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Al Teatro San Ferdinando, il testo di George Bernard Shaw da Londra si trasferisce in terra partenopea attraverso l’originalissima riscrittura di Manlio Santanelli per la regia di Benedetto Sicca.

Foto Marco Ghidelli

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Pygmalion, commedia in cinque atti di George Bernard Shaw. Atto I. Londra ore 23:15, piove a dirotto. Il portico della cattedrale di Saint Paul è pieno di persone, His Majesty’s Theatre 11 aprile 1914. A distanza di oltre un secolo, è ancora la pioggia battente, come per il debutto, a segnare l’incipit di Pigmalione, nella felice trasposizione di Manlio Santanelli, per la regia di Benedetto Sicca, in scena al San Ferdinando di Napoli fino al 20 Marzo. Qui cambiano i luoghi, le lingue, gli umori. E se con la riscrittura del drammaturgo partenopeo ci si trasferisce da Londra a Napoli, i protagonisti della pièce dell’autore irlandese, mutano. Il prof. Higgins, sua madre e la governante Pearce, la fioraia Liza, il colonnello Pickering, diventano rispettivamente il prof Puoti (Paolo Serra), Giacinta Puoti e la signora Verdiani (Antonella Stefanucci), Luisa (Gaia Aprea) e il colonnello Maffei (Fabio Cocifoglia). Uno stravolgimento di forma ma non di contenuto. L’archetipo di riferimento è rimasto lo stesso, quello tramandato da Ovidio: l’amore di Pigmalione per la sua statua eburnea, Galatea.
Al teatro San Ferdinando, un giovane (Riccardo Zamuner), con il suo violino, avanza in proscenio, si siede e la strada si colora di rumori e di voci: “Accatatev e gerbere”, grida Luisa, la fioraia. Colpisce subito l’eloquio gergale della giovane che, con le sue singolari espressioni – “il pissi pissi”, io non ho pipitiato, non ho detto una vrenzola di parola – stupisce ed interessa il professore di fonetica, Ermete Puoti, autore dell’Alfabeto Universale Puoti, capace di comprendere la provenienza di ognuno in base alla propria “parlata”. Ma sebbene lo slang della fioraia, non lasci percepire inflessioni riconoscibili come caratterizzanti dei vari quartieri napoletani, il professore stabilisce che Luisa si esprime con accenti tipici del quartiere lavinaio. La commistura tra neologismi e termini di tradizione, cari al drammaturgo partenopeo, si intersecano ed affiorano dalle varie stratificazioni e contaminazioni di cui si nutre quell’organismo vivente, chiamato lingua. Ed è proprio la tessitura linguistica della drammaturgia, la cifra più significativa di questa messinscena. Manlio Santanelli, maestro nel plasmare e manipolare le parole, pensate per la scena, crea onde prorompenti del dire che si dipanano in una piacevole e vivace phonè, a cui sottende un attento studio di ricerca filologica. Di questa lingua brillante e insistente se ne vorrebbe seguire ogni sfumatura ma le voci altisonanti degli attori, si coprono reciprocamente e con il sottofondo musicale del violino, ne consegue una ricezione a dir poco disturbata. La peculiare sottile ironia di Santanelli attraversa anche questa sua scrittura, quasi a voler sottolineare certe avventate invenzioni di una napoletanità surrogata che si identifica in un idioma, talvolta paradossale e ridicolo, frutto di crasi arbitrariamente composte e impropriamente riconosciute.

Foto Marco Ghidelli

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Shaw e Santanelli, così lontani temporalmente, si rivelano, per certi aspetti, simili, nell’essere ambedue: “maestri nel costruire dialoghi brillanti e paradossali”. La lingua, si sa, definisce la formazione di un popolo. Quella stessa lingua che assimila identità, affermando appartenenza, si pone come strumento di potere, che si impone sottolineando distanze. Differenze. E la fioraia subisce, in virtù della sua lingua materna, non omologata, la pesante discriminazione mal tollerata dai tanti della storia. Come la Cassandra di Eschilo “incomprensibile come una rondine”, la barbara della Colchide, e il cucciolo d’uomo Calibano, assoggettati e scolpiti anch’essi da Pigmalioni diversi ma, ciascuno a suo modo, ugualmente crudeli. La fioraia, fidandosi dell’esperto Puoti, si propone come sua allieva, per migliorarsi nei modi e nel versante espressivo verbale, dichiarandosi paghevole e disponevole al pagazio. Puoti compiaciuto nella sua vanità, reputa quella cucciola di vaiassa, Luisa, corpo di Napoli, un interessante esperimento di studio per la scienza del linguaggio. È con il colonnello Maffei, anche lui specialista di fonetica e di pronuncia, autore di “Parlare in sanscrito”, studioso dei dialetti indiani, che Puoti scommette di trasformare, in soli sei mesi, un aborto in duchessa. Maffei, mostrandosi impersonale sia come uomo che come professionista, definisce la giovane come un pezzo di creta che presto assumerà la forma che il suo Pigmalione vorrà darle. Anche la madre e la governante Verdiani accettano di interessarsi alla rozza fioraia, impegnandosi entrambe, personalmente, in questa ingenerosa adozione.
Nella cerimonia della trasformazione, come per “un bagno lustrale”nella vasca fumante, la Verdiani si approccia alla semplice ragazza, esempio di onestitudine e di scornosità, indossando dei lunghi guanti bianchi come per l’autopsia o la vivisezione di un cavia di laboratorio. La pioggia, l’acqua, gli ombrelli, il mobilio e le quinte prendono parte ad un gioco di trasparenze, dettato dalla scenografia,  che concede la visione contemporanea dei vari piani scenici, a partire dal proscenio fino ad arrivare sul fondo. L’assito appare come incartato da veline traslucide che sigillano un mondo ripiegato su se stesso e forzatamente terso. È una vetrina che fissa un mondo effimero, asettico, con persone-manichini rinchiusi in bella mostra. Qui ogni cosa, al contrario, si rivela opaco, dai rapporti sociali alle relazioni interpersonali: tra allieva e maestro, tra figlio e madre, tra figlia e padre. Puoti è un Pigmalione che non crea, perché ingeneroso e sterile nel cuore, troppo concentrato ad essere ancora figlio di una madre rigida ed egocentrica. Luisa, di contro, non è stata mai figlia, ma da sempre madre di se stessa. E forse anche di suo padre, pronto ad usarla e a imprestarla “per cinquanta lire”.

Foto Marco Ghidelli

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Sul finale, mentre Luisa ritorna in proscenio e il prof Puoti rimane nel ”salotto bene”, la tela cristallina si solleva, fermandosi a metà: una situazione dai tratti ibridi ecco crearsi. Nessuno dei protagonisti è più com’era in origine ma nemmeno si è trasformato completamente. Tutti si sono contaminati. Nei rapporti, nella lingua; tra Alto e Basso di sentimenti e morale. Perfino l’elegante signorina Elide (Autilia Ranieri),con il suo frivolo e raffinato cappellino dalla tinta tenue, si conformerà, per un momento, ai modi dell’ordinaria fioraia. E mentre Luisa parla come una vera donna de garbo goldoniana, esibendo il sistema fonologico di Dante,Leopardi e Manzoni, le sfugge un “faciuto” di troppo, che svela ancora la sua vera identità, la sua essenza vitale.
La pioggia viva, che inizialmente sfiorava gli ombrelli, diventa ora stagnante. Anche l’imponente lampadario bianco, posto al centro della scenografia, simbolo della opulenta borghesia, è calato e ha perso pezzi e smalto. Così come è accaduto a molti dei protagonisti. Seduti su dei massi (di pietra o di marmo, per richiamare forse l’arte scultorea), il pigmalione-Puoti e la sua creatura, duettano in un serrato battibecco. Luisa, rigida, in un abito lungo, che quasi l’immobilizza, con le sue maniche lunghissime, rimpiange e rivendica la sua primitiva natura, sentendosi vittima di una meschina “storia di scommessa”. Ermete Puoti per la fioraia è un camorrista prevaricatore, uno schiacciasassi, al quale oramai si ribella: “Non voglio essere calpestata, perché non sono rimasta con il cestino di fiori? Vorrei essere morta”. Oramai lo pseudo-Pigmalione, confida alla sua “Galatea”di sentirne la mancanza:“ero abituato alla tua voce”, ma è palese, che ciò che gli manca è soltanto un tassello utile alle sue abitudini quotidiane. Ancora una volta in ribalta, Luisa inizia a cantare, con un tono, che, ricorda, non a caso, la Polly brechtiana e dichiara di scegliere come compagno di vita, l’evanescente Federico Giliberti (Gianluca Musiu), che fin dal primo incontro, l’ha riconosciuta semplicemente come persona, con i suoi fiori e la sua “parlata” fuori dal comune. La regia di Benedetto Sicca, percorrendo strade già selciate, si perde in tempi troppo dilatati facendo perdere l’attenzione su un lavoro attorale omogeneo e di sicuro impegno dell’intero cast (Francesca De Nicolais, nelle vesti di Filomena e Nepommuck e Federica Sandrini, che interpreta Clara e la moglie del console).. Interessanti, le uscite e gli ingressi degli attori, che si muovono percorrendo linee rette per entrare dal proscenio nella parte centrale della scena, ossia per “entrare” verso un esterno, attraversando una soglia, un passaggio obbligato tra l’ apparente marcata trasparenza e la discreta veridicità celata.

Antonella Rossetti

Teatro San Ferdinando
contatti: 081 551 33 96 –  biglietteria@teatrostabilenapoli.it – http://www.teatrostabilenapoli.it/

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