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Al Teatro La Perla, in occasione della giornata in cui si sono state ricordate le vittime della Shoah, è andato in scena per la prima volta in Italia la pièce scritta da Tadeusz Slobodzianek. Diretta da Massimiliano Rossi è una grande prova corale di dieci attori, per due ore sempre sul palco. Un grande racconto universale, che meriterebbe di andare ben oltre i limiti di una ricorrenza.

Foto Paola Manfredi

Foto Paola Manfredi

Si avverte un senso di spreco quando ci si sente fortunati per aver assistito ad uno spettacolo teatrale. Sembra una contraddizione ma è così: il più delle volte la fortuna è un concetto che ha un rapporto sinonimico a quello dell’esclusività e, aldilà del narcisismo personale esaltato da un privilegio, l’esclusività non fa mai bene all’arte. Perché una messinscena costata impegno e dedizione a regista, attori e addetti ai lavori, meriterebbe di essere vista da molti a prescindere dal tema trattato, e ne merita ancora di più nel caso in cui si tratti Nasza Klasa (La nostra classe). Andato in scena il 27 e 28 gennaio al Teatro La Perla, con la regia di Massimiliano Rossi, che è anche uno degli interpreti, lo spettacolo è una sintesi precisa di cosa voglia dire la sinergia tra attori sul palco. Dieci interpreti (Angela Rosa D’Auria, Cinzia Annunziata, Giulia De Pascale, Daniele Sannino, Massimiliano Rossi, Raffaele Ausiello, David Power, Pietro Juliano, Nello Provenzano, Peppe Villa), fanno rivivere sul palcoscenico i tragici fatti che si consumarono a Jedwabne, un piccolo paesino polacco, nel luglio del 1941, quando la metà della comunità, circa 1600 uomini, donne e bambini di origine ebraica, venne di fatto massacrata dai “vicini di casa”.

Foto Paola Manfredi

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Un crimine commesso da polacchi ai danni di altri polacchi, svelato come tale solo decine d’anni dopo grazie al lavoro dello storico Jan Gross, essendosi imposta, fino agli anni ’60, la vulgata ufficiale di uno sterminio eseguito dalla Gestapo e la gendarmeria di Hitler. L’allestimento nasce dalla pièce teatrale scritta da Tadeusz Slobodzianek e, dopo aver infiammato l’opinione pubblica internazionale, è arrivato per la prima volta in Italia trovando a Napoli il primo sbocco. Il dispiegarsi della vicenda consiste in una lente di ingrandimento piazzata su una classe scolastica di Jedwabne, all’interno della quale i rapporti umani sono la risultante dei macroprocessi storici che hanno caratterizzato l’Europa, e non solo, nell’ultimo secolo. Un piccolo paesino in cui inizialmente ebrei e cristiani vivono in armonia, rispettando le proprie differenze, prima che il comunismo ed il nazismo si susseguano nell’imporsi, dando vita a una miscela esplosiva le cui conseguenze sulla contemporaneità sono ben note.

Foto Paola Manfredi

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Uno spettacolo corale, si diceva, con i dieci interpreti sempre sul palco ad inscenare, anche grazie al supporto dell’allestimento minimalista ma denso di significato degli Allievi dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, dozzine di situazioni differenti. Da momenti quotidiani di divertimento scolastico in una classe, a quelli di credibilissima violenza in strada, banchetti nuziali ma anche il revisionismo storico materializzato in un carteggio recitato tra chi è rimasto in Polonia e l’unico tra gli ebrei riuscito a fuggire oltreoceano prima della strage, che come noi dovrà attendere anni prima di sapere per che e da chi la sua famiglia sia stata davvero sterminata. Il tutto con il semplice supporto di elementi basilari come banchetti e sedie che gli stessi attori muovono e “riciclano” durante la messa in scena.
E allora perché Nasza Klasa sa di privilegio? Semplicemente perché lo spettacolo sembra essere immeritatamente chiuso negli schemi della Giornata della Memoria. Probabilmente non un caso isolato, sono molte le opere che meriterebbero di oltrepassare le maglie di una ricorrenza programmata, che in quel senso di obbligatorietà trova soprattutto un limite, specie quando, come per questa messinscena, ci si trova davanti ad un racconto universale, dal respiro ampio. Di certo non è questa la sede per una valutazione sulla funzione del 27 gennaio e sul modo in cui la ricorrenza venga celebrata nelle scuole, oltre che dai media (peraltro tema dibattuto da molti negli ultimi anni), ma una cosa è certa: Nasza Klasa avrebbe tutte le caratteristiche per diventare un testo teatrale paradigmatico non solo nell’ambito della sconfinata produzione letteraria sul tema dell’Olocausto, quanto più che altro per la chiarezza con cui rappresenta il buio pesto, la deriva, il baratro in cui può piombare il genere umano quando manipola a proprio piacimento religioni e dottrine politiche. L’augurio è che questo non sia “solo” uno spettacolo per le scuole.

Andrea Parré

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