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Dalle Metamorfosi di Ovidio, il Teatro Presente vibra nell’amore tra assenza di vita ed eutanasia sulla scena dell’Orologio di Roma.

Foto Manuela Giusto

Foto Manuela Giusto

Fino al 22 novembre al Teatro dell’Orologio gli spettatori capitolini avranno la possibilità di assistere a uno spettacolo molto più che emozionante, molto più che coinvolgente, molto più che commovente, che fa riferimento alla creatività regista e drammaturgica di César Brie e alla profonda sintonia attoriale della coppia Giacomo Ferraù e Giulia Viana, che toglie il fiato per sensibilità espressiva, per delicatezza emotiva, per immediatezza drammatica. Stiamo parlando dell’Orfeo ed Euridice prodotto dallo sforzo condiviso di due giovani compagnie indipendenti, Teatro Presente e Eco di fondo, il cui lavoro s’ispira alla poetica del regista argentino.
Il legame tra il cantore che seduce la natura al suono della sua lira ed Euridice, sua sposa, strappato dalla precoce morte di lei, si sovrappone per concrete corrispondenze contemporanee a Giacomo e Giulia separati in amore da un incidente automobilistico che si porta via in un istante la mente della donna imprigionandola nel limbo comatoso, mentre il corpo, immobile nell’ospedale/Ade, aspetta il risveglio.

Foto Manuela Giusto

Foto Manuela Giusto

Cognitivamente scomparsa, Giulia non è che un fisico inerme, condannato al logorio dello stato vegetativo. Non comunica, non reagisce, non risponde: non c’è, almeno per l’esterno. Non più viva, non ancora defunta, lei è un’anima bianca – che il teatro rende errante – appesa ai fili dell’attesa, nell’ombra dell’eutanasia che violenta invade occhi e cuore, s’insinua tra le fredde cure mediche e la calda e affettuosa devozione del marito, cui è rivolto quel “lasciami andare” da lei ripetuto nel sospiro mentale che è lama struggente. E sulla geometria del palcoscenico, tagliato da due linee di tessuto incrociate (e ammalianti giochi di luce condotti da Sergio Taddo Taddei), la regia di Brie spoglia una semantica metamorfica, astratta e simbolica, di oggetti e costumi, personalità e sentimenti, spazi e temporalità che s’inseguono, fuggono, ritornano, lentamente, fatalmente, come parti sbiadite di una fotografia.
A condurci tra le pieghe narrative un Caronte imbonitore dalla parlata sicula e dalla fisionomia dello stesso Ferraù che, con cappello, occhiali scuri e stuzzicadenti, dà prova di raro “bipolarismo interpretativo” plasmando, nell’affilato attrito drammaturgico tra tragedia e umorismo, un traghettatore di comicità ammiccante, finemente goliardica, che coglie l’occasione per esprimere le difficoltà del suo mestiere (tra concorrenze “commerciali” d’oriente e l’accanimento terapeutico che “limita” i clienti). E mentre gli anni passano, i capelli diventano bianchi, le ricorrenze svaniscono, la solitudine di chi è rimasto di chi è costretto a rimanere, trattenuto da tubi e sondini, rallenta il cammino insieme, separa le voci e gli abbracci: ora Orfeo e Giacomo possono voltarsi e levare lo sguardo da Giulia ed  Euridice. Ora possono andare.

Nicole Jallin

Teatro dell’Orologio
Via dei Filippini, 17/a, Roma
Contatti: 06 687 5550 – biglietteria@teatroorologio.com – www.teatroorologio.com/

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