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Alle Carrozzerie n.o.t di Roma la poeticità di Bartolini/Baronio tra esistenze comuni e ribellione sociale.

Foto di Matteo Nardone

Foto di Matteo Nardone

Il teatro di Tamara Bartolini e Michele Baronio porta con sé una sincerità immediata, un contatto umano intimo e diretto, una semplicità preziosa, donate da una sensualità stilistica che attraversa allo stesso tempo scena e oggetti, corpi e immagini, emozioni e voci, movimenti e rumori. Carmen che non vede lora, spettacolo riproposto l’8 e il 9 ottobre nelle romane Carrozzerie n.o.t, in collaborazione produttiva con 369 gradi, è testimonianza di una creatività artistica capace di accogliere ambizioni e sofferenze di una biografia reale (quella di una donna conosciuta dalla coppia di attori e autori durante un loro laboratorio), per farne eco narrante della nostra società, figlia dell’Italia incisa nei 45 giri, nelle fotografie in bianco e nero, nei varietà televisivi, nei racconti individuali e nella storia collettiva.
A Bartolini e Baronio sono sufficienti un divano, un leggio, un giradischi, qualche oggetto personale e giocattoli, uno sfondo (e un pancione, quello della Bartolini) come asilo di immagini proiettate, e lampadine che scendono dall’alto come gocce di luce scultrici di profili nel chiaroscuro, per trasformare il palcoscenico in un abbraccio recondito e caldo, di famigliarità. Un luogo sottile nel quale la memorabile impronta registica e interpretativa di Bartolini/Baronio dà vita a Carmen, ovvero nome-significante (voluto e preferito all’originale Carmela) riconducibile a un’identità con origini metà partenopee e metà slave, cresciuta in una Napoli degli anni Cinquanta tra le rigidità della paterna famiglia matriarcale; legata alla provincia di Matera degli anni Sessanta, a un uomo di vent’anni più vecchio (sposato per volere incontestabile della nonna) e a una maternità inattesa e difesa; appartenuta alla romanità degli anni Settanta scossi dall’emancipazione, dalle ribellioni alle ristrettezze mentali e comportamentali – dentro e fuori le mura domestiche -, dal rifiuto all’obbedienza silenziosa e abitudinaria di un marito “proprietario” – perché ci sono regole da seguire per essere rispettabili -, alle striscianti ipocrisie diffuse, alle molestie fisiche taciute dai falsi moralismi.

Foto di Matteo Nardone

Foto di Matteo Nardone

Carmen è il nome di una memoria che si frammenta nel tempo e nello spazio, sul piano della storia e del racconto, tra un oggi sfuggente e un ieri cristallizzato, che la drammaturgia di Tamara Bartolini scava rispettosamente rendendola contemporaneamente esperienza privata e collettiva. E noi, in questa rimembranza concreta e storica – a un passo da onirismo e fantasia -, richiamata con l’innocenza infantile di un ripetuto “facciamo finta che…”,  ci immergiamo nelle quotidianità serene e severe, dolci e violente, ricercate e imposte, ora con toni ironici, leggeri, ora con delicati impulsi di magnetica drammaticità.
E se il canto e le sonorità di Baronio concedono fisicità alle presenze maschili da lei incontrate in momenti ormai lontani (dal marito al nonno, dal padre al nuovo amore), Carmen-Bartolini si fa anatomia ipnotica di una voce tagliente, unica e universale – come risonanza di un’attuale “Santa Giovanna” brechtiana -, di un’Italia moderna segnata da contestazioni politiche e civili, da moti studenteschi e scioperi operai, da tradizioni radicalizzate e allontanate. Una voce alla disperata ricerca della propria libertà, della propria bellezza, della propria femminilità non più spezzata, non più rotta da volontà altrui, dal sussurro scomposto e maligno dell’opinione pubblica, dalle estranee opinioni, stantie, soffocanti, intolleranti. Libera come grandi ombre danzanti sulla parete. Finalmente riscattata.

Nicole Jallin

Carrozzerie n.o.t
Via P.Castaldi 28/a, Roma
Contatti: 3471891714 – www.carrozzerienot.com – carrozzerienot@gmail.com

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