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Al Teatro Bolivar di Napoli, in scena per la prima volta in Italia la storia vera del contadino tedesco che si oppose ad Hitler, tra istinto e coraggio.

Fonte foto Ufficio stampa

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Classe 1982, regista teatrale per scelta ed istinto, metà tedesco e metà olandese, David Jentgens parla un italiano non perfetto ma comprensibile e ha un tono simpatico e mai formale.
Al Teatro Bolivar, lunedì 21 marzo e da mercoledì 23 a domenica 27 marzo 2016, presenterà – all’interno della rassegna Insolite note con la direzione artistica di M’Barka Ben Taleb – il suo prossimo spettacolo Testimone oculare, scritto da Joshua Sobol, che vanta il patrocinio del Comune di Napoli, del Forum Austriaco di cultura di Roma, del Goethe Institute di Napoli e della comunità ebraica di Napoli. Lo spettacolo, per la prima volta in Italia, si ispira alla storia vera di Franz Jägerstätter passato alla storia come il contadino che disse di no a Hitler perché quando nel 1943 fu chiamato alle armi, si rifiutò di combattere per chi deportava bambini e disabili nei campi di concentramento. Per questo, fu processato e condannato a morte e solo dopo molti anni le istituzioni hanno riconosciuto il suo valore attraverso libri, film e dichiarando la sua fattoria monumento nazionale.
QuartaParete ha incontrato David Jentgens, regista dello spettacolo, per farsi raccontare di questo suo nuovo progetto
Come mai per la prima italiana di Testimone oculare ha scelto proprio la città di Napoli?
In verità è Napoli che ha scelto me perché sono stato invitato da Asylum Anteatro ai Vergini (associazione culturale che si occupa della formazione di operatori teatrali) per tenere come docente dei laboratori teatrali. In quest’occasione ho conosciuto dei veri talenti con cui mi è venuta voglia di mettere in scena uno spettacolo e dopo tanto tempo ho pensato al testo di Testimone oculare. Ho scelto questa storia perché finalmente ho trovato le persone giuste con cui rappresentarlo. Inizialmente ero indeciso tra varie opere e poi all’improvviso mi è tornata alla mente la vicenda di Frank Jägerstätter e ora speriamo di organizzare una lunga tournèe.
Quando ha sentito nominare per la prima volta la storia di Franz Jägerstätter?
Undici anni fa lavoravo come assistente alla regia al Theater der Stadt di Heidelberg e lì vidi la versione tedesca di Testimone oculare. A quella messinscena partecipava anche l’autore, Sobol, che conobbi personalmente e cominciai ad approfondire la questione. In seguito, il teatro organizzò nel 2003 un festival a Tel Aviv, dove portammo questo spettacolo. Veniva così presentata la storia di un eroe tedesco di fronte ad un pubblico tedesco. Ho scelto poi io stesso di rappresentarlo perché ritengo sia innanzitutto un bel testo teatrale e perché mi interessa porre l’accento su alcuni aspetti della Seconda Guerra Mondiale. Nello specifico, io sono tedesco per parte di padre ed olandese da parte materna e le mie due famiglie hanno vissuto questo conflitto da due aspetti diversi. Mio nonno paterno, che è tedesco, è stato arruolato nell’esercito e mi ha sempre detto in maniera frettolosa e confusa di non aver mai saputo nulla delle atrocità e di ciò che avveniva nei campi di concentramento. Invece mio nonno materno, che è olandese, al contrario mi ha rivelato che suo padre ad Amsterdam nascondeva gli ebrei in casa. Da questo punto di vista, vivo una specie di contrasto in famiglia e sento anche il desiderio di far sapere che gli eroi ci sono in qualunque posto ed anche in quel preciso momento storico ci sono tedeschi che si sono contraddistinti per aver detto no a Hitler. Uno di questi è Frank Jägerstätter che si è opposto al sistema contrariamente a mio nonno che preferisce raccontare e raccontarsi una bugia.

Fonte foto Ufficio stampa

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Cosa rappresenta per lei oggi il coraggio di quest’uomo semplice, di questo contadino che ha saputo dire no?
Personalmente mi ha colpito la sua storia e la scelta che ha fatto. Ognuno di noi è responsabile delle proprie scelte ed anche se segui il flusso o la corrente predominante in quel momento, compi una scelta di cui sei responsabile. Sei sempre tu che devi imporre il tuo punto di vista, così come ha fatto Frank Jägerstätter. Lui è riuscito a non tradire la sua intelligenza emozionale. Lui sa perché ha visto i treni che portavano via i bambini e i disabili che non avevano colpe e non facevano del male a nessuno. A quel punto ha deciso di non chiudere gli occhi e seguire la massa perché sapeva che sarebbe andato anche contro se stesso e le sue idee. Lui ha scelto di non vivere questa bugia e ha preferito morire piuttosto che tradire la sua capacità di osservare la verità. Nonostante tante persone cercarono di convincerlo a partire per la guerra, in lui prevalse il sano e santo istinto umano.
Per lei oggi esiste un uomo, una personalità celebre o meno, che si è distinto nel valore e nel coraggio come Franz Jägerstätter?
Si, conosco tante persone come lui e sono sia grandi nomi, come Nelson Mandela, che gente comune che decide di abbandonare la propria vanità a favore del bene comune. Per fortuna incontro sempre più eroi, anche per strada, ed avuto modo di conoscere il coraggio dei miei attori (in o.a. Emanuele D’Errico, Rebecca Furfaro, Antonio Grimaldi, Ettore Nigro, Monica Palomby, David Power, Teresa Raiano, Dario Rea, Margherita Romeo, Arturo Scognamiglio) che sentono, vivono l’emozione di questo spettacolo per il benessere della comunità che verrà a vederli. Ho molto rispetto per questo gruppo che ha la forza di immedesimarsi completamente per diventare a loro volta eroi e raccontare questa storia.
Testimone oculare è la sua 22esima prova come regista in soli dieci anni di carriera. Lei ha lavorato in tanti paesi europei, confrontandosi con David Boucheri, Matthias Brenner, Günther Beelitz. Ma cosa l’ha spinta ad entrare nel mondo del teatro?
Sicuramente la voglia di condividere le storie e di dare il massimo come regista, aiutando gli attori a sbloccarsi. Quello che più mi interessa, infatti, è la ricerca su come liberare gli attori per essere più umani sulla scena e dare il massimo nella capacità di raccontare una storia. Questa è una ricerca senza fine che mi affascina molto ed il cui lavoro rende possibile uno scambio reale tra il pubblico e i protagonisti sul palco. È indispensabile affinché si crei un’empatia tale che non è possibile avere al cinema soprattutto perché un film si gira una volta sola e basta. Invece a me piace “rifare” uno spettacolo in modo da vedere ad ogni replica una rinnovata empatia.

Gabriella Galbiati

 

 

Teatro Bolivar di Materdei
via Bartolomeo Caracciolo 30, Napoli
Orarai: lunedì, mercoledì, venerdì e domenica ore 20.45; giovedì e sabato ore 19)
Contatti: www.etes.it – 081 544 2616 – www.teatrobolivar.com

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