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Adeguare la lingua shakespeariana ai tempi correnti: questa la proposta che presto diventerà realtà annunciata dall’Oregon Shakespeare Festival, tra sostenitori e detrattori.

Fonte foto web

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Gli appassionati del Bardo hanno visto (e udito) giorni migliori. L’Oregon Shakespeare Festival ha recentemente annunciato qualcosa che era nell’aria da tempo e che ha fatto storcere il naso ai puristi: il linguaggio di Shakespeare, troppo difficile per essere compreso oggi, verrà tradotto in inglese moderno. La storica rassegna nata nel 1935 ha portato in scena per ben tre volte l’intero canone shakespeariano in originale, eppure ha fatto sapere che un team di 36 drammaturghi – nota positiva: la metà sono donne – è già al lavoro sulle traduzioni. Il progetto si intitola Play on!, sarà lungo tre anni e vedrà un consistente impiego di risorse creative ed economiche.
Il passaggio da wherefore a why non sarà così sconvolgente per il pubblico italiano, già abituato a consumare la drammaturgia straniera nell’adattamento. Ciononostante, questa discutibile decisione segna una svolta epocale dagli effetti imprevedibili e dunque prima di condannare gli organizzatori dell’OSF – seguiti a ruota in questa frenzy tutt’altro che fine da altri festival teatrali statunitensi – varrebbe la pena provare a indossare i panni dell’avvocato del diavolo.
La lingua del Bardo è da sempre considerata ostica, ricorda James Shapiro, docente di inglese e letterature comparate alla Columbia. Nel suo contributo per il New York Times si legge che, tra gli altri, Ben Jonson, acerrimo nemico e collega di Shakespeare, si era lamentato dell’incomprensibilità di alcuni discorsi di Macbeth, definiti bombast, letteralmente “ampollosi”. Al di là di qualsiasi rivalità di sorta, alcuni secoli dopo la scelta di adattare le opere mostra sicuramente alla base una motivazione commerciale: invogliare sempre più persone a farsi spettatori, democratizzare il teatro e moltiplicare gli incassi.
Un’idea forse apprezzabile di questi tempi, ma va detto che le casse dell’OSF di certo non languono, con più di 400mila biglietti venduti nel 2013. Lo spettatore pigro va sfidato, non incoraggiato. Il patto tra questi e l’autore si sfalda nel momento in cui al pubblico non viene richiesto neppure il minimo sforzo di attenzione e di comprensione oltre l’ovvio che il teatro ancora auspica.

Fonte foto web

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Chi pagherebbe davvero un biglietto per assistere ad un’opera che non si può più definire realmente shakespeariana in toto? Di difficile comprensione o meno, il linguaggio è la vera cifra stilistica di Shakespeare, sottolinea opportunamente Shapiro. La musicalità del pentametro giambico, il blank verse a cinque accenti, regge il ritmo di intere opere e le esalta. La varietà di sfumature del vocabolario aiuta a comprendere il mondo interiore dei personaggi, oltre a compiere un vero e proprio studio sociolinguistico. Si pensi al Sogno di una notte di mezza estate, dove ciascun gruppo di personaggi ha una propria voce particolare che corre lungo la scala sociale: dal linguaggio ricercato dei nobili Teseo e Ippolita fino a quello verace e comico degli artigiani-attori capitanati da Peter Quince.
Erronea è la concezione che la lingua di Shakespeare non sia anche popolare, vicina al quotidiano. Infatti, sono moltissime le espressioni nate dalla penna del Bardo che sono a tutti gli effetti entrate nel linguaggio comune, pur risalendo all’epoca elisabettiana. Alcune dimostrazioni: “To wear one’s heart upon one’s sleeve” da Otello significa “mostrare apertamente i propri sentimenti”; “fight fire with fire” da King John vuol dire “rispondere all’attacco subito con la stessa arma dell’aggressore”. Esistono simili esempi usati nelle canzoni pop e persino in altre lingue. Il “green-eyed monster” a cui fanno riferimento Portia ne Il Mercante di Venezia e Iago in Otello è ormai convenzionalmente l’accostamento cromatico universale per gelosia e invidia. Ancora a Il Mercante di Venezia si deve la abusatissima massima sulla cecità dell’amore: “Love is blind” dice Jessica, figlia di Shylock. La lista è di considerevole lunghezza.
Laddove l’ambientazione può cambiare e rifarsi al presente, come nel caso del Riccardo III di Sam Mendes con protagonista Kevin Spacey, la ricchezza di suoni e immagini che solo i versi originali possono conservare è l’intoccabile costante. La questione va oltre ogni sacralizzazione del passato. Perché non si tratta di passato, bensì di uno tra gli elementi che contribuiscono al potere di immortalità di un’opera che diventa senza tempo. Se persino il cinema, così innovativo, rivoluzionario e violento, ha trasferito la tragedia di Montecchi e Capuleti a Verona Beach (immaginaria città della California) trasformando le famiglie in clan malavitosi, ma non ha torto un capello ai dialoghi in Romeo + Juliet di Baz Luhrmann, l’Oregon Shakespeare Festival dovrebbe porsi qualche interrogativo. “What’s done is done.”, ovvero “Quel che è fatto è fatto.”, dice Lady Macbeth. E quel che è scritto, pure.

Stefania Sarrubba

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