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Cinque bellissime donne, sicure e piene di sé brillano sul palcoscenico, sono Drag Queen. Ma quando i riflettori si spengono e rientrano in camerino tutto cambia. Occhisulmondo, con sensibilità e attenzione, ci mostra l’intimità di questo mondo tra sacrifici e speranze.

Foto Lucia Baldini

Foto Lucia Baldini

“Non son stata io, io in persona a levarmi questa mattina?
Mi pare di ricordarmi che mi son trovata un po’ diversa.
Ma se non sono la stessa dovrò domandarmi: Chi sono dunque?”.

Come nel racconto di Lewis Carroll del 1865, la protagonista di Alice Dragstore, compie un viaggio nel Paese delle Meraviglie che, però, sul palco è collocato nel più attuale mondo delle Drag Queen. A metterlo in scena, lo scorso 20 febbraio al Teatro Brecht di Perugia, nell’ambito della stagione di prosa curata da Fontemaggiore Centro di Produzione Teatrale, è la Compagnia Occhisulmondo. Nella pièce, il regista, Massimiliano Burini (qui l’intervista), sceglie di cogliere un aspetto più intimo e meno noto delle Divine (di sera, ma uomini ordinari – generalmente – di giorno) soffermandosi su tutto quello che accade prima e durante la “trasformazione” e ponendo particolare attenzione sui rapporti che intercorrono tra le drags, lontano dal pubblico.
Un’intimità narrata con grande sensibilità, dunque, quella su cui si posa lo sguardo mentre l’azione si svolge nello spazio ristretto, ma non angusto, di un camerino dotato di un grande specchio che “snellisce” la quarta parete e regala al pubblico una sensazione di voyerismo, rivolta non a spiare gli altri, ma a specchiarsi di rimando.
Più ci si avvicina alla propria immagine riflessa più si conosce se stessi e più affiorano le debolezze, spesso nascoste e a volte dimenticate, delle drags così come di ciascuno nella vita quotidiana. La “maschera” che indossano le divine per sublimare il loro lato (più) femminile è un’arma pericolosa. Non è possibile indossarla tutta la vita. Può aiutarle ad essere “favolose”, a dimenticare chi sono permettendo loro di entrare meglio nel personaggio scelto ma, alla fine, lì, davanti a quello specchio, che riflette un’immagine reale e che non consente di dimenticare chi si è e da dove si viene, quella maschera deve essere dismessa prima o poi. E il prezzo per tornare ad essere se stessi è, probabilmente, caro.
A sottolineare la natura di quello che potremmo definire un “doppio gioco”, la scelta scenografica di posizionare agli estremi del ripiano dei cosmetici due teste anonime di manichino. Sono identiche ma, per il modo in cui sono state collocate, quasi casualmente, sembrano rappresentare i due volti delle divine: una ha lo sguardo rivolto allo specchio (la drag con la maschera a testa alta, fiera di sé che vuol mostrarsi in tutto il suo splendore al pubblico), l’altra, al contrario, ha il viso rivolto verso la parete (la drag senza maschera che si nasconde alla platea e, forse, a se stessa).

Foto Lucia Baldini

Foto Lucia Baldini

Abiti scintillanti, piume di struzzo, trucchi, profumi, parrucche e sedie dorate invadono il palcoscenico appena il sipario si apre: a dettar le regole di questo microcosmo è lei, The Queen (Amedeo Carlo Capitanelli – la Regina), la divina tra le divine, la Drag per eccellenza. Una vecchia televisione sempre accesa e sintonizzata sulla soap opera “El secreto de Puente Vejo” è il simbolo del suo potere: nessuno può spegnerla perché farlo vorrebbe dire contraddirla. Del resto, come nella telenovela spagnola, in cui la protagonista, la matriarca Donna Francisca, trama continuamente contro chiunque cerchi di minare il suo potere, The Queen esercita un controllo assoluto sulla vita e le scelte delle sue (ben più giovani) colleghe, aiutandole così a “reggere” quella maschera che, pur mostrandone il lato più femminile, ne esaspera, al contempo, le fragilità caratteriali. Costrette un una routine che scandisce la loro grigia quotidianità, vivono l’unico momento di vera libertà espressiva quando escono dal camerino per salire sul palco per esibirsi. Un passaggio, questo, non vissuto dagli attori nella rappresentazione davanti al pubblico ma di cui avremmo apprezzato avere un accenno: sebbene l’intento del regista era quello di descriverne l’intimità propria del “dietro le quinte”, crediamo infatti sarebbe stato interessante, dopo averne sviscerato emotività, insicurezze e fragilità, vedere in scena anche la grinta, la sicurezza e la forza di cui si rivestono le Drag Queen durante l’esibizione.

Foto Lucia Baldini

Foto Lucia Baldini

Dialoghi brillanti, durante i quali sovente ognuna completa il pensiero e la frase dell’altra, si alternano a momenti più intimi di riflessione personale, ma corale resta l’impianto che tutte accoglie pur valorizzandone gli aspetti peculiari e distintivi. E così ecco apparire la fragile ma sorridente Bunny Bell (Daniele Aureli – Bianconiglio), colei che tiene in armonia il gruppo ed è in grado di contenere le intemperanze delle altre; e poi The Caterpillar (Stefano Cristofani – il Bruco) fascinoso e cinico al contempo, sempre pronto a sputar sentenze su tutti; e ancora Mad Pussy (Riccardo Toccacielo – il Cappellaio Matto) l’irascibile, il permaloso, con il suo “pigiamone da bambino poco cresciuto” alla ricerca di una felicità perduta che cela dietro un atteggiamento nevrotico e irritante. Ma a primeggiare su tutte è lei, Alice (Matteo Svolacchia), il cui arrivo  provocherà la rottura di un equilibrio artefatto e la reazione di Queen che – conoscendola –  si ritroverà a doversi confrontare con la figura sbiadita di ciò che lei (lui) stessa è stata un tempo, ovvero un giovane curioso e affascinato da un mondo nuovo, pieno di speranze e sogni.
Solo a questo punto Regina riuscirà a guardarsi allo specchio e, per la prima volta, dopo tanto tempo, a confrontarsi con se stessa. Rammenterà quel “qualcosa che non si può mai ricordare di dimenticare”: il proprio nome, simbolo della sua vera natura. Un ritrovarsi che emerge da un intenso monologo della Divina che mostra il punto di arrivo del percorso delle drags: il passaggio del testimone e la presa di coscienza del proprio essere. The Queen è ormai invecchiata e si ritrova a fare i conti con il tramonto della sua carriera (e della sua convivenza con la maschera). Dopo tanto tempo è arrivato il momento di “abdicare”, dare spazio a nuova linfa, nuova energia, probabilmente rappresentata, nella piéce, proprio da Alice che indirettamente consente a Regina di vedere oltre l’apparenza artefatta che si è costruita addosso. Ora lo specchio le rimanda la sua “immagine” originale: quella di un uomo comune.

Francesca Cecchini

Teatro Brecht
Viale San Sisto, Perugia
contatti Fontemaggiore: 075.5286651 – 075.5289555 (dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 16) – www.fontemaggiore.it

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