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Ispirandosi a una storia vera, l’autore e attore siciliano racconta la pedofilia in uno spettacolo che schiaccia i tabù contro il silenzio assordante dell’ipocrisia sociale.

Foto Manuela Giusto

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Apre la nuova stagione del Teatro dell’Orologio Invidiatemi come io ho invidiato voi, il primo lavoro del trittico monografico (in replica fino all’11 ottobre) scritto e diretto da Tindaro Granata, e coprodotto con BIBOteatro, presentato dalla compagnia milanese Proxima Res. Un concentrato di relazioni ambigue, morbose, ossessive, e di accuse, urlate e mute, di rivelazioni indicibili, per squallore e scalpore, per vertigine morale e disagio d’animo, relative alla morte per abuso di una bimba di tre anni ad opera patologica e consapevole dell’amante materno.

Corrono le parole, spietate, tra bocche e identità avariate appartenenti a un euforico microcosmo sociale contenuto tra due parziali telai di finestre sospesi (a limitare un dentro e un fuori, un pubblico e un privato fittizio, valicabile, ipocrita) e delle sedie costantemente ricollocate; definito da solitudini egoistiche e viziose riconducibili a un pedofilo reo confesso, Giovanni, che Paolo Li Volsi colora di acuta e maliziosa strafottenza; da una nonna piena di affettuosità tanto rigide quanto incondizionate, austera e composta nella presenza di Bianca Pesce; da una zia (un’energica Francesca Porrini) con ambigue affinità fraterne, iperprotettiva e onnipresente; da una vicina di casa (risoluta e determinata nella recitazione di Caterina Carpio) spettatrice, per pettegola e invadente curiosità, del dolore famigliare dirimpettaio; e dai genitori della piccola, ovvero unione coniugale di opposta indole caratteriale e antitetica reazione emotiva, restituita con precisione dallo stesso Tindaro Granata, quale padre ironicamente pacato e impacciato, e da Mariangela Granelli, quale madre passionale e narcisista che declina l’amorevolezza in – a detta d’altri – tendenze manesche.

Foto Manuela Giusto

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E se tra le pareti sceniche di un anonimo paese, le voci si fanno presto denunce, lo scandalo si evolve in ricerca impaziente di un responsabile contro cui sfogare il proprio disprezzo, la propria coscienza, la propria negligenza, l’orrore della morte assume i toni di un processo attuale e “virtuale” tenuto intorno a un televisore fulcro di voce femminile riprodotta e interrogatrice (di Elena Arcuri): tutti testimoni, tutti imputati; tutti bugiardi e tutti sinceri, mentre la vittima, unica certezza di fatto e non di parola, unica innocente vita infantile violentata, sbiadisce nel delirante degrado umano e parentale delle reciproche incriminazioni.
Da carpire anche una nota di tragicità antica nello spessore drammaturgico e registico: quella di una maternità somigliante a una Medea al contrario, condannata assassina indiretta per connivenza e per assurda redenzione dell’amato (con il quale sogna futuro esilio), rinnegata da una madre-nutrice per luttuosità (in)volontariamente ereditate, biasimata anche dallo sguardo tacito di un pubblico-coro senechiano nel quale lei, madre, donna, moglie, amante, si riflette, da vicino (maliosa l’immagine della Granelli che vis a vis con la prima fila si trucca mirandosi in un’immobile umanità-toeletta), in volti di specchio: il suo, il nostro, entrambi carichi di peccati e (dis)colpe.

Nicole Jallin

Teatro dell’Orologio
via dei Filippini 17/a
Contatti: tel 06 6875550
www.teatroorologio.com – info@teatroorologio.com

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