Manlio Boutique

Con Polvere. Dialogo tra uomo e donna, in scena a Galleria Toledo, dal 13 al 18 ottobre, l’autore-attore di Castrovillari indaga la violenza e le possibili ragioni ad essa sottese, tra le macerie di esistenze che non conoscono più l’amore. 

Foto di Latocreativo

Foto di Latocreativo

Incontriamo Saverio La Ruina al termine della replica dello spettacolo in scena a Napoli. Da subito l’intervista pare prendere la forma, più che altro, di una chiacchierata. Così è lui a farci la prima domanda, a chiederci come, da spettatori, abbiamo vissuto quell’ora di teatro, di cui è stato protagonista accanto a Cecilia Foti (qui la recensione). L’attore ricerca un’empatia immediata con chi gli siede di fronte e ci riesce, con i suoi modi affabili, fuori dal palco, e con la sua parola quotidiana, talvolta quasi banale, sul palco, puntando all’immedesimazione del pubblico, che generi, poi, una successiva e più approfondita riflessione. Polvere tenta d’inseguire questa vocazione. È uno spettacolo quanto mai attuale per l’argomento, la violenza sulle donne, sebbene questa non venga mai agita, ma sempre parlata, insinuata, dedotta, in un gioco di potere e di sottomissione che ha una natura universale e può appartenere ad un qualsiasi rapporto di coppia, sentimentale o di altro genere. Quello che accade (e non accade) sulla scena è tutto ciò che può precedere (e non precedere) una violenza fisica, attuato attraverso la forza della parola.
La Ruina, così, continua ad attraversare l’universo femminile, come aveva fatto in Dissonorata (Premio UBU 2007 come migliore attore e miglior testo) e La Borto (Premio UBU 2010 come miglior testo), ma stavolta decide di affrontare le ragioni dell’uomo, indagando la psicologia maschile piuttosto che quella femminile. È proprio soffermandoci su questo primo punto, analizzando Polvere in relazione con i precedenti lavori, che prende il via l’intervista.
Da dove nasce l’urgenza di mettere in scena Polvere e come mai, rispetto ai suoi spettacoli precedenti, attenti a tracciare la psicologia femminile delle protagoniste, qui ha deciso di mettere in luce il punto di vista maschile?
Sapevo che avrei dovuto affrontare questo tema, però aspettavo che nascesse veramente da un’urgenza. Al di là della cronaca che assolve tutti e condanna tutti, dove l’uomo viene presentato come mostro e la donna come vittima, come un essere debole e fragile, per me era necessario trovare una chiave empatica che facesse riflettere sulla questione, su quest’argomento che è fortemente qualcosa di respingente.
In Dissonorata e La Borto la figura dell’uomo è quasi tagliata con l’accetta, perché ci troviamo, più precisamente, all’interno di una società patriarcale e anche se nella donna si vedeva una possibilità di ribellione al ruolo che le era stato imposto (soprattutto in Vittoria, la protagonista de La Borto), l’uomo rispondeva, in pieno, all’archetipo del patriarca che la società gli dava. Basti pensare ai tempi del delitto d’onore, dove grazie ad una clausola veniva depenalizzato addirittura un delitto. Oggi invece, dopo tutte le conquiste che le donne hanno ottenuto, quell’ottusità di posizione , che non faceva bene neanche all’uomo e quei retaggi culturali e sociali, sono stati messi in discussione. C’è stata una rivoluzione o meglio un’evoluzione delle cose, per cui la donna ha vissuto un’emancipazione, e se da un lato l’uomo sembra riconoscere la parità tra i sessi, dall’altro, in qualche modo, non l’accetta e agisce in maniera subdola. Il protagonista di Polvere è un fotografo de L’Espresso e la sua compagna è un’insegnante, quindi entrambi hanno un livello culturale medio-alto, ed è proprio in quel contesto culturale che la parola diventa strumento per dominare. Alla fin fine certi archetipi non sono mai cancellati del tutto e pesano ancora sulle nostre teste. Poi chiaramente i motivi che portano all’esigenza di dominio, dentro il rapporto, partono sempre da una fragilità personale, da un trauma, da un episodio scatenante. Tutte ragioni che però portano ad utilizzare la parola come strumento di potere e di sottomissione. Una parola che fa male e che distrugge.
La parola, appunto, e di conseguenza la lingua. In genere lei ha utilizzato sempre il dialetto, in Dissonorata, ne La Borto e anche in una certa misura in Italianesi, dove ha fatto assumere all’italiano la valenza di una lingua “diversa”, autonoma. In Polvere, invece, si parla un italiano neutro. I motivi di questa scelta?
Non volevo che, in Polvere, si leggesse solo un problema del sud, volevo dare una trasversalità totale, che non fosse territoriale ma che riguardasse tutti e allo stesso tempo non volevo limitare il problema ad una fascia sociale popolare. Sarebbe stato banale relegare la questione ad una fascia sociale bassa. Comunemente si pensa che dove c’è la cultura si riconosce di più la parità tra i sessi. Ed invece no, dove c’è cultura c’è una capacità maggiore di usare la parola, come strumento di coercizione potentissimo.
Amo molto scrivere in dialetto, ma qui non l’ho adoperato volutamente. Mi serviva una parola universale, quasi banale e piatta per cercare un legame emotivo con gli spettatori, cercando di lavorare sulla quotidianità, architettando tutto per far vedere quanta violenza può esserci dietro parole apparentemente non così gravi, innocue, che però celano sempre qualcosa.

Foto di Latocreativo

Foto di Latocreativo

Come autore teatrale, com’è stato passare dalla scrittura di monologhi a quella di un dialogo?
Polvere non poteva che essere un dialogo. Anche se avrei potuto fare una furbata immensa. Già avevo in mente una storia di una donna che aveva subito violenza psicologica e fisica, da mettere in scena da solo, ma dopo Italianesi, passare dai monologhi ad un dialogo, anche come evoluzione della drammaturgia, era un esperimento che attendeva nella mia testa.
Lo sforzo e l’intenzione erano quelli di dire delle cose che potessero far riflettere, far veicolare certi contenuti, attraverso il linguaggio teatrale. Per cui c’era bisogno di scrivere proprio queste parole.
Se avessi espresso il punto di vista di uno solo, avrei rischiato di non ottenere questo tipo di comunicazione.
In qualità di direttore artistico di Primavera dei Teatri, in che direzione sta andando la scena contemporanea e in che direzione dovrebbe andare, secondo lei?
Secondo me quello che c’è va bene. Va bene anche perché ci sono direzioni molto diverse di ricerca, in base agli stili, alle diverse culture, alle appartenenze territoriali. Quello che manca, invece, è da parte di noi, direttori dei festival e dei teatri, soprattutto quelli dei teatri più grandi. Bisognerebbe scandagliare di più le realtà della scena contemporanea, vedere di più ciò che c’è in giro. Ecco, i direttori artistici meno pigri dovrebbero vedere di più. E poi non ci si dovrebbe adagiare troppo sul repertorio per garantirsi la sicurezza, e neanche puntare ad accontentare il pubblico, attraverso operazioni commerciali, anche perché così non si dà un vero servizio al pubblico. Se veramente si è fatto una scelta di etica, di cultura e di società civile, non si può operare in quella direzione.
Per concludere, una curiosità.  Lei ha lavorato con Leo De Berardinis, ci regala un racconto-ricordo del maestro e di quegli anni del teatro?
Io ho debuttato con Leo, ho fatto con lui il primo provino della mia vita. Era il 1983 e io avevo appena finito la Scuola di Teatro di Bologna. Ricoprivo piccoli ruoli, nell’Amleto di Shakespeare.  Avevo poche battute qui e lì, però, da ragazzetto alla prima esperienza, ad ogni replica seguivo da dietro le quinte lo spettacolo che durava circa cinque ore. Leo aveva un carisma incredibile e dei momenti dolci, teneri, di bell’umanità. Per me, in quegli anni, era una figura abbastanza mitica. Avevo visto delle cose di ricerca e mi colpiva come lui mischiava “alto e basso” e alla fine non mi sono neanche reso conto che anch’io, con la trilogia calabro-scespiriana, ho fatto la sua stessa operazione. Quell’esperienza mi ha dato un lascito che mi è entrato e ha lavorato dentro.

Antonella D’Arco

 

Galleria Toledo
Via Concezione A Montecalvario, 34 – Napoli
Contatti: 081 425037 – www.galleriatoledo.org/
Orario spettacoli: feriali ore 20.30, domenica ore 18.00

Print Friendly

Manlio Boutique