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Una gremita Galleria Toledo applaude la vivida e intelligente commedia tratta dall’omonimo romanzo di Marco Presta, per la regia di Massimo Maraviglia.

Fonte foto Ufficio stampa

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Una scenografia semplice ma squisitamente centrata, una storia brillante e capace di muovere la platea ora al riso ora alla riflessione, una regia sapiente nel lasciarsi alle spalle il rischio di una forzatura recitativa che sappia di finto e alterato a discapito di una costruzione che invece riluce di immediatezza, in ogni singolo sguardo o movimento compiuto dagli attori in scena: Un calcio in bocca fa miracoli, messinscena – le cui repliche continueranno presso lo Stabile d’Innovazione napoletano fino al 1 novembre – derivata dall’omonimo romanzo di Marco Presta (autore del programma di  Radio2 “Il ruggito del coniglio”) e riadattata per il teatro dal regista Massimo Maraviglia, è commedia che scorre con naturalezza e vivacità convincenti, facendo bella mostra di una notevole serie di virtù morali e drammatiche.
Protagonista sull’assito di Galleria Toledo è un “vecchiaccio” scorbutico, ironico, cinico, “maniaco ladro di penne”, intrattabile e proprio selvatico, eppur così vivo e sagace, eppur così umano e, a suo modo, probo: si tratta di un ex–falegname – finemente interpretato da uno splendido Giancarlo Cosentino –, costretto dall’incombente vecchiaia a chiuder bottega, ma intenzionato a lasciare la sua arte ed i suoi attrezzi ad un giovane apprendista (Mario Migliaccio), il quale, pur angariato dai piccoli soprusi e dalle amabili meschinità del vecchiaccio, presta ben volentieri le proprie orecchie ai soliloqui folleggianti ma penetranti del suo particolare datore di lavoro.
L’uomo racconta, straparla, bofonchia di tutto: la sua voce produce una satura lanx di parole che spaziano dal destino della biro a quello del suo fallito matrimonio (“Il matrimonio si contrae, come le malattie”), dall’insofferenza verso la banale umanità che si incontra in strada alla funzione guaritrice che può avere un calcio in bocca; eppure, pur vivendo in larga parte di ricordo e di parola, egli rimane affamato di vita, come dimostrano le sue galanti – e anche più che galanti – velleità amorose nei riguardi del portinaia, spiata con un piccolo binocolo, dello stabile che gli è dirimpetto e le preoccupazioni, pur nascoste dietro la solita maschera da burbero, per la vita della figlia, tornata a casa a seguito di una discussione con “l‘omino” che ha spostato (ed ambedue questi ultimi caratteri femminili sono messi in scena da una impeccabile Federica Aiello).

Fonte foto Ufficio stampa

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Ma il nome che più spesso esce dalla bocca del vecchio burbero è Armando: Armando il pizzicagnolo, “l’oracolo dello stracchino”, “il pazzo disadattato”, il suo unico vero amico, suo alter ego e sodale d’imprese. Costui, persona sorridente e benigna, ha deciso di dedicare gli ultimi anni della sua vita a “lasciare un amore”: vuol far unire due giovani, sconosciuti l’uno all’altra, solo per il piacere di poter lasciare una sua eredità d’amore nel mondo. E, pur con tutte le remore e le ritrosie del caso, il pensionato racconta di avergli fatto da compare, assecondando questo bislacco piano dell’amico.
Il rapporto con Armando, che “c’entra sempre”, appare dunque come la chiave di volta per poter scardinare la monolitica rusticità dell’anziano, il quale, attraverso quel rapporto di vera amicizia riesce a smussare le spigolature del sua caratteraccio.
E a far da spartiacque della piece e momento saliente di catarsi in scena, ecco l’improvviso buio, che coglie di sorpresa la sala nel bel mezzo delle vicissitudini narrate, e viene rotto dal singolo fascio di luce di una lampada: solo sul palco, emergendo dal buio di un mattino, il vecchiaccio confessa, con un tono diverso, intimo e quasi sereno, che “i bilanci non servono a niente […] e che giusto e ingiusto sono fuori dalla vita.
Così ci si proietta verso l’esito di una vicenda, simile a mille altre vicende – “la vita è sempre lo stesso film” -, essenzialmente inutile, ma che pur deve esser messa in ordine; come gli ha insegnato Armando, il nostro protagonista può, una volta consegnata la sua bottega al giovane ovvero il suo passato al futuro, finalmente fare i conti con la prostata e la vita che ormai termina, come sinistramente suggeriscono gli spersonalizzati referti medici.
Ma così può finire. Sì, così può finire.

Antonio Stornaiuolo

 

Galleria Toledo  teatro stabile d’innovazione
via Concezione a Montecalvario, 34 – Napoli
contatti:  081425037 – galleria.toledo@iol.it – www.galleriatoledo.org
orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 20.30 / domenica ore 18
biglietti:  dal martedì al venerdì intero 15 euro / ridotto 12 euro (per convenzionati e over 65) / giovani under 26 10 euro
sabato e domenica intero 20 euro / ridotto 15  euro

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