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Per festeggiare il 30ennale di Sala Assoli, l’attore trapiantato in Francia ritorna lì dove tutto è iniziato e con “Bastavamo a far ridere le mosche” mette in scena uno spettacolo d’ispirazione autobiografica.

Fonte foto Ufficio stampa

Fonte foto Ufficio stampa

Sergio Longobardi torna alla Sala Assoli per festeggiare il trentennale del teatro in cui ha mosso i primi passi. Il suo Bastavamo a far ridere le mosche sarà in scena da questa sera fino a domenica 11 ottobre e lo vedrà assoluto protagonista: assente, infatti, sarà il violinista Michael Nick che solitamente lo accompagna, ma dalla cui mancanza Longobardi non si lascia demoralizzare affrontandola come occasione per saggiare altre possibilità.
Incontrato qualche ora prima del debutto, nonostante  l’influenza che lo tiene in ostaggio da qualche giorno, ci ha parlato della sua esperienza di artista “espatriato” volontariamente qualche anno fa a Parigi; una scelta ormai matura che solo di tanto in tanto affiora dalle sue parole sebbene oggi sia pienamente calato nella dimensione di attore, regista e autore dal doppio passaporto e dalla doppia lingua (Bastavamo a far ridere le mosche, infatti, in Francia è On faisait rire les mouches).
È impossibile, però, non partire dalle origini, dal ritorno nella Sala degli esordi, legata ad un periodo in cui la separazione dalla terra natia era ancora una prospettiva lontana: «È strano, effettivamente. Riaffiorano tutti i ricordi degli inizi della mia carriera, un periodo in cui questa Sala ha rappresentato una parte importantissima della mia vita e del mio percorso artistico. Sarà un’esperienza toccante, se vogliamo».
Cosa accadrà sul palco? Le emozioni e i ricordi influenzeranno lo spettacolo?
Bastavamo a far ridere le mosche è uno spettacolo che segue l’andamento della mia vita, più che delle mie emozioni del momento. Ne segue i fatti, l’evolversi degli eventi: quando mi accade qualcosa, lo segno, ci costruisco un passaggio e l’inserisco nel resto della pièce; non è cambiato il contenuto di fondo, ma non escludo che possa mutare in futuro; sicuramente, l’assenza del violinista mi permetterà di sperimentare”.
Come arriva la scelta di andare via da Napoli per un artista teatrale?
Parigi non è una città casuale, per me. È quella dei miei affetti, della mia compagna come di alcune persone che ho avuto modo di conoscere durante gli studi; probabilmente, la molla che mi ha fatto andare è stata la voglia di rischiare: avevo una relativa sicurezza lavorativa e potevo raggiungere facilmente i grandi palcoscenici per le produzioni di grido, ma ho preferito calarmi in un contesto in cui potessi tornare ad essere “uno dei tanti”. Rendermi anonimo, dopo tanti anni di carriera alle spalle, è stata una nuova linfa, una nuova ispirazione.”
La differenza fondamentale tra la realtà artistica e teatrale francese e quella napoletana? La più evidente, se ce n’è più di una.
In realtà ce ne sono eccome. Banalmente, mi verrebbe da dire la stabilità professionale. Se in Francia la cultura è percepita come un investimento che lo Stato deve fare, andando ad occupare una cifra pari al 4% del Pil, qui in Italia sembra che le cose vadano in tutt’altro modo. La stabilità permette la libera espressione e la libera espressione genera vivacità: da questo punto di vista la Francia non ha pari, se non nel Belgio (forse). Poi certo, vivacità non vuol dire qualità; e a Napoli, pur con tutti i problemi del caso, trovo che di qualità ce ne sia molta.
Quali sono i problemi di cui parli?
Qui vedo i soliti personaggi comportarsi da padroni delle principali realtà teatrali della città, pur essendo il loro un ruolo pubblico, svolto con soldi pubblici; i veri padroni dovrebbero essere gli spettatori, i cittadini; mio padre che percepisce un’umile pensione dovrebbe sentirsi “proprietario” dei teatri napoletani più di qualsiasi direttore artistico. Mi accorgo, invece, che queste maschere pacchiane in Italia continuano ad avere un peso eccessivo e rendono tutto un po’ provinciale.
Quindi una soluzione potrebbe essere quella di rimuovere questi “signorotti” dai relativi incarichi, mi sembra di capire.
Assolutamente. Non può non essere un problema di direzione artistica quando realtà bellissime che prima raccoglievano un grande pubblico, sono ridotte come oggi a vere e proprie tombe; quando un festival (il Napoli Teatro Festival, ndr) viene ridotto ad evento mondano; non stupiamoci poi se la gente non va a teatro. Quando ho cominciato, c’erano spettacoli di sperimentazione sulla corporeità – penso al Teatro Ausonia – e altri che innovavano sul testo – il Nuovo e Galleria Toledo. Oggi vedo molta meno sperimentazione in giro, ed è un peccato. Forse non giova anche l’assenza di una coscienza di classe, tra gli artisti, che in Francia c’è e sviluppa un senso di solidarietà che qui non trovo più.
Quali sono i tuoi prossimi progetti? Dove pensi di vivere tra qualche anno?
Sicuramente non abbandonerò Parigi; in compenso, proverò a venire più spesso a Napoli. Per il momento, ho un laboratorio in piedi all’Asilo (Filangieri, ndr), dal nome “Istinto n.1”, un’esperienza sul “transito”. Per poco non sono tornato a lavorare con Emanuele Valenti con cui avevo creato Babbaluck, la mia compagnia napoletana; e adesso vorrei mettere in scena qualcosa con Costantino Raimondi, che credo sia troppo sottovalutato qui a Napoli. Quando penso a queste esperienze, non posso non guardare con ottimismo al futuro mio e di Napoli. Vorrei tornare, in effetti, e mi mancano tutte quelle piccole cose a cui non pensi, quando parti: la gente, il cibo, il clima; però in Francia ho lavoro almeno fino alla fine dell’anno prossimo, quindi nemmeno penso di abbandonare Parigi. In fondo, non vivo come un problema questa situazione, anzi il doppio passaporto – anche artistico – può essere solo un arricchimento.”
Verrebbe quasi voglia di aggiungere un altro Paese al curriculum.
Chissà. Mai dire mai.

Antonio Indolfi

Sala Assoli
Vico Lungo Teatro Nuovo 110, Napoli
Botteghino: 081 19563943 – botteghino@associazioneassoli.it
Orario spettacolo: venerdì e sabato 20:30; domenica ore 18
Biglietto intero: 12 euro; under 25 e studenti universitari 8 euro

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