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In scena al Teatro dell’Orologio di Roma, la poesia dell’attore e autore siciliano accarezza memorie famigliari e collettive di ieri e oggi.

Foto Manuela Giusto

Foto Manuela Giusto

Si conclude oggi, domenica 25 ottobre, la monografia della compagnia Proxima Res con Antropolaroid, monologo di e con Tindaro Granata che ha incontrato la scena romana la scorsa stagione nella rassegna condivisa con l’Argot “Dominio Pubblico”.
L’immediata sensazione che si percepisce sulla pelle, nel petto, nelle vene, nella testa è il tocco caldo di un’intimità domestica, passata, storica, di racconti di famiglia, quella dello stesso interprete siciliano, con la quotidianità trascorsa di umanità, geografie e temporalità richiamate dalla delicatezza della testimonianza, del ricordo privato. Come un angelo in volo tra i “cunti” e i canti, i suoni e le tradizioni della terra siciliana, Tindaro Granata sfiora le immagini istantanee scattate e conservate nella propria mente, lascia che il suo corpo si sposi danzante con la musica, che nella sua voce risuonino, ora con tonalità maschili ora femminili, le parole dei nonni, degli zii, dei genitori, lascia che l’espressività di viso e sguardo si riempiano di un fascino autoriale di commozione mistica.
Conosciamo il bisnonno Francesco che sfugge a un male all’epoca incurabile donandosi alla morte, e agli ironici rimproveri confidati sulla tomba dalla giovane bisnonna vedova e incinta; assistiamo ai soprusi iniziatici dei mafiosi Badalamenti subiti dal nonno Tindaro e all’amore spudorato per la nonna Maria – un amore ribelle alle predeterminate decisioni paterne -; osserviamo l’impeto migratorio del padre Teodoro che tornato dalla Svizzera è costretto a piegarsi alla stessa mafiosa dinastia per lavorare. Infine, incontriamo l’ultima generazione, proprio lì dinanzi a noi, Tindaro: l’io narrante mosso dal desiderio di fare l’attore, di andare a Roma per realizzare i propri sogni, congedandosi dopo un anno di leva militare in marina spesa insieme a un amico che di nome fa Tino e di cognome fa Badalamenti: esistenza con la passione per la divisa la cui luce di onestà soffoca sotto il peso del disonore genealogico.
La liricità artistica e stilistica di Granata, che si spoglia su una scena nuda (comprensiva solo di una sedia, un lenzuolo bianco e, infine, di una lampadina alogena), è una esplicita carezza registica ed estetica che scivola progressivamente con drammaturgiche “dissolvenze incrociate” da un’immagine all’altra, da un personaggio all’altro, da un’età all’altra, da una temporalità trapassata a un’attualità condivisa. E accostando raffinatamente umorismo a drammaticità, sviscerate in massicce dosi di dialetto – denso di significati arcaici, radicati nell’anima, insondabili, meravigliosamente misteriosi -, in movimenti fluidi, in distorsioni corporali e vocali che si fanno eco simbolico di identità e personalità diverse, Antropolaroid si fa riflesso carnale di credenze e tradizioni, proverbi e usanze pubbliche e private, di rigide regole familiari e illegittimi pettegolezzi collettivi figli di bocche e occhi altrui.
Sì, questo è un avviso: Antropolaroid è uno spettacolo virale che, mai banale, mai scontato, mai ridondante, silenziosamente supera qualsiasi resistenza razionale e inevitabilmente scende giù, in fondo al cuore, con un’onesta e una sincerità disarmanti. Le stesse con le quali restituisce al teatro una indelebile poeticità emotiva, sensoriale, cerebrale, affettiva, narrativa di rara, rara frequenza.

Nicole Jallin

Teatro dell’Orologio
Via dei Filippini, 17/a, Roma
Contatti: 06 687 5550 – www.teatroorologio.com/

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