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Partiti dal Piccolo Teatro di Milano, arrivano in Umbria con “Francesco povero”: sono i ragazzi della comunità fondata da Muccioli che, tra passione e voglia di migliorarsi, salgono in palcoscenico per confrontarsi con il santo di di Assisi in una versione del tutto inedita.

Una scena dello spettacolo

Una scena dello spettacolo

Nell’ambito del percorso di recupero (e di amore) che seguono i ragazzi della Comunità di San Patrignano (fondata a Coriano – Rimini – da Vincenzo Muccioli nel 1978), in quanto afflitti da dipendenze ed emarginazione, e, dunque, bisognosi di ritrovare la propria strada, i giovani ospiti della struttura hanno la possibilità, tra l’altro, di partecipare a laboratori teatrali e corsi di danza con il supporto di insegnanti specializzati. Da queste esperienze è nato un gruppo teatrale che, oltre ad allestire messinscene all’interno della comunità, si esibisce in teatri nazionali. Uno di questi spettacoli, Francesco povero, andrà in scena al Teatro Cucinelli di Solomeo lunedì 7 dicembre alle ore 21. Protagonista, dunque, la Compagnia di San Patrignano diretta da Pietro Conversano, anche autore dei testi rigorosamente in lingua jacoponica. Tra biografia e spiritualità dell’umile Francesco d’Assisi, gli attori saranno accompagnati dai SanpaSingers, coro di San Patrignano, e daranno vita ad uno spettacolo tra musica e teatro. Abbiamo intervistato il regista, Pietro Conversano per capire cosa significhi vivere un’esperienza didattico-culturale in qualità di regista di un gruppo di attori impegnati ad affrontare un percorso difficile come quello del recupero dalle dipendenze.
Come ha costruito il rapporto con i ragazzi della Compagnia di San Patrignano in qualità di attori? È stato più difficile che con attori professionisti?
Innanzitutto, vorrei specificare che, quello che i ragazzi seguono con me, è un momento che rientra integralmente nell’ambito del percorso riabilitativo. Il teatro non è una suppellettile, non è “un di più” e non lo vivono come un momento diverso rispetto al lavoro che già fanno all’interno della comunità. Personalmente prediligo lavori molto difficili perché è proprio attraverso il “difficile”, appunto, che si riesce a costruire qualcosa di differente e che abbia anche un senso. E loro, proprio per il motivo per cui sono nella struttura e per quello che stanno affrontando, sono abituati ad confrontarsi con il “difficile”. Perciò rapportarmi con loro, in realtà, è più facile che con professionisti.
Durante questi anni, nella compagnia, i ragazzi si sono alternati di frequente a seguito di nuovi arrivi e partenze. Come è riuscito a tessere, nonostante ciò, lo spettacolo?
Sono lì da cinque anni. I ragazzi inevitabilmente vanno via una volta terminato il percorso ma questo non crea problemi. Il mio metodo di lavoro, legato alla ricerca, prevede l’interscambiabilità dei ruoli. Il nostro è un teatro sempre in movimento, non ci fermiamo mai, non replichiamo mai lo stesso spettacolo. È un teatro sempre vivo.
Lo spettacolo si chiude con le parole di una delle attrici in scena che recita così: “Resto come sospesa, aggrappata ad un filo che non mollo…”. Il recitare insieme, questo momento di unione (fisico, psicologico e lavorativo) è un’ancora a cui i ragazzi si aggrappano?
No, non lo è. Non è un’ancora a cui li faccio tenere aggrappati. Loro sono senza protezione, senza rete, devono anzi fare l’esatto contrario. Il recitare insieme dà loro la possibilità di farlo, di sganciarsi, eventualmente, da un’ancora, se ce l’hanno. Ogni volta che in qualche modo si aggrappano, io quel sostegno lo tolgo. A loro il teatro deve servire proprio per liberarsi.
Il teatro è, dunque, molto importante per loro…
Il teatro diventa per questi ragazzi una storia importante. Il teatro dà loro la possibilità di esprimere maggiormente ciò che hanno dentro e che fuoriesce meno durante la vita quotidiana che svolgono. Possono rilasciare quella parte del proprio essere che normalmente è un po’ offuscata. Consideriamo poi che tutti i ragazzi che vengono a fare teatro spesso hanno problemi particolari sia a livello di comunicazione che psicologico e che arrivano da me dopo otto ore passate a lavorare. Ma non c’è solo il teatro. Molti riprendono gli studi, si diplomano, si laureano. È una bella storia la loro.

Una scena dello spettacolo

Una scena dello spettacolo

San Francesco d’Assisi come modello di ispirazione per semplicità, devozione ed umiltà. Ma quale è stata la riscrittura compiuta per rappresentarlo in scena?
“Dunque, per quanto riguarda il testo, l’ho scritto venti anni fa su ispirazione e commissionato del mio Maestro Orazio  Costa Giovangigli. Lui, prima di morire, mi chiese di riscrivere in lingua jacoponica (NdR. Da Jacopone da Todi, religioso e poeta nato a Todi nel 1236 c.ca) il testo che lui aveva rappresentato, nei primi anni Cinquanta, il Poverello di Assisi. In jacoponico in quanto, questo, è l’unico idioma in grado di restituire la forza del carattere storico, filosofico e  spirituale di Francesco di Assisi. Lo scrissi dopo aver studiato tanto le fonti ufficiali quanto quelle non ufficiali ma mantenendomi entro il I secolo dopo la morte del Santo. Ci sono dunque cronache francescane, quelle tramandate oralmente, e quelle precedenti la Legenda Major di Bonaventura da Bagnoreggio che è quella della Chiesa che ci restituisce, appunto,un Santo edulcorato, come quello che descrivevi nella tua domanda. Il Francesco che vedremo nello spettacolo sarà un Francesco molto diverso dalla tradizione francescana. Il testo, ridotto in quanto testo di sei atti più prologo ed epilogo, è  molto viscerale, mistico, in stile Jacopone da Todi. C’è poco del “bello” e del “buono”. La lingua è umbro-marchigiana della seconda metà del Duecento”.
Lei ha affermato: “Chi ha gli strumenti per educare al teatro ha il dovere di farlo”. Non tutti coloro che sono in possesso di tali strumenti, però, lo fanno. Perché Pietro Conversano, invece, ha deciso di compiere questa scelta?
Sicuramente dipende dal mio percorso formativo. Ho avuto, come ti dicevo prima, la fortuna di incontrare Orazio Costa, gli sono stato vicino quindici anni, prima da allievo poi da collaboratore. Lui ha sempre avuto grande attenzione per la didattica, per la pedagogia e soprattutto per l’uso del teatro per “migliorare il mondo” (anche nel sociale). Credo che, in generale, per un artista, questa scelta sia legata alla sensibilità, alla vocazione che può o meno avere. Per quanto mi riguarda, ho fatto lo scritturato per venti anni, il professionista come attore, come regista, ma spesso mi sono trovato a lavorare in ambiti sociali particolari: nelle periferie suburbane di varie città, in altre comunità, con le ASL nei centri di igiene mentale, con portatori di handicap di diversa natura. Se mi guardo indietro capisco che, probabilmente,  ho seguito una vocazione che mi ha fatto portare lo strumento del teatro dove più poteva essere utile. Mi dici che non tutti si prestano. Vero, ma si può essere, ad esempio, grandi attori ma non essere capaci di insegnare l’arte. Sono due cose completamente differenti. Quando capisci che il teatro serve ad uno scopo, aiuta, modifica, cambia sia il ragazzo tossicodipendente o il malato di mente, ti senti utile ed è quello lo stimolo che ti fa dare un  significato al tuo lavoro. Nel nostro campo, le domande “che senso ha?” e “perché lo faccio?” aleggiano sempre nell’aria. Io mi sono posto le domande e ho trovato le mie risposte in questa direzione.

La compagnia

La compagnia

Prendendo in prestito ancora una sua affermazione, lei dice: “Il teatro bisogna conquistarlo” attraverso lo studio, la riflessione l’introspezione. Secondo lei questa compagnia è riuscita a conquistare il teatro?
Ti faccio un esempio che risponde in pieno alla tua domanda. Immagina i ragazzi che escono dalla comunità per salire su un palcoscenico e, considera, che abbiamo avuto anche la fortuna di esibirci in palchi importanti. Lì, quando hai centinaia e centinaia di persona che ti guardano, che hanno scelto di venirti a guardare, l’impatto emotivo è enorme. La presenza umana è importante. Il pubblico che numeroso applaude quando finisce il lavoro per loro è incredibile. Vivono di questa emozione per mesi, la riportano in comunità, li aiuta a ritrovare la stima per sé stessi. Quindi, da questo punto di vista, ti rispondo si, hanno conquistato il teatro.
Qual è l’insegnamento che riceve ogni volta dai suoi attori?
Traggo molti insegnamenti. La volontà di questi ragazzi già è un esempio incredibile. La voglia di stare lì, di conquistare un qualcosa con molta fatica è disarmante, a volte. Capisci che esiste la possibilità di cambiare, di migliorarsi e ti fa comprendere quanto, spesso, i problemi o le situazioni che ci gravano sulle spalle siano futili se paragonate a quello che loro vivono. Loro che, distrutti dal lavoro, stanchi, devono venire lì e devono combattere ogni giorno contro sé stessi e contro il mondo. Spesso non hanno gli strumenti culturali per dialogare ma, dopo una vita passata lontano dal “puro” e dal “sincero”, quello che ti offrono è una schiettezza che ti colpisce. È una caratteristica che li contraddistingue. Questi ragazzi che all’apparenza sono così forti (ma anche fragili) hanno alle spalle un vissuto così difficile e complicato che non possiamo neanche immaginare. Io, da loro, traggo questa voglia di essere migliori di quello che si sentono. Per me, lì, nella comunità, è un esempio continuo.

La Compagnia di San Patrignano è formata da Giorgio, Fabrizio, Angelo, Lory, Daniela, Marco, Christian, Gianluca, Carmine, Emanuele, Vincenzo, Cristiano, Alessandro, Federico, Ask, Melita.
Il coro dei SanPaSingers da Roberto, Danilo, Federico, Mirko, Giulio, Federica, Hannah Victoria, Elena, Patricia, Maria Teresa, Giovanni, Ivan, Erica, Virginia, Francesca, Arianna, Giulia, Alice.

Francesca Cecchini

Teatro Cucinelli
Via Giovine Italia 2, Solomeo (PG)
Contatti: tel.075.6970890 – 075.57542222 – www.teatrocucinelli.it –  www.teatrostabile.umbria.it

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