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In uno spazio “senza tempo” il regista  fondatore della compagnia Stabile/Mobile muove le fila di nove personaggi e porta in scena il testo di Oscar Wilde tra ironia, non-sense e colpi di scena.  

Ph. Sante Castignani

Ph. Sante Castignani

È andato in scena ieri, 17 gennaio, al Teatro Sociale di Amelia, nell’ambito della stagione di prosa curata dal Teatro Stabile dell’Umbria, L’importanza di essere Earnest di Oscar Wilde per la regia di Antonio Latella. L’originale commedia dello scrittore e drammaturgo inglese, ambientata in una Londra nell’epoca Vittoriana, racconta ironicamente di due giovani e delle loro vicissitudini per riuscire a sposare le proprie “amate”. Una serie di incomprensioni scaturiranno dall’utilizzo di un finto nome di battesimo: Earnest. Nome importante, che, per le ragazze, è sinonimo di onestà e dunque capace di rendere un uomo degno del matrimonio.
Nella pièce diretta da Latella, due narrazioni parallele ma, al contempo, complementari, catturano l’attenzione del pubblico che si ritrova catapultato in una Londra senza tempo (dell’epoca vittoriana ha solo un vago sentore) in cui ogni personaggio sembra rappresentarne uno diverso (che siano gli anni Cinquanta evocati dal giubbotto nero alla Happy days di Algernoon (Francesco Bolo Rossini) o dalla divisa di Miss Prism (Caterina Fiocchetti) o gli anni Ottanta richiamati dell’abbigliamento di Cecily (Caroline Baglioni) che ricorda quello di una cheerleader americana). Tutti si muovono intorno ad Algernoon e Jack (Stefano Patti) protagonisti principali della scena. Due amici, due amanti, due “vittime” di una diversità – l’omosessualità, celata dietro la loro quotidianità di persone “normali” – che la società (e loro stessi a momenti) fatica ad accettare; due uomini che vivono nella menzogna di chiamarsi “Earnest”, nome appositamente scelto dall’autore per l’assonanza della pronuncia con “honest” (aggettivo qualificativo che si traduce con sincero, probo, onesto) e che i due  useranno come escamotage per conquistare Gwen (Giulia Zeetti) e Cecily  prima che, strada facendo, saranno sopraffatti dal peso che riveste lo stesso nome: entrambi, infatti non solo non sono onesti con le rispettive future spose, ma neanche con la loro natura omosessuale o, probabilmente bisessuale, considerato l’amore che provano per le ragazze. Un amore “trasgressivo”, che vorrebbero liberare e smettere di nascondere.

Ph. Sante Castignani

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La messinscena segue il corso della storia rispettando il testo di Wilde ma il grande lavoro di Latella, a nostro avviso,  è emerso nell’esasperarlo in un estremo e sottile gioco di “continui doppi significati”. Compito non semplice che il regista, però, centra in pieno a partire dal titolo, che traduce ad esclusione  del nome proprio. “Earnest non può essere tradotto in italiano – ci spiega infatti Latella -, sarebbe come privare il termine della sua metà. Ci sono altre parole nel testo che sono intraducibili perché hanno un doppio senso veramente forte. In alcuni casi sono anche delle parole inventate che hanno più significati o sono dei modi di dire e noi non li abbiamo tradotti. Abbiamo voluto lasciare le “più possibilità” di quei termini”.
Altro aspetto che mostra il rispetto del regista nei confronti del  lavoro dell’autore è il sottolineare, con la frivolezza accentuata dei personaggi e i continui stratagemmi volti nascondere la loro natura sessuale o i propri misfatti (come nel caso di Miss Prism che, da giovane, fu rea dell’abbandono del neonato che si scoprirà poi essere proprio Jack), come la società, oggi come ieri, sia superficiale ed impreparata ai cambiamenti e non riesca, perciò, ad accettare colui che diverso non è ma tale appare per ignoranza o paura.
In pieno stile “teatro dell’assurdo”, l’imprevedibilità delle azioni in scena regna sovrana e in qualunque momento aleggia la certezza che tutto possa accadere spezzando la struttura tradizionale dello svolgimento degli eventi: e così ecco i toni di voce alzarsi all’improvviso, i personaggi iniziare, “per absurd”, ad urlare tra di loro o all’unisono; una grande poltrona diventare platea per gli attori e mezzo di trasporto ingombrante che si muove da un angolo all’altro del palco; le scarpe diventare oggetto di scambio tra gli attori, un faro diventare il riflettore da puntarsi reciprocamente contro per catturare l’attenzione su di sé e rendere gli altri comprimari figure marginali o tramutarsi in specchio per rimirare la propria bellezza così avallando la scelta registica di ricordare il legame di Wilde con l’Estetismo di cui l’autore fu il maggiore esponente nell’Inghilterra dell’Ottocento.

Ph. Sante Castignani

Ph. Sante Castignani

Ma Latella non si limita a stupirci con l’absurd e i non-sense, ci sorprende anche rendendo figure fondamentali della scena alcuni oggetti. Valgano ad esempio in tal senso, le piante (grandi, piccole e numerosissime) che dominano il palco ossessivamente e sono una costante della scenografia a tal punto da sembrare una barriera dietro cui (probabilmente) celare superficialità, orientamento sessuale, verità non dette, o per spiare gli altri. Accostata al viso, la pianta diventa una maschera per i personaggi che possono così divenire invisibili agli occhi degli spettatori, quasi a voler distogliere l’attenzione dalla gravità dei propri segreti, ma recata in mano, a viso aperto, si dimostra rappresentativa del proprio essere che esce fuori senza remore. Queste eccentricità, insieme al ritmo veloce dello spettacolo (rallentato solo nel finale durante la scena in cui si scopre che Algernoon e Jack sono fratelli) non lasciano spazio alla monotonia e lo spettatore in sala difficilmente ha modo di distrarsi.
Altro protagonista indiscusso dello spettacolo è l’erotismo che  si manifesta a momenti con discrezione, solo con un gioco di sguardi carichi di desiderio, a momenti palesemente con movimenti provocatori. Nessuno è immune né per età, né per sesso. Donne, uomini, tutti vengono rapiti dalle proprie emozioni e da una libido incontrollabile e, senza pudore e vergogna, si lasciano trasportare da esso non lesinando abbracci, baci o carezze, in nome di  un erotismo che libera la fisicità verso la sperata accettazione dell’amore in tutte le sue forme.
E mentre tutto ciò accade,  a svolgere un ruolo da osservatore e “controllore” è una sentinella (Edoardo Chiabolotti), personaggio originale, aggiunto dal regista che gli affida il compito di registrare  e spiare  tutte le conversazioni fuori scena (ma non fuori palco). E se a Londra (primo atto) funge solo da comparsa, nel secondo (quando la scena è ambientata nella casa di campagna di Jack) si rivelerà anch’egli parte integrante della storia fino a declamarne la chiusura con un “atto poetico” molto profondo.

Francesca Cecchini

Lo spettacolo sarà in scena:
– martedì 19 gennaio alle ore 21 al Teatro Comunale di Todi;
– il 20 gennaio alle ore 21 al Teatro Concordia di Marsciano;
– il 22 gennaio alle ore 21 al Teatro Caporali di Panicale;
– il 24 gennaio alle ore 21 al Teatro Mengoni di Magione;
–  il 28 gennaio alle ore 21 al Teatro Don Bosco di Gualdo Tadino;
– il 29 gennaio alle ore 21 al Teatro degli Illuminati di Città di Castello;
– il 31 gennaio alle ore 17 al Teatro Comunale di Gubbio.
Informazioni e prenotazioni: 075.575421 –  www.teatrostabile.umbria.it

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