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In scena fino al 31 gennaio al Teatro Nuovo di Napoli l’ultima opera del regista romano, per la prima volta alle prese con l’autore irlandese.

Foto Andrea Gatopoulos

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Cosa resta da dire su Aspettando Godot che non sia già stato detto? E quanto senso ha portare ancora in scena questo “sconcertante dramma”, come lo definì Eugenio Montale nella sua recensione per il Corriere dell’aprile 1953? Alla seconda domanda ha provato a rispondere Maurizio Scaparro, il cui Godot è stato invano atteso al Teatro Nuovo di Napoli dal 27 gennaio al 31 dello stesso mese; riguardo la prima si tenterà umilmente qualche piccola argomentazione.
Riassumere la non-trama dell’opera di Beckett sarebbe opera vana: basti dire l’ovvio, ossia che l’aspettativa di questo leggendario Godot (che mai arriva ma che ha sempre il buon cuore di mandare qualcuno per prolungare l’altrui attesa) è il pretesto ed al contempo il simbolo dell’insensatezza del vivere e dell’agire umano; il testo risente della “crisi di senso” seguita alle due Guerre Mondiali e riproduce, spesso in maniera ironica, l’inutile cianciare e l’insensato vagare dell’uomo moderno, sopraffatto dal continuo divenire e incapace di capire se stesso ed il mondo. Scaparro immerge i quattro personaggi in una scenografia surreale, opera di Francesco Bottai, capace di riprodurre la sensazione di non-luogo che Beckett voleva per l’ambientazione della sua opera. L’albero al centro della scena si arricchisce di qualche foglia tra primo e secondo atto, una delle poche prove dello scorrere del tempo per i quattro protagonisti, per il resto immobilizzati e incapaci di orientarsi; le altre cose presenti sul palco (qualche sedia e delle assi) non permettono nessuna collocazione spaziale e il fondale bianco amplifica la sensazione di straniamento. Il Beckett di Scaparro è dunque, fin dalla mise en scène, un Beckett ortodosso, che prova a riportare in scena lo spirito originario dell’autore irlandese, riproducendo lo sgomento dell’uomo al cospetto di una natura incomprensibile e mutevole; impeccabili le prove del cast, adeguatamente valorizzato dal regista romano in tutti i suoi componenti (Antonio Salines è perfetto nel ruolo di Estragone, Luciano Virgilio si dà da fare con puntualità nel recitare Vladimiro).

Foto Andrea Gatopoulos

Foto Andrea Gatopoulos

Quel che funziona meno – il paziente lettore ci perdonerà l’ardire di una simile considerazione – è proprio Beckett. Cos’ha da aggiungere a se stesso in un’epoca, se possibile, più disperata dell’immediato dopoguerra, quando alla morte di Dio ha fatto seguito anche la dipartita di Marx e del suo sogno utopico? Cos’ha ancora da dire Godot, una volta appurato che non giungerà mai a destinazione? La sensazione è quella di assistere ad una caricatura della caricatura: il chiacchiericcio beckettiano, riproduzione volutamente ironica di quello umano, finisce per confondersi con il suo stesso oggetto di scherno, ripetendo all’infinito la dimostrazione di un problema già soluto. Più di tante altre pietre miliari della storia del palcoscenico, Godot finisce così per sentire il peso dell’età; forse perché la paura data dalla perdita di senso è stata sostituita dall’abitudine verso la sua assenza. Alle prime repliche del 1953 gran parte del pubblico fuggiva per il terrore tra primo e secondo atto; oggi nessuno più sembra spaventato, qualcuno sbadiglia, altri addirittura sonnecchia. Non è colpa degli attori né del regista se abbiamo imparato a sopravvivere senza la speranza nell’arrivo di Godot, anzi: e gli applausi finali premiano il giusto sforzo collettivo.

Antonio Indolfi

Teatro Nuovo
Via Montecalvario, 16, 80134 Napoli
Info e prenotazioni: 0814976267 – botteghino@teatronuovonapoli.it – http://www.teatronuovonapoli.it/
Inizio delle rappresentazioni ore 21.00 (feriali), ore 18.30 (domenica)

ph Andrea Gatopoulos

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