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Tra domande, riflessioni e non per forza risposte, cercando di indagare lo stato di salute attuale della comunicazione teatrale dal punto di vista di chi scrive.

taccuinoIn un punto indefinito dello spazio l’atomo improvvisamente devia la sua ottusa caduta verticale e si scontra con un altro atomo. Da quell’urto nasce la materia. Da quella deviazione il libero arbitrio. È  il clinamen di Lucrezio, una forza naturale, una volontà indipendente dai fati. Questa rubrica è un libero viaggio alla ricerca di domande, un cammino che non vuole alcuna meta, un errare felice nel teatro.
Iniziamo dunque il viaggio nelle regioni del Teatro attraversando un territorio intricato, complesso, sfumato: la critica teatrale.
Ci guardiamo intorno e molte sono le domande, pochi i punti i fissi. Di fronte a noi si apre un sentiero poco illuminato. Cos’è la critica teatrale? Che funzione ha? Qual è il suo stato di salute? È viva? Dorme? O peggio è morta?
Partiamo dall’ultima domanda. Spesso si sente dire che la critica teatrale ha esaurito la sua funzione, che è diventato un mero gioco intellettualistico o di potere. Alcuni ne annunciano la morte. Qualche anno fa durante un Napoli Teatro Festival Italia, Enrico Fiore proclamava affranto e arrabbiato la morte del Teatro. Erano parole dure, erano parole feroci che tradivano una delusione per l’arte teatrale. Eppure il Teatro non  è morto, non lo è ancora e con buona probabilità non lo sarà mai. Lo stesso si può dire per la critica teatrale: non è morta. Esiste ancora. Ma dove si trova? In che fase della sua esistenza?
È chiaro che la critica oggi sta affrontando una rivoluzione legata prima di tutto ai media, ai mezzi di comunicazione. È finita l’egemonia della carta, che sia un libro o un giornale. Si sono aperti altri canali come la televisione e più ancora internet. La critica sta traslocando, non è morta. Sta facendo i conti con un nuovo canale di comunicazione, con un nuovo strumento: la rete, con le sue leggi e le sue dinamiche. È uno spazio altro rispetto a quello in cui la critica era abituata a muoversi. E cosa sta succedendo? Certo si sono profilati nuovi scenari, sono spuntate nuove strade percorse da un esercito di appassionati, di addetti ai lavori, di studiosi preparati ma anche ovviamente di tanti che sfruttano un canale per altri fini o semplicemente improvvisati. Si scrive in rete molto più che sulla carta. E qui si profila un’altra domanda: in che modo la critica teatrale sta vivendo questo cambiamento? Se lo strumento di comunicazione cambia, quanto dell’essenza della critica muta? La critica teatrale è disposta a mettersi in gioco? Quanto sfrutta le potenzialità delle rete? E per potenzialità della rete non si intende la capacità di raggiungere un maggior numero di lettori nel minor tempo possibile e in uno spazio molto più grande ma piuttosto quanto la critica stia sfruttando le capacità linguistiche della rete, la sua grammatica, le sue ortografie. La critica teatrale sta usando il web come fosse un giornale o sta andando alla ricerca di nuove frontiere, di sperimentazioni? Questo non è un aspetto marginale della questione legata alla credibilità della critica teatrale ma probabilmente è una zona in cui addentrarsi per poterne rivalutare la funzione, l’utilità.
Dunque si affaccia la prima domanda: che cos’è la critica teatrale? Qual è il suo rapporto con la pratica teatrale? Sono due vie parallele, destinate a non toccarsi ma a farsi solo cenni da lontano? Il Teatro è l’arte dell’unione. Uno spettacolo è solo una parte di tutto un processo lungo, complesso, articolato in cui anche la critica teatrale è presente. Ma come? Deve essere ancora dall’altro lato del muro? Deve vedere dalla platea? Compilare l’articolo per esprimere un giudizio? Deve condannare o assolvere? Deve testimoniare? Dove deve collocarsi? Può essere un ponte tra l’officina teatrale e lo spettatore? Può unire le tavole di legno e il mare rizomatico della rete o di tutti gli altri strumenti di comunicazione attraverso i quali esprimersi?
Certo il critico teatrale non può essere più un mero cronista, perché il rischio è quello che la sua figura vada a degenerare in giudice, in imprenditore, o semplicemente (ed è la più squallida figura) usurpatore di uno spazio intellettuale comune occupato per soddisfare il proprio ego. Ecco infine che addentrandoci nella regione della critica teatrale non si presentano certezze ma solo domande su domande. Necessarie. Tuttavia un punto di partenza può esserci, forse è possibile riuscire a trovare una base: la necessità di un’etica professionale.

Fabio Rocco Oliva

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