Manlio Boutique

Pino Carbone e Francesca De Nicolais ripercorrono la storia del giovane di Tor Pignattara, tra poesia e forza della realtà, nello spettacolo “Luci della città. Stefano Cucchi”, andato in scena dal 29 settembre al 1 ottobre, nel trentennale di Sala Assoli di Napoli.

Foto Angelica Lazzaro

Foto Angelica Lazzaro

Charlot dà le spalle al pubblico. La bombetta, il frac smunto, le bretelle e le scarpe larghe cominciano ad animarsi non appena la regia fa partire il suono di alcune registrazioni audio. Le voci sono confuse, si accavallano tra loro, ma è possibile comunque distinguere un unico coro: «Assassini!». Intanto una chitarra incalza, il suo suono rimbomba nella testa e nello stomaco, fino ad interrompersi bruscamente: «Stefano si è spento! Ma cosa vuol dire si è spento?».
È da questa premessa che prende vita Luci della città/Stefano Cucchi. In un poetico confronto tra il tramp londinese e il ragazzo di Tor Pignattara, i due reietti della società, ognuno a suo modo e ognuno nel suo tempo, l’attrice, Francesca De Nicolais, entra ed esce dai panni dell’uno e dell’altro, senza incorrere in una banale, quanto mai improbabile immedesimazione. Anche perché la volontà metateatrale di voler allestire una rappresentazione è subito dichiarata nella visione registica di Pino Carbone, che fa interagire l’interprete proprio con la regia, usando il medium del pubblico, come materia da attraversare e in cui far veicolare parole e pensieri.
Il corpo della De Nicolais, minuto, gracile e forte al tempo stesso, è il contenitore di tutte le emozioni che in questi anni si sono raccolte intorno alla vicenda del trentunenne romano, morto il 22 ottobre 2009, mentre era in custodia cautelare presso il carcere di Regina Coeli. Lei assorbe le emozioni e le trasforma in azioni sul palco, disegnando un racconto per visioni che è un continuo rimbalzo tra la poesia del cinema di Chaplin e dei versi di Trilussa e la forza della realtà, i processi, le testimonianze, la voce di Stefano. Il pubblico viene dondolato su un’altalena, in continuo movimento, che raggiunge il giusto equilibrio d’intenzioni e d’intensità contrastanti tra loro.

Foto Angelica Lazzaro

Foto Angelica Lazzaro

È una condanna Luci della città, senza mezzi termini, è l’urlo prepotente della realtà. Una realtà transcodificata nel linguaggio del teatro contemporaneo, privo di retorica e scevro da ogni intento commemorativo, attraverso cui sono immaginati i sogni di Stefano, e tutto ciò che avrebbe, forse voluto, ma sicuramente potuto fare se non fosse salito su quel ring a prendere botte. Infilati i guantoni, l’aspirante peso piuma di cinquantadue chili, così come il comico boxer Chaplin, è pronto a combattere. Ma nessuno dei due aveva previsto di trovarsi di fronte un avversario che gioca sporco. E allora vengono giù schiaffi, pugni e calci, sempre di più, sempre più forti. Schiaffi, pugni e calci che inermi subiscono anche gli spettatori, in un crescendo della tensione scenica che aumenta grazie alle parole di una drammaturgia semplice ma incessante, implacabile nelle sue ripetizioni, taglienti e necessarie a svegliare menti ed orecchie assopite.
Rabbia, tristezza e indignazione, ma anche forza, resistenza e poesia attraversano, per circa un’ora, lo spettatore. Le luci, ma soprattutto le ombre di una città e di un intero Stato che è incapace di far giustizia all’interno delle sue autorità, come accaduto per il caso-Stefano Cucchi, spaventa e disorienta. Quelle ombre fanno brancolare nel buio, in una cecità, prima civile e poi morale che disumanizza e svuota. E in quel vuoto l’immagine di un fiore, seppure finto perché gioco di un clown, richiama alla mente un simbolo di speranza bagnato da una luce fioca, mentre la musica e le parole di Meraviglioso, s’impongono come stridente inno alla vita.

Antonella D’Arco

Sala Assoli
Via Lungo Teatro Nuovo, 110 – Napoli
Contatti: 081 195 63 943 – 339 42 90 222

Print Friendly

Manlio Boutique