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In scena al Teatro Mercadante di Napoli fino al 20 dicembre, per la regia di Luca De Fusco, un’ampia e ricca riproposizione dell’unica, celeberrima trilogia pervenutaci di Eschilo.

Foto di Fabio Donato

Foto di Fabio Donato

Il teatro classico è fonte inesauribile di drammaturgia, come dimostrano le costanti riproposizioni e variazioni sul tema che, di volta in volta, vengono presentate agli spettatori del mondo intero.
Ma accostarsi alla drammaturgia classica rappresenta, per registi ed attori, da sempre un rischio non da poco: quale sia il limite che separi l’attualizzazione dalla riscrittura, quale sia il senso di riprodurre meccanicamente e acriticamente i testi antichi dinanzi a spettatori moderni e quale sia la chiave di lettura più giusta delle opere antiche sono le domande che più spesso e più profondamente interessano coloro i quali lavorano a stretto contatto col teatro classico.
Ed è all’interno di questo grande filone di studio e teatro che si inscrive il colossale progetto portato in scena dal binomio Teatro Stabile di Napoli – Teatro Stabile di Catania, per la regia di Luca De Fusco, incentrato sull’Orestea di Eschilo: tentativo che, realizzato con l’ausilio di un cast vastissimo ed una imponente squadra di lavoro,  prova a mantener saldo il testo classico, tradotto da Monica Centanni, contemperando però le spinte centrifughe che l’opera lancia verso la modernità.
Fino al 20 dicembre il Teatro Mercadante sarà la casa di tale esperimento, con una programmazione ben scandita che sarà chiarita nell’explicit.
L’Orestea di De Fusco ha una duplice partizione: da una parte l’Agamennone, dall’altra il gruppo Coefore/Eumenidi; in questa sede sarà scandagliato il portato drammatico e poetico del dramma che dà il via alla trilogia.

Foto di Fabio Donato

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La luna, coi suoi raggi argentei, apre la scena.
Sull’affascinante piattaforma costruita, intenzionalmente inclinata verso la platea – a evocativa rappresentazione del tetto della reggia dell’Atride; inoltre, a partire dalla scena seguente, il piano inclinato sarà perfetta rappresentazione dell’acropoli di Argo, dove da Eschilo è ambientata la vicenda – e ricoperta da una spessa coltre di terra e sabbia, è illuminata una sentinella (un Enzo Turrin che, nelle vesti e nelle parole, pare più fedele servitore ottocentesco che non la scolta eschilea, la quale già gettava ombra sull’intera vicenda, parlando di una casa non più amministrata per il meglio) in attesa del segnale di fuoco, simbolo di vittoria.
E il segnale può finalmente esser scorto, l’annuncio di vittoria può esser gridato, gioia per la casa, ma solo a chi sa; sinistramente la sentinella sussurra che “per chi non sa, io tutto dimentico”.
Suo ultimo gesto prima di andar via, punto di raccordo tra il prologo e l’inizio della vicenda, egli trascina fuori da una feritoia della terra, imbrigliati in una rete capziosa, tre vecchi argivi, il baluardo della legalità della polis, i quali, venuti così alla luce, lentamente mettono in moto la tragedia.
Quarto, dalle retrovia, lentamente si aggiunge ai tre l’argivo più vecchio, il corifeo (ancora Enzo Turrin, qui pienamente calzante; gli altri tre sono Fabio Cocifoglia, Gianluca Musiu, Paolo Cresta) che con loro passa in rassegna i fatti luttuosi relativi alla partenza dell’esercito greco dal porto di Aulide; in scena subentra Ifigenia, che danza al ritmo delle sue sventure narrate, per poi tornare nell’oblio.
Da tanta messe di mali emerge il tema universale del πάθει μάθος: la conoscenza attraverso la sofferenza, sofferenza intesa come strada ineludibile da percorrere, conoscenza intesa come tesoro raccolto a piccoli brani da immensi dolori.

Sul fondo, d’improvviso, il grande portone della reggia si apre a svelare una donna, di nero vestita, che porge le spalle al pubblico, recante nella destra una fiaccola: icastica si staglia Clitemnestra dinanzi agli occhi degli spettatori.
Lentamente, ella (un Elisabetta Pozzi algida, e contraddistinta da un controllo esasperato, spia del ribollire nascosto che le si agita nel cuore) si volta e avanza verso gli anziani, coi quali intesse una breve eppur fitta sticomitia: si fa latrice della notizia della presa di Troia, ma ne ha in risposta incredulità e dubbio da parte del coro. Infine, con l’ausilio della sua torcia e di un davvero ben studiato effetto di fuochi in scena, la regina ripercorre il cammino del fuoco, attizzato di stazione in stazione a significare la caduta di Troia ed il ritorno dell’amato marito; ma un bagliore sinistro le squilla negli occhi quando annuncia che gli eroi “devono fare ritorno, salvi, alle loro case”.
Faticosamente un araldo (Claudio Di Palma) si trascina fuori dall’antro della terra portando notizie dal campo di battaglia; Clitemnestra si occulta dietro le porte, in ascolto.
La notizia è gioiosa: l’armata greca torna vittoriosa, eppure la rhesis del messaggero sembra adombrare un condotta non certo ineccepibile da parte dei Greci, se “ogni seme di quella terra è stato estirpato”, condotta contraria agli ideali di moderazione e rispetto degli dei cantati dal coro poco prima; la regina argiva, allora, ripreso il centro, si scontra allusivamente contro il coro, accusato di non aver prestato fede alle sue precedenti parole di giubilo ed al quale la regina ribatte che “io, brava cagna, non ho conosciuto il piacere di un altro uomo”.
Clitemnestra ritorna entro le mura del palazzo.

Foto di Fabio Donato

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Il suono delle onde del mare fa da cornice al nuovo giorno.
È il giorno di Agamennone (un Mariano Rigillo la cui interpretazione, pur curata, sembra non perfettamente disegnata): il suo ingresso – che certo manca della grandiosità con la quale, su un carro, doveva entrare in scena nell’opera di Eschilo – mostra al pubblico un uomo stanco, anziano ma non vecchio, orgoglioso ma non dimentico dei limiti che non devono essere oltrepassati dagli uomini; è accompagnato da una giovane spaventata, suo bottino di guerra, Cassandra. La nobile moglie del re, di nuovo uscita dalla porta della reggia, lo accoglie con dichiarato amore, facendo mostra del grande dolore patito per l’assenza dell’amato e della rinnovata gioia, affrettandosi altresì a richiedere la collaborazione delle ancelle: che stendano tappeti di porpora – meravigliosamente resi dalla scenografia di Maurizio Balò – sotto il passo del re che ritorna. L’Atride, che in un primo momento pur riconosce l’empietà di un tal gesto (“onorami come uomo, non come dio”), alla fine cede alle richieste della sua sposa: scortato da Clitemnestra, entra nella reggia calpestando quel ricco panneggio e, ad ogni passo sui tappeti, questi diventano più rossi, più purpurei, più sanguigni; con decisione si richiude la porta alle loro spalle.
E il giorno di Agamennone sembra un giorno felice; eppure un’angoscia opprime l’animo dei quattro coreuti, un’indistinta vertigine offusca il loro cuore.

Foto di fabio Donato

Foto di fabio Donato

Comincia ora il lungo episodio di Cassandra (la meritatamente applaudita Gaia Aprea, capace di momenti di profonda e vibrante evocazione, anche se alternati a passaggi di incomprensibile loquacità), profetessa che legge il passato e confusamente prevede il futuro. Nel suo dialogo col coro, in tono ora rassegnato ora furente, la giovane troiana mescola il sangue degli avi al sangue che sarà, in un crescendo di disperazione che, infine, sfocierà nel chiaro vaticinio della propria morte e di quella del re per mano di Clitemnestra, ovvero di quella “cagna odiosa” che “finge di gioire del suo [di Agamennone, ndA] ritorno e della sua [idem, ndA] salvezza”, mentre in realtà brama la morte del sovrano. Cassandra piega il collo: accetta la propria Moira ed entra nel palazzo.
Dall’interno le grida di Agamennone testimoniano come la situazione sia precipitata.
Clitemnestra, con la spada insanguinata, si presenta in scena: due corpi morti le giacciono ai piedi, eppure non c’è ombra di dolore o pentimento sul suo viso, ma di orgoglioso furore è specchio il suo viso. Ella loda la propria impresa – enunciata come lungamente meditata – di giustizia, volta a punire quel sovrano che, irretito nelle maglie dell’inganno muliebre, si era macchiato di innumerevoli delitti e su cui pendeva la colpa dei padri.
Il coro, a difesa dei valori di cui il re era esponente (“Chi seppellirà il sovrano? Chi lo compiangerà?”), attacca duramente la donna, la quale chiama a suo sostegno Egisto; costui (un credibile e ben impostato Paolo Serra) vomiterà tutta la propria rabbia sulla memoria del morto, arrogando a sé il merito di aver ordito il delitto e disponendosi a battagliare con il coro di vecchi argivi. Sarà Clitemnestra a fermare la furia di Egisto, che spira vendetta e bile e intolleranza per le parole offensive del coro ed a far chiudere il primo movimento delle vicende della casa dell’Atride.

Tra gli aspetti lodevoli, la fedeltà al testo classico – ed alla sua notevole estensione – rappresenta una scelta dalla duplice lettura: se da una parte permette di mantenere la gravitas della piece e il tono nobile e austero su cui si basa l’intera opera, dall’altra risulta penalizzante da un punto di vista schiettamente comunicativo, costringendo lo spettatore moderno ad inseguire gli occhi dello spettatore greco. L’attenzione scenografica (notevoli le musiche Ran Bagno, le luci Gigi Saccomandi, il suono Hubert Westkemper) risulta azzeccata e funzionale, con un pregevole incontro tra parole antiche e strumenti della modernità, i quali ultimi non offuscano il portato eschileo, ma anzi lo potenziano.
D’altra parte, non tutte le dramatis personae sembrano coerenti col messaggio dell’Agamennone, e infatti in più di un momento la platea pare straniata più che affascinata, al punto che in sala l’attenzione pare più pronta dell’emozione.
Ad ogni modo, al netto delle distorsioni prodotte dalla soggettiva interpretazione dello spettacolo e della complessità di messaggi e principi di cui Eschilo si fa portatore, la messinscena rimane potente e deve essere ritenuta come punto di partenza per la futura discussione drammaturgica sull’opera del poeta nativo d’Eleusi.
Nel bene e nel male.

Antonio Stornaiuolo

 

Teatro Mercadante
piazza Municipio – Napoli
biglietteria: 081 551 33 96 – biglietteria@teatrostabilenapoli.it
orari e date: 1 Dic. 2015 Ore 21.00 – Agamennone; 2 Dic. ore 21.00 – Coefore e Eumenidi; 03 Dic. ore 17.00 – Coefore e Eumenidi; 04 Dic. ore 21.00 – Coefore e Eumenidi; 05 Dic. ore 19.00 – Coefore e Eumenidi; 06 Dic. ore 18.00 – Coefore e Eumenidi; 08 Dic. ore 18.00 – Agamennone / ore 20.15 – Coefore e Eumenidi; 09 Dic. ore 17.00 – Agamennone; 10 Dic. ore 17.00 – Agamennone; 11 Dic. ore 21.00 – Agamennone; 13 Dic. ore 18.00 – Agamennone; 15 Dic. ore 18.00 – Agamennone / Ore 20.00 – Coefore e Eumenidi; 16 Dic. ore 17.00 – Coefore e Eumenidi; 17 Dic. ore 17.00 – Coefore e Eumenidi; 18 Dic. ore 21.00 – Coefore e Eumenidi; 19 Dic. ore 19.00 – Coefore e Eumenidi; 20 Dic. ore 18.00

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