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A quattro anni dell’avvio di un nuovo corso per la struttura sita nel cuore di Napoli, e dopo la recente dichiarazione d’uso civico, incontriamo gli operatori che la animano, giorno per giorno, nel nome della partecipazione.

Foto Sabrina Merolla

Foto Sabrina Merolla

Il Filangieri si trova nel vico Giuseppe Maffei, una costola di via dei Tribunali e San Gregorio Armeno; per arrivarci, bisogna avere fiducia nel proprio navigatore satellitare: in una città diversa da Napoli, sarebbe praticamente impensabile l’esistenza di una struttura del genere nel bel mezzo di un reticolato di vicoli larghi non più di un paio di metri. Inutile, però, tentare di classificare Napoli secondo gli schemi (anche solo urbanistici) cui ci abituano altre città: l’Asilo è proprio lì, dove i vicoli fanno spazio a quest’ex orfanotrofio maestoso e magnifico, quasi a premiare chi s’è avventurato fino a quel punto.
Da ormai quasi quattro anni questo luogo è tornato in vita, grazie alla gestione decisa e coordinata di lavoratrici e lavoratori dell’arte della cultura e dello spettacolo, passata prima attraverso una vera e propria occupazione, sulla scia di quanto avvenuto anche a Milano, con Macao, e a Roma, con il Teatro Valle Occupato, all’indomani delle proteste con cui il mondo dell’arte e della cultura tentò la ribellione nei confronti dei tagli decisi dall’allora governo Monti. Una gestione, quella degli abitanti dell’Asilo, interamente fondata sui “tavoli”, assemblee tematiche settimanali pubbliche ed aperte che hanno il compito di elaborare attività e progetti con il contributo di chiunque voglia parteciparvi: la manifestazione più evidente dell’“orizzontalità” che si respira nella struttura. Ed è proprio ad uno di questi tavoli (quello di “arti della scena”) che decido di prendere parte, curioso di capire che cosa avviene in questo spazio di autonomia da poco riconosciuto anche dal Comune; anche questo, come tutti gli altri tavoli, ha una cadenza fissa: ogni martedì pomeriggio all’Asilo si parla di teatro e danza.
Non sembra una riunione formale, per il clima disteso che si respira; eppure, tutti fanno attenzione a non coprire gli interventi degli altri, mentre Maria Pia (una danzatrice, scoprirò poi) stende un vero e proprio verbale della “seduta”. Il paragone che mi viene in mente è quello con alcune caotiche plenarie del Parlamento italiano, lontane anni luce dalla pacatezza con cui ognuno qui espone i propri progetti, chiede aiuto e collaborazione, elenca le proprie necessità organizzative.
Alcune parole tornano nei discorsi con cui provano a raccontarmi cosa significhi l’Asilo, con un entusiasmo che tradisce la passione di quattro anni di sacrifici. “Autogoverno”, ad esempio: un concetto a cui sono molto affezionati: «Siamo una “comunità porosa”», mi spiega Gabriella, anche lei danzatrice, «che si dà delle regole, fissa obiettivi e progetti senza avere bisogno di una direzione artistica. Chiunque può pensare di partecipare alle nostre attività, semplicemente partecipando al tavolo settimanale». Permeabilità e partecipazione: prendo appunti, insistono spesso anche su questi termini. «Oggi non è così difficile che ad una nostra assemblea del lunedì siano presenti solo un paio di persone di quelle che occuparono la struttura il 3 marzo del 2012».

Foto Sabrina Merolla

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Ripenso al decreto ministeriale di luglio scorso con cui sono stati assegnati i fondi al mondo del teatro: la logica era quella di orientare dall’alto le produzioni, imponendo un’ottica “quantitativa” con cui premiare chi era stato in grado di produrre “di più” (ma non necessariamente “meglio”). Esattamente il contrario di quanto avviene qui, dove la creatività viene lasciata libera di “sgorgare” dal basso, fluendo senza i patemi del mercato e dei meccanismi della domanda e dell’offerta. «È proprio così», mi dicono, «e aver ottenuto il riconoscimento dell’uso civico dal Comune ci permette di lavorare con più tranquillità, oggi». Risale ad un paio di settimane fa, infatti, la notizia della delibera comunale, voluta dagli assessori Daniele, Fucito e Piscopo, che ha recepito il sistema di autoregolazione dell’Asilo riconoscendo sia la comunità informale che vi abita, sia il valore artistico, sociale e culturale svolto da questi ragazzi in un quartiere non facile.
Non a caso, si infervorano quando chiedo loro di Lettieri e della sua proposta di spostare lì la fondazione De Filippo: «È una proposta in linea con una certa idea di cultura e di arte, che deve stare sempre lì a chiedere alla politica il “permesso” di esistere; ci siamo opposti alla morte di questo posto quattro anni fa, quando era sede della Fondazione del Forum delle Culture, non lo abbandoneremo ora, anche se chiaramente questi annunci non ci fanno stare tranquilli». D’altronde, di progetti per il quartiere non mancano; è sempre attiva, ad esempio, la Scuola Elementare del Teatro, che tenta di importare nel mondo del palcoscenico El Sistema delle orchestre sudamericane di José Antonio Abreu. «Un metodo, questo, che prova a scavalcare le barriere sociali, basato sulla gratuità e sulla partecipazione»: in pieno spirito-Asilo, insomma.
Mi accomiato, cercando di non disturbare il fluire della discussione sulle future attività in calendario. Resta la sensazione di aver assistito ad un momento di condivisione non scontato, rivoluzionario nelle premesse ma rassicurante nei modi. Un pezzetto di Napoli che rende onore alla sua anima ribelle e creativa, spiazzante nelle sue forme anarchiche, pericolosa per chi dagli opulenti avamposti della borghesia pensa di controllarne flussi e percorsi senza comprenderne lo spirito intimo. È una fortuna ed una speranza, al contempo, che esista un posto come l’Asilo; da apprezzare e coltivare, per evitare che svanisca in rivoli di fumo, tra burocrazia e politica.

Antonio Indolfi

Contatti: http://www.exasilofilangieri.it/

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