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Nato nel 2009, il progetto dell’attore leccese continua a macinare kilometri e a raggiungere un numero sempre più elevato di spettatori, in nome dell’amore dell’arte e della voglia di non arrendersi.

Ippolito Chiarello.  Fonte foto: web

Ippolito Chiarello. Fonte foto: web

Regala speranza e ottimismo il progetto ideato da Ippolito Chiarello, il Barbonaggio teatrale, oggi, dopo circa sei anni, fonte di ispirazione e modello per molti altri artisti, e il motivo è semplice: insegna che dalle difficoltà ci si può risollevare, l’importante è far lavorare la fantasia e non restare ad aspettare che le soluzioni arrivino dall’alt(r)o.
Se è vero infatti che la scrittura non fortunata di uno spettacolo in cui si è investito è motivo di frustrazione e doppio lavoro per riuscire a cucirselo davvero addosso, così come lo sono le risposte mai ricevute da chi si contatta per ottenere promozione e distribuzione, è vero anche che escogitare un piano B è segno di grande intelligenza e lungimiranza. Se non anche di sana follia. Quella propria di chi si rimbocca le maniche e parte da zero. Da se stesso come attore, da una storia da raccontare e da un nuovo spazio da abitare fuori dal convenzionale luogo teatrale. Null’altro.
E questo è proprio quanto accaduto al poliedrico attore pugliese, che dopo aver lavorato per dieci anni con la Compagnia Koreja di Lecce (1995-2004), fonda NASCA TEATRI DI TERRA e inizia il suo percorso di ricerca focalizzandosi in particolare sul recupero della relazione tra artisti e spettatori. Da qui l’avvio della pratica del Barbonaggio (segnalato per il Premio Rete Critica 2014 e per il Premio UBU 2014) che, dopo centinaia di città italiane ed europee toccate, migliaia di kilometri percorsi e un Festival leccese ad hoc giunto alla sua quinta edizione, si prepara per il 2016 a raggiungere Vancouver, in Canada, e New York, non senza prima fare tappa anche a Napoli, il prossimo 18 ottobre, alle 21, al Teatro NEST, per presentare il film scritto a quattro mani con Matteo Greco Ogni volta che parlo con me, dedicato all’esperienza artistica e umana del “barbonaggiare” e al viaggio reale o immaginario – non importa – che attraverso essa ogni volta si intraprende.
Ma cosa esattamente sia il Barbonaggio e come questa pratica stia lasciando il segno nel panorama teatrale, lasciamo che sia l’artista-barbone in pectore (autore di Oggi sposi e Fanculopensiero stanza 510) a raccontarcelo:
Partire da un disagio per sperimentare sulla propria pelle una opportunità: quella del “barbonaggio teatrale”. Incipit ed effetti collaterali.
Ho preso lo spettacolo che facevo in teatro, “l’ho fatto a pezzi” e l’ho venduto e barattato con il pubblico andando a cercarlo direttamente per strada e comunque nei luoghi non deputati per l’arte. Volevo capire se servivo a qualcosa, se il mio mestiere serviva alla società e se il pubblico era davvero disposto a pagare direttamente quello che voleva sentire e “mangiare”. Volevo provare ad abituare le persone a dare un valore alla poesia, alle parole, alla scrittura, a sentirne veramente la necessità, il bisogno.
Gli effetti collaterali di questa opportunità sono effetti solo positivi. Il disagio era di non poter fare il proprio lavoro fino in fondo e quotidianamente. Oggi posso dire di poter lavorare tutti i giorni usando il mio mestiere e senza essere condizionato da un sistema che rende ingessato ogni percorso. Ho fidelizzato un pubblico che mi segue in tutta Italia e oltre e che viene a teatro quando arrivo nelle varie città, anche con altri spettacoli. Ho alimentato un’economia e una possibilità di replicare i miei spettacoli. Ho avuto una grande visibilità grazie al tam tam del pubblico che ha incuriosito, con un proficuo effetto di ritorno, la critica ufficiale e tutti gli organi di comunicazione (Tv e testate nazionali, candidatura all’UBU e al premio rete critica 2014). Sono cresciuto come artista allenato dalla difficoltà della strada. Ho viaggiato anche all’estero e portato i miei spettacoli a Barcellona, Madrid, Parigi, Londra, Berlino e in 300 città italiane, ospite anche di grandi eventi musicali, come il concerto dei Negramaro.

Fonte foto: web

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Uscire dai teatri e arrivare direttamente al pubblico sperimentando nuovi spazi non convenzionali: sempre più diffusa si sta rivelando questa pratica che tu hai inaugurato 6 anni fa: come sta evolvendo da allora questo modo alternativo di fare l’attore e come (se) sta incidendo sulle percezioni degli spettatori?
Da quella sera del 28 agosto 2009, quando ho iniziato timidamente, da solo, a praticare questa modalità che mi sono inventato, tante cose inaspettate sono successe. Dopo aver attraversato centinaia di città italiane e straniere e quindi aver incontrato anche oltre a tanto pubblico anche tanti colleghi, il termine “barbonaggio teatrale” è diventato gergo teatrale. Una pratica diffusa tra molti miei colleghi, che citandomi si mettono per strada e vendono il loro repertorio a pezzi, oltre a praticare sempre i palcoscenici tradizionali. È un richiamo a considerare il proprio lavoro in maniera più concreta. Piuttosto che fare i camerieri e qualche comparsata barcamenandosi per fare questo lavoro, ci si mette per strada o in altri luoghi e rivolti direttamente al pubblico si esercita la propria arte. Gli spettatori cominciano a capire come il teatro non sia una questione elitaria e che può essere accessibile a tutti. Lo cominciano a conoscere in maniera diretta.
Parcellizzare l’Arte per renderla accessibile il più possibile: quanto è vicino il rischio di banalizzarla e quanto il beneficio che davvero si diffonda a macchia d’olio?
Non si tratta di parcellizzare l’arte, si tratta di fare un lavoro con i propri spettacoli e con i propri percorsi andando incontro a nuovo pubblico per portarlo a Teatro. L’operazione vera non sta nel vendere lo spettacolo al dettaglio, questa è la provocazione, l’atto simbolico e di protesta, ma piuttosto dialogare direttamente con la gente per riportarla a conoscere questa arte, ad innamorarsene, a ritenerla indispensabile per la propria crescita e quindi a difenderla e a sostenerla riempiendo i teatri e pagando un biglietto. Magari creando anche una classe politica tra i cittadini del futuro che si faccia portavoce del teatro come bene primario e non accessorio. Questa però, attenzione, è una visione a lungo termine e prevede costanza e lavoro collettivo.

Fonte foto: web

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Dal tuo palchetto di legno, quale immagine dell’Italia teatrale emerge e quali le nuove consapevolezze che hai acquisito intorno al fatidico binomio teatro-crisi?
Il teatro è in crisi da sempre. Dal mio palchetto riesco a vedere che il teatro può uscire da questa crisi, a volte pretestuosa, rimboccandosi veramente le maniche e sporcandosi veramente le mani. Io vedo un teatro molto spesso fatto di artisti che attraversano la loro arte in modo autoreferenziale e poco vicina all’idea di un interlocutore attivo. La crisi è figlia di una cecità e di una mancanza di un impegno collettivo e politico e di una pigrizia endemica. A volte vedo dal mio palchetto un mondo fatto di piccoli poteri raggiunti con qualche premio, una critica che fa rete e potere e si adagia sul già visto e poche persone che rischiano veramente per cambiare le cose. Io credo che bisogna avere davvero delle visioni per fare uno scarto. Guardarsi sempre intorno e scoprire e riscoprire nuovi e vecchi linguaggi, ed avere il coraggio di cercare la bellezza. Il rischio di essere e vivere “scomodi”.
Dalla tournèe che ti accingi ad affrontare all’estero, cosa ti aspetti? E cosa vorresti portare in valigia, al rientro, che ancora non hai, artisticamente parlando?
Il confronto con l’estero è già stato importante per capire tante cose. Adesso ritorno a restituire un bagaglio che mi era stato regalato dalla gente e dagli artisti europei. La forza della comunicazione e lo scavalcamento della lingua quando un atto artistico è forte e parla come parla la musica. La possibilità di pensare il mio lavoro prossimo con l’ottica che dovrà viaggiare in tutte le parti del mondo e la consapevolezza che posso farlo se scelgo di farlo. La crisi provocata da un confronto con artisti di altre nazioni che si trasforma in nuovi strumenti per praticare la scena. La bellezza negli occhi per avere nuovi argomenti da trattare e attraversare.
Immagini una data di fine per il barbonaggio? E se questa un giorno arriverà, cosa significa che intanto sarà accaduto?
Il Barbonaggio non avrà una fine, è chiaro. La pratica resterà, almeno nel mio lavoro. Ogni spettacolo che farò avrà una sua proposta barbona e una teatrale classica. Sarà uno strumento che userò sempre per fare relazione sentimentale con il pubblico nuovo, che non mi conosce. Lo faccio perché non credo che le soluzioni debbano essere lasciate solo nelle mani delle istituzioni. Poi è un bellissimo modo di raccontare storie e si può fare sempre, anche e soprattutto direi, nei periodi di crisi. Spero che questo mio piccolo atto, che trova ispirazione sicuramente nel teatro come una volta si faceva, nelle piazze e con i carrozzoni, possa stimolare sempre l’idea che i modi per poter lavorare con l’arte ci sono, bisogna solo cercarli e avere un atteggiamento creativo anche in questo. Il teatro però si deve fare a teatro ed è per questo che si deve sempre di più farlo anche fuori dal teatro. Lo scarto è sapere che si esce dal teatro per riportare la gente a “casa”.

Ileana Bonadies

Contatti: Ippolito Chiarello, info@ippolitochiarello.it
Management: Francesca D’Ippolito, distribuzione@ippolitochiarello.it

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