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Uno zio con problemi maniaco-depressivi e un diario audio registrato scoperto dopo la sua morte, al centro del lavoro dell’attrice perugina che con questo spettacolo ha vinto il Premio Scenario per Ustica 2015, e si prepara a tornare in scena a partire dal 31 marzo.

Foto Gloria Soverini

Foto Gloria Soverini

Mani strette intorno ad una tazza di caffè bollente. Dritta sulla sedia e sorriso pronto ad accoglierci. Così inizia l’ incontro con Caroline Baglioni. L’attrice teatrale umbra che abbiamo visto sul palco a più riprese e in diversi ruoli, “smessa la maschera” che tanto la fa apprezzare in scena, si apre a noi e ci racconta della sua storia e dello spettacolo che le è valso il Premio Scenario per Ustica 2015 con la seguente motivazione: “Colpisce la trasformazione di un materiale biografico intimo e drammatico in un percorso personale di ricerca performativa: la traccia audio originale di un’esistenza spezzata, come il testamento beckettiano di Krapp, ispira una partitura fisica, gestuale, coreografica in un efficace gioco tra due ambiti scenici che si rivelano anche esistenziali. Un lavoro sulla memoria individuale capace di creare uno spazio di comprensione ed empatia che scuote lo spettatore”. Uno spettacolo di grande intensità che investe lo spettatore con i pensieri e le emozioni di Gianni, zio di Caroline che, dopo una vita di disagio mentale e grandi sofferenze, si tolse la vita. Una vita che non gli permetteva di “stare bene”.
Come inizia ad avvicinarsi al teatro?
Da bambina ero molto introversa. Praticamente – ci dice sorridendo – ero così chiusa in me stessa che non parlavo con nessuno. Mia madre, francese ed abituata che il teatro fosse materia di crescita per un bambino, cosa usuale nel suo paese di origini vicino Parigi, mi iscrisse ad un corso di recitazione. Al’inizio fu un incubo per me e mi ribellavo in tutti i modi ma lei, fortunatamente, non ha mai mollato. Entrai così alla Theamus di Lamberto Maggi  a Ponte San Giovanni (NdR. Scuola di musica e teatro in un quartiere periferico di Perugia). Pian piano ho iniziato ad aprirmi, a fare amicizia e, nel corso del tempo, mi sono legata ad un gruppo di persone. Un gruppo che ha poi lavorato insieme praticamente fino a tre anni fa. Il mio innamoramento per il teatro cresce tanto da decidere di realizzarmi come attrice professionale. Dopo le superiori ho fatto il provino al CUT (NdR. Centro Universitario Teatrale), mi hanno preso e da lì è iniziata la mia “storia”. Per qualche anno ho lavorato in maniera indipendente con una compagnia composta da me e da altri tre ragazzi con cui ho studiato al CUT ma il gruppo, ad un certo punto, si è sciolto e mi sono ritrovata a fare i conti con me stessa. Ne è derivata una grande crisi. Ero molto demoralizzata. Mollo tutto, mi laureo, cerco e trovo lavori fuori dall’ambiente teatrale per un paio di anni finché un giorno, all’improvviso, praticamente a speranze perdute, arriva una chiamata. È La Società dello Spettacolo di Foligno (NdR.  gruppo di ricerca teatrale che opera nel campo del teatro contemporaneo, del video e delle arti della performance sin dal 2007) con la richiesta di Michelangelo Bellani e c.L.Grugher, che mi avevano vista in scena anni prima in Purificati di Sarah Kane,  di partecipare ad una residenza artistica volta a mettere in scena, in seguito, lo spettacolo Carne. È bastata una telefonata per far riaffiorare la mia natura e mi sono licenziata in tronco. Quello era il mio treno e non avevo nessuna intenzione di perderlo! Non mi sono più fermata.
Di tanti personaggi che ha interpretato qual è, finora, quello che, per lei, è il più importante?
Il personaggio che probabilmente mi ha segnato di più durante il mio percorso è proprio Gianni perché è quello che mi ha aperto una “strada”. Grazie a lui ho sentito arrivare uno “scatto” nella mia crescita non solo in qualità di attrice, ma anche di maturità a livello personale. Viverlo mi ha portato a comprendere le fragilità nascoste nell’animo umano.

Foto Gloria Soverini

Foto Gloria Soverini

La drammaturgia di Gianni è sua?
Si. Il testo è tratto da alcune audio cassette che ho ritrovato nella casa di mio zio, Gianni Pampanini. In seguito al suo suicidio la sua casa venne venduta e, mentre impacchettavo alcune cose da portar via, trovai una scatola piena di vinili e audiocassette di artisti di vario genere. Tra queste ce n’erano tre con la scritta “Gianni”. Ovviamente incuriosita ho iniziato ad  ascoltarle e ho realizzato che raccoglievano una sorta di suo monologo-diario. Una vera sorpresa, questo suo fermare il tempo con le parole, che non mi sarei mai aspettata, mista ad una sensazione strana. Ero, infatti, anche un po’ “scandalizzata” perché l’argomento principale era il “sesso” cercato, anelato e di cui parla con un linguaggio, per certi versi, “eccessivo”. Almeno per la sedicenne che ero. Quando abbiamo deciso di metterlo in scena, con La Società dello Spettacolo, le ho trascritte riadattando le sue parole in base alla drammaturgia.
Era la prima volta che si cimentava nella scrittura teatrale?
No, non lo era. Ho sempre avuto la passione per la scrittura e, perciò, ho sempre “scritto”. Ho iniziato più assiduamente dopo aver seguito, tre anni fa, un corso tenuto da Antonio Latella. Il regista istituì un bando nazionale e io rientrai fra i venti partecipanti. Allora, per la prima volta, mi sono cimentata nella scrittura teatrale e l’ho fatto con tanto entusiasmo che mi ha portato a comporre vari testi.
Testi rimasti in fondo ad un cassetto o utilizzati per creare spettacoli?
Il primo, in verità, l’ho scritto con l’intento di riunire il mio primo gruppo di lavoro, quello del CUT di cui ti parlavo prima e con cui avevo condiviso tanto. Ci siamo riuniti, abbiamo iniziato a provare ma, purtroppo, si è fermato tutto lì, a queste prove. Il teatro è una “fede” e i risultati, per averli, occorre aspettarli anche per lungo tempo. È una strada dura a cui ti devi dedicare anima e corpo al cento per cento. Qualcuno di noi studiava, qualcun altro aveva già altri lavori e non siamo riusciti a mettere in scena lo spettacolo e quel testo è ancora lì – ci dice sorridendo con un velo di malinconia -, in un cassetto. Al momento, invece, sto lavorando ad un nuovo testo, Eden, un po’ autobiografico, come sono poi spesso tutti i testi, che vuol essere una riflessione su Dio e sul senso della religione.
Gianni ha avuto un grande successo di pubblico e di critica e tocca un tema delicato come il disagio mentale…
Gianni è un lavoro, secondo me, di grande intensità. La sua forza credo stia nel fatto che parla di una storia realmente accaduta. Gianni era mio zio ed ha vissuto gli ultimi due anni della sua vita a casa mia, con la mia famiglia. Aveva un suo background familiare personale molto difficile e due sorelle che, come lui, avevano problemi mentali. Una delle quali, come accadrà poi anche a Gianni, si era tolta la vita. Un’esperienze terribile che li accumunava. È inspiegabile che tutti e tre fossero segnati da questo destino… Ognuno di noi ha probabilmente un limite nella sua mente che, una volta superato, lo porta a cambiare, ma che tutti e tre siano arrivati a “perdere la razionalità” ha qualcosa dell’incredibile, secondo me.

Foto Gloria Soverini

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Le audiocassette risalgono alla fine degli anni Ottanta. Secondo lei, se Gianni fosse stato seguito in strutture moderne come quelle di oggi e, dunque, con un approccio medico ben differente da quegli anni, le cose sarebbero andate diversamente?
Credo che se Gianni fosse stato seguito in una struttura dei nostri giorni, forse, avrebbe avuto una possibilità di salvarsi. Le condizioni allora non erano sicuramente come quelle che vigono oggi. Era ricoverato in un “repartino”, non era ben trattato… Considera già come è cambiato il nome di queste strutture: da CIM, Centro di Igiene Mentale, a CSM cioè Centro Salute Mentale. Dice tutto sui cambiamenti avvenuti.
Per lei Gianni cosa ha rappresentato nella sua crescita?
Quando morì la madre, Gianni era destinato, non avendo altri parenti stretti in vita, ad essere ricoverato in una apposita struttura. Mio padre decise di aiutarlo, di non lasciarlo solo e di portarlo a vivere con noi di giorno. Durante la notte lo riportava a casa sua e rimaneva a dormire da lui, sacrificando con grande cuore anche un pezzo della sua di vita, con il fermo intento di aiutarlo a sentirsi parte della nostra famiglia. Sai, Gianni era un uomo di grande stazza, alto quasi due metri. Io avevo tredici anni e, a quell’età, era sicuramente un “personaggio” che io temevo. In più, non era il Gianni che aveva registrato quelle audiocassette. Erano passati anni, eravamo nel 1999-2000 e la sua lucidità, i suoi atteggiamenti era andati peggiorando. Non mi ci relazionavo come normalmente si fa con i familiari. Era un rapporto sui generis, ne avevo paura seppur era una persona dotata di immensa bontà e noi tutti gli eravamo molto affezionati. Di lui mi ricordo la grande intelligenza e il suo ripetere spesso che non avrebbe mai avuto una famiglia sua. Questa realizzazione gli provocava una grande sofferenza. In questi momenti di lucidità completa il dolore era costante in lui perché si rendeva conto che non avrebbe mai potuto avere ciò che più desiderava: la “normalità”. Nel quotidiano, alternava a momenti bruschi anche momenti di allegria durante cui cercava un “contatto”, un rapporto con me e mio fratello, ma non era facile per noi, così giovani, relazionarci con lui. Dopo due anni, all’improvviso, è sparito. L’abbiamo cercato ma non è servito a nulla, purtroppo. Lui è andato via perché aveva deciso di compiere il gesto estremo. Era il 2001.
Nei nastri, asseriva prima, il tema ricorrente è il sesso…  
Il suo più grande desiderio era “avere” una donna. Questo desiderio del rapporto sessuale era il riflesso del più ampio rapporto che avrebbe voluto instaurare con una donna. Avere una compagna di vita e non essere solo. Un po’ quello che vogliamo tutti noi…
È stato come conoscere nuovamente e più intimamente una persona che già credeva di conoscere…
Esatto. Il fatto straordinario è stato proprio questo: il vero Gianni l’ho conosciuto solo dopo la sua morte e non mentre viveva in casa con me. E non è stato facile. Nelle cassette si sviluppa un percorso. La prima inizia mentre è in casa, alle due di notte circa, poi si ferma e riprende in un altro momento. A volte specifica data e ora della registrazione, altre è più vago. È stato un grande lavoro ricostruire questo suo “diario”, un lavoro impegnativo ma bellissimo. Sai, ci sono alcune parti in cui lui afferma “Tutto questo che sto vivendo forse a me non servirà ma magari servirà, in qualche misura, a qualcun altro”. In questo a me piace leggere tra le righe una sorta di “chiamata” quasi incosciente che lui rivolge a me.

Foto Gloria Soverini

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Come si è sviluppata la costruzione dello spettacolo?
Lo spettacolo ha avuto un lungo percorso prima di essere completo. Quando l’ho presentato al Premio Scenario, in prima fase, cioè quando si propone un progetto e l’idea di come svilupparlo, mi immaginavo di raccontare Gianni (lui doveva essere il protagonista) facendo ascoltare le sue audiocassette. Io avrei dovuto solo interagire con i nastri come in una sorta di dialogo. La messinscena non ha convinto la giuria e, in fondo, non convinceva neanche me, ma il progetto era stato ritenuto più che valido. Ho iniziato perciò a lavorarci in un’ottica diversa e, alla semifinale ero già diventata Gianni. L’ho fatto mio e la bellezza e la fragilità del lavoro credo stia proprio in questo: vedi Gianni ma vedi anche me e il rapporto che ci lega…
Miriadi di scarpe di ogni genere appaiono ovunque durante lo spettacolo. Rappresentano un ricordo particolare che ha di suo zio? 
Si. Senza raccontarti come si è suicidato, ti dico che Gianni è stato riconosciuto proprio dalle scarpe.
In alcuni momenti lei calza due scarpe differenti ai piedi. Questo perché esistono storie diverse ma parallele o rappresentano l’attimo in cui Caroline si incontra con Gianni?
In una parte del palco è rappresentato il mio spazio. Lì ci sono le scarpe, dunque, i miei ricordi. Ogni volta che scelgo cosa raccontare indosso una scarpa di Gianni (una parte di lui) e una mia (una parte di me). Siamo sempre io, lui e le nostre storie che si incrociano. Poi, a seconda della scena, lo spettatore vedrà in queste scarpe molti altri significati.
Perché non indossa mai un paio di scarpe di Gianni?
Se non ci fosse un qualcosa di me con lui sarebbe un rischio. Gianni è un personaggio talmente forte che mi annienterebbe…

Francesca Cecchini

 

DATE TOURNÉE:
– 31 marzo al Cantiere Florida di Firenze 055.7135357/7130664 – cantiere.florida@elsinor.net
– 1 aprile al Teatro Subasio di Spello 075.5286651 – 075.5289555 (dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 16) – www.fontemaggiore.it
– 2 aprile all’ITC San Lazzaro di Bologna  051.6270150 – biglietteria@itcteatro.it
– 3 aprile al Teatro Comunale Valle di Chiaravalle 071.7451020
– 8 aprile al Teatro delle Briciole di Parma 0521.989430/992044 – biglietteriabriciole@solaresdellearti.it

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