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Andato in scena la prima volta nel 2002, dopo circa 150 repliche sul territorio nazionale, L’infame di Giovanni Meola con Luigi Credendino il 2 e 3 gennaio ha debuttato ufficialmente in un teatro napoletano.

Foto Nina Borrelli

Foto Nina Borrelli

Qualcuno fischietta Tiempo y silencio nel buio dello spazio scenico di Sala Assoli. È un giovane uomo col capo coperto dal cappuccio di una felpa, indossa un jeans con alcune toppe e scarpe da ginnastica. È magro, magrissimo, dall’aspetto dinoccolato e prende posto su una sedia, uno dei pochi elementi scenici sul palco. Fa come per rollare una canna e fuma. Fuma avidamente Luigi Della Buona, detto Mazza ʼe Scopa, fuma e parla. Le sue parole sono un fiume in piena di ricordi che si snoda come un malinconico sfogo di ciò che è stata la sua vita e di ciò che presagisce sarà da quel momento in poi. Dal momento in cui lui, “nu pesce piccerillo” della guapparia, ha deciso di tradire il clan di ʼO Purtuallo, al quale era passato dopo esser stato nelle fila di quello di ʼO Cardillo, e ora è davanti ad un inquirente pronto a lasciare dichiarazioni in merito alle vicende criminali organizzate dalle due bande.
Ma è un pentito o un infame Luigi Della Buona? Un pentito per le forze dell’ordine, da inserire nel programma di protezione, un infame due volte per la camorra, il cui unico obiettivo ora è di sterminare la sua famiglia. Dei suoi cari a Mazza ʼe Scopa resta solo il fratello minore Peppino, nato con una mano più piccola dell’altra, e che fa il fornaio, da sempre estraneo alle dinamiche malavitose. Peppino, l’ancora di salvezza per Luigi, il suo ricordo felice a cui pensare e del quale vorrebbe parlare, vorrebbe svelare il “contranomme”, cioè il soprannome di quel fratello tanto amato. Ma al magistrato che gli è difronte  interessano solo “ ʼe fatti d’’ a malavita”, perché «a bonavita nun ʼa vulite sentì», come apostrofa Luigi. Lui deve parlare solo dei suoi complici, sono queste le notizie importanti per riempire i fascicoli utili alle indagini. E così comincia proprio dai contranommi dei suoi amici – ʼo Sparatrap, ʼo Tuosto, Animabella, Aucelluzzo, ʼo Rafaniello, ʼo Malamente, ʼo Cinema a Culuri -, una sintetica carta d’identità che racchiude in una parola la personalità, la violenta psicologia, ma anche l’istinto, il carattere e gli interessi di ogni delinquente citato. E nella scrittura di Giovanni Meola diventa lo strumento con cui Mazza ʼe Scopa, tra una canna e l’altra, ricorda la sua adolescenza, quando rubare un’autoradio significava sognare un futuro in ascesa. Luigi Credendino nei panni di Mazza ʼe Scopa disegna con le mani e con il corpo, usando talvolta gli oggetti presenti, delle belle immagini, che proiettano ombre sulle pareti della sala, grazie al gioco di luci che accompagna le atmosfere e gli stati d’animo differenti che si avvicendano.

Foto Nina Borrelli

Foto Nina Borrelli

Intenso e sensibile l’attore delinea un personaggio profondamente umano, nei gesti, nelle espressioni e nelle intenzioni, coadiuvati dal lavoro dell’autore-regista. Assetato, con la gola arsa dal fumo e dal sangue che vuole dimenticare, il giovane beve avidamente dell’acqua. È un gesto che ripete più e più volte, quasi come se quelle gocce gli lavassero l’anima e la mente. Sebbene non abbia mai ucciso nessuno, il camorrista ha preso parte a più di un assassinio, perché a lui era affidato il compito di preparare dei cocktail di droga da consumare subito dopo l’omicidio, per cancellare dalla memoria quelle immagini di morte. Il flusso narrativo è interrotto dalla voce registrata fuori campo di Luciano Scateni che scandisce ciò che accade tutt’intorno alla stanza in cui sta avvenendo l’interrogatorio-confessione: le retate in periferia, gli arresti eccellenti e  la morte di Peppino, detto Manella Affatata, fratello del collaboratore di giustizia Luigi Della Buona, ucciso per una vendetta trasversale. È con questa notizia che s’interrompe il racconto, Mazza ʼe Scopa, che fino ad un attimo prima ha vomitato parole su parole, resta in silenzio. Solo poche battute segnano il finale, forse per questo un po’ affrettato e poco incisivo nel testo, ma che nella visione registica comunque restituisce un’immagine forte, quella di un uomo messo a nudo, violato nei suoi affetti più sinceri che sparisce avvolto in una coperta, portando con sé la sua storia.

Antonella D’Arco

Sala Assoli
Via Lungo Teatro Nuovo, 110 – Napoli
Contatti: 081 195 63 943 – 339 42 90 222

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