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Al Teatro dell’Orologio di Roma, per il Festival Inventaria, si cammina tra sogno e veglia con l’a-solo del 2009 riproposto sulla scena romana dall’attore e regista abruzzese.

Foto Costanza Maremmi

Foto Costanza Maremmi

Leggerezza incisiva, poeticità soffice, drammatica tenerezza. Sono le vibrazioni emotive e cerebrali emanate dai Primi passi sulla luna, spettacolo scritto, diretto e interpretato da Andrea Cosentino, proposto alla V edizione del Festival Inventaria, che dall’11 al 24 maggio vedrà susseguirsi 25 compagnie con 28 spettacoli per tre categorie (Spettacoli, Monologhi/Performance, Corti teatrali) e una fuori concorso, dedicate alle novità drammaturgiche contemporanee delle compagnie italiane emergenti.
Quello di Cosentino è un teatro amabilmente sbilenco, volutamente goliardico, densamente essenziale: un teatro dal sapore laboratoriale che catalizza le coscienze nel dilatato istante in cui si rivela; un teatro che, quasi impercettibilmente, stira la bocca e inarca le labbra facendosi sorriso smaliziato e inibitorio, immediato e sincero, umile e spavaldo di fronte alla realtà. Un teatro che si mostra metalinguisticamente in un non-spettacolo che rifiuta la sua natura convenzionale di intrattenimento per rivelare il suo scheletro di messinscena incompiuta o mai realizzata, di collage di frammenti, sketch e digressioni uniti in un’unica opera inattuabile. In questa parentesi artistica, senza inizio né fine, Cosentino ascolta la concretezza della quotidianità, ne raccoglie la comicità imprevista e la drammaticità disarmante, la sistema su uno spazio scarno, spartano, definito da pochi oggetti di uso comune (una sedia e uno scatolone dal quale nascono, uno per volta, marionette, un libro e copricapi, tutti cromaticamente abbinati alla musica di “Pink Moon” di Nick Drake) e un mixer-cabina regia on stage. Qui la spoglia, poco per volta, intorno al serio, politicamente e diplomaticamente enigmatico, quesito della veridicità dell’allunaggio americano del ’69 divenuto pretesto per dar vita ad assurdi personaggi discorritori di temi relativi che spaziano da alieni, scimmie e tapiri, a 2001: Odissea nello spazio, da Armstrong licantropo, a Brecht e Baudelaire.
Pare un mondo pirandelliano dove non sono solo i personaggi alla ricerca di autore, ma lo spettacolo stesso che, in cerca di teatro, si fa amalgama sottile di linguaggi e stili che balzano dall’irriverenza cabarettistica alla parodia raffinata, dall’(auto)ironia vaporosa da varietà televisivo alla pungente citazione sarcastica dell’attorialità istrionica ottocentesca, fino all’acuta e beffarda analisi della propria esistenza. E nel chiedersi se quei passi abbiano davvero camminato sul satellite terrestre, oppure se è tutta una farsa mediatica, Cosentino trasforma abilmente l’interrogativo in una sorta di hitchcockiano “macguffin” teatrale, un espediente narrativo nel quale egli s’inserisce per declinare nel suo corpo personalità sgangherate e situazioni surreali: da Cosentino-viterbese esasperato con parlantina accelerata, secondo cui a immortalare quei movimenti rallentati dell’astronauta c’era la mano esperta di Kubrick, a Cosentino-critico intellettuale che canzonatore di se stesso racconta, con voce impostata e occhiali sul naso, in una temporalità “postuma”, la filosofica, drammaturgica ed estetica importanza della sua opera scenica. Da Cosentino-attore che conversa con il pubblico di teatro, Cosentino-uomo che confida allo spettatore la magia del teatro quando abbandona il palcoscenico e si getta nella vita, tra l’amore di un padre che osserva gli occhi irrorati di meraviglia della sua bambina e l’angoscia raggelante della consapevolezza che gli stessi possano essere malati.
E lui, Cosentino-interprete-regista-autore, è bravo a condurre il pubblico in un viaggio che vuole sorvolare il teatro, star fuori dalla finzione e dagli artifici, e che invece, proprio per questo, ci si immerge, per intero, nel profondo, e lo restituisce nella sua essenza, confondendolo con la verità, portandoci dentro l’intimità famigliare, dentro le intese di mille parole dette in uno sguardo, dentro il pianeta della fantasia: quello che l’infanzia permette di toccare puntando l’indice in alto, quello dove l’unica forma temporale è l’imperfetto, quello della storia, inventata, raccontata, condivisa. Come a teatro.

Nicole Jallin

 

Teatro dell’Orologio
via dei Filippini, 17/a, Roma
orari: dal lunedì alla domenica ore 2.30
contatti: 06 687 5550 – www.teatroorologio.com

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