast numeroso composto da giovani (e giovanissimi) talenti che si affiancano a importanti nomi del teatro, molti dei quali “storici” interpreti di Stein. Come descrive l’esperienza di appartenere a questo importante progetto guidato da un grande maestro come Stein?
Per me è un privilegio. Io sono nata con il teatro di regia, sono nata con Giorgio Strehler e ho lavorato con i più importanti maestri, tra i quali Peter; e il suo è un lavoro che si focalizza sull’ensemble, sull’attore, sulla recitazione. E questa sua attenzione certosina è una rarità oggi poiché trovo che si sia rotto o perduto qualcosa della sapienza di comunicare il contenuto vero, profondo del testo: il testo non può essere semplicemente detto, va capito, costruito e concertato, e in tutto ciò Peter è straordinario. Straordinario per la conoscenza e l’espressione di quello che è il teatro nella sua completezza: perché qui c’è tutto il teatro. Ci sono i costumi, i movimenti di scena, le luci, il tappeto musicale. C’è un lavoro estremamente elaborato di ogni dettaglio non per propensione all’esagerazione, ma perché serve, serve necessariamente per la comprensione. Così come serve la parola. Io credo nel teatro di parola e credo che in essa vi sia l’essenza più complessa, più difficile da trasmettere perché contiene una gamma di sfumature inaudite che richiede di servire attraverso linguaggi completamente diversi che si legano tra loro, e che qui vanno da quello di Shakespeare a quello brechtiano, fino a quello della Pasifae.
Inoltre, anche se per molti di noi già esiste una base comune, data dall’esperienza del lavoro svolto insieme negli anni passati, in ogni caso per un attore avere la direzione di un maestro come Peter è sempre un’opportunità enorme. È qualcosa che ti rimane, ti rimane dentro. È una ricchezza che oggi va sparendo, anche perché vige un grande fraintendimento dell’autorialità del regista: si pensa che lui sia l’autore. E invece no. Peter non è davanti al testo di Botho, è al servizio del testo di Botho, è dietro al testo di Botho, come qualsiasi dei nostri personaggi. Allo stesso modo io non sono lì per far mostra di me, sono lì per comunicare quello che ha da dire Titania, il che presuppone un’umiltà che oggi tende a perdersi sulla scena (in mezzo a luci, musica, movimenti) tra l’assemblaggio tecnico ed estetico.

Il linguaggio è una presenza concreta, un cordone invisibile e sotteso che lega, assiste e trattiene le esistenze di questo mondo, come fosse un pesante sguardo di parole…
Nel monologo sul nazionalismo tedesco, Helma dice: “Non ci guardiamo più negli occhi. Nel momento in cui ci guardiamo, ci lasciamo”; e poi aggiunge: “Cosa darei per essere corrisposta, ancora una volta, dalla testa ai piedi”. Ecco, pensiamo alla verità racchiusa in queste parole. Pensiamo a come riescano a descrivere i fallimenti e le degenerazioni dei rapporti amorosi che si riducono poco per volta, inesorabilmente, a un andare avanti nella non-comunicazione, a un trascinarsi di persone che non si guardano più, non si parlano più, non si relazionano più.

Foto di Serafino Amato

Foto di Serafino Amato

Proprio come accade nei sogni, tutto è in continuo, irrefrenabile cambiamento. Personaggi compresi. E Titania è forse l’essere che, durante tutto lo spettacolo, intraprende le trasformazioni più rilevanti. Come nasce sulla scena questa femmina metamorfica?
A differenza di Oberon (NdR, Paolo Graziosi), che vuole solo mostrarsi e vedere l’effetto che fa di fronte agli umani, Titania vuole sfruttare l’occasione di avere un corpo umano e mischiarsi tra loro. Ed è proprio per bloccare la sua spinta sessuale che Oberon la sposta indietro nell’Ottocento, trasformandola in dama robotica, dalla quale si libera per entrare nel mito e nell’istinto animalesco di Pasifae; prima di scendere dall’alto per mettere alla berlina il genere maschile, disposto a battersi con coraggio per l’amore della donna, purché si tratti di un confronto di parole e non di fatti; e infine diventare donna e madre diva e divina.
Ci sono diversi momenti in cui non puoi entrare solo d’istinto nel testo, devi prima comprenderlo, dilatarlo, imprimerlo in te stesso: per me interpretare Titania è una preziosa opportunità che mi dà la possibilità di entrare nella parola di Botho: una parola che non è quotidiana, da slang di strada, ma è estremamente costruita e colta. Egli dona a ogni personaggio una diversa altezza di linguaggio che diventa mezzo di rivelazione per ognuno. In Titania esso cambia insieme alla sua metamorfosi: ne descrive l’animalità quando è una mucca e arriva a disegnarne i confini brechtiani, quando scende dall’alto, come un’avvocatessa dimostrativa, per parlare con i tre sportivi. E in questa costruzione del personaggio è un privilegio lavorare con Peter, perché lui ti costringe, ti spiega e ti chiarisce perfettamente cosa e come devi fare affinché tu possa arrivare al pubblico, permettendogli di seguire ogni passaggio, ogni minimo sterzo tematico.

Siamo nel teatro di Stein, nella scrittura di Strauss, nel Sogno di Shakespeare. Qual è il “sogno teatrale” di Maddalena Crippa?
Questo per me è un meraviglioso viaggio nel quale, soprattutto in un mondo che tira totalmente da tutta un’altra parte, ci facciamo paladini e fautori di una bellezza alta che tocca le persone nel profondo: non si tratta di mero intrattenimento. Il mio sogno è poter realizzare ancora progetti come questo che è riuscito a concretizzarsi, e di questo ne sono molto fiera e orgogliosa, perché, dopo il naufragio della prospettiva quadriennale per mancanza di fondi, ha rischiato di saltare molte, molte volte. Io non capisco come l’Italia, e Roma specialmente, sia così sorda rispetto al sostegno di una potenzialità importante come il nostro teatro che ci definisce, che fa parte della nostra identità europea. E mi rattrista molto verificare come qui, in questa città, in mezzo a una tradizione millenaria del teatro, una tale non-attenzione generale per la cultura coinvolga anche i giornali nazionali che non dedicano giusto spazio al dovere di informazione su un patrimonio che ci appartiene. Perché il teatro, finché l’uomo sarà in vita, non morirà; e fino ad allora rimane la bellissima e forse ultima occasione, visto che siamo tutti sempre più scollegati, spezzettati, disconnessi, di ricongiungerci gli uni agli altri, nello stesso tempo e nello stesso spazio, e di risvegliarci sentendo il calore della nostra identità umana fatta di pensieri, di sentimenti, di emozioni.

Nicole Jallin

 

Teatro Argentina
Largo di Torre Argentina, 52 – Roma
Tel. 06 684 00 03 11 / 14 – http://www.teatrodiroma.net/
orari spettacolo: martedì, mercoledì e sabato ore 19:00; giovedì e domenica ore 17:00; venerdì ore 20:00 lunedì riposo

Print Friendly

Manlio Boutique