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La guerra domestica di due giovani coppie al centro del lavoro scritto e diretto dal regista genovese in scena sul palco del Teatro Nuovo di Napoli dal 16 al 20 marzo, con una commedia dalle tinte noir.

Fonte foto Ufficio stampa

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Lui si aggira per casa in pigiama, tra il divano e la poltrona del salotto, luogo e gabbia all’interno del quale è racchiusa la sua quotidianità, i suoi pensieri, i suoi bisogni e soprattutto le sue paure. Paure che affiorano non appena il suo sguardo si affaccia allo spioncino della porta e nota che ad abitare sullo stesso pianerottolo sono venuti dei nuovi vicini. L’elemento di disturbo che metterà in crisi una banale e sommessa quiete di coppia è subito presentato e manifestato dal testo che fa recitare a Lui (Fausto Paravidino): «Ho visto i vicini» e a Greta (Iris Fusetti), sua compagna di vita: «Di cosa hai paura?».
A spiare dall’occhiello di quella porta, è il pubblico che, pur restando fuori, in punta di piedi entra in quell’intimità, diventando esso stesso il vicino di turno, quell’altro così diverso e pur così labilmente uguale che si ha timore d’incontrare. La porta è la soglia dei limiti entro e fuori dalla quale accade tutto. Simbolo del confine di paure e desideri che da essa entrano e da essa vengono cacciati, è illuminata come protagonista dalle luci di Lorenzo Carlucci, abile nel creare un montaggio visivo e un raccordo emotivo che alterni momenti di suspense e tensione a periodi più distesi, laddove la messinscena di Paravidino si diverte ad allestire una commedia dalle tinte fosche.

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Ma se la paura è dettata dal proprio simile, Chiara (Sara Putignano) e suo marito (Davide Lorino), un Altro Lui, presenze scomode, subìti e vissuti, in un primo momento, come minaccia, anche l’invisibile e il soprannaturale cominciano ad attanagliare la mente di una dei protagonisti, Greta. Un sogno che diventa una visione, un fantasma, quello della Vecchia (Barbara Moselli), la vicina che precedentemente abitava accanto a loro, le invade i pensieri. E così, in un continuo sovvertimento delle parti, prima è Lui ad essere impaurito e a poltrire in casa, poi Greta, prima è la coppia a vivere la crisi, per poi riversarla addosso ai dirimpettai. Le due donne si mescolano i pensieri, se li prestano e vivono le stesse allucinazioni paranormali. Sono le uniche ad avere un’identità nominale nella scrittura e a tratti, pur mantenendo la loro diversità, sembrano fondersi in un’unica entità che rende il loro ruolo più forte. Forse è per questa ragione che, ad un certo punto, Greta parla fuori di sé, agli altri, raccontando. La sola che avrebbe potuto farlo, la sola consapevole di ciò che sta avvenendo, la sola, insieme al suo doppio Chiara, che vede il fantasma. Ed è la Vecchia, dopo averla terrorizzata, a regalare a lei e a tutti una confessione in cui scioglie le paure collettive e disvela il mistero attorno a quella porta, quinta teatrale della vita, dalla quale far entrare ed uscire poche persone, solo quelle che si scelgono. La Vecchia parla della guerra e di ciò che resta di ritorno dalla guerra, una guerra tra gli uomini e una guerra della mente, come quella che s’innesca a cena tra Lui e il marito di Chiara, in cui preda e cacciatore si rincorrono e si feriscono a vicenda attraverso la penna cerebrale ed indagatoria di Paravidino. Un momento nel quale la spavalderia dell’uno e le nevrosi dell’altro si rimbeccano fino a cercare un punto di rottura, da cui far partire il cambiamento.

Fonte foto Ufficio stampa

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Tra realtà e sogno, o per meglio dire incubo, è impiantata la regia, tesa quasi al surreale, non mancando d’inserire momenti molto veri, affidati al corpo e all’intensità degli attori e alle parole del drammaturgo, capace di attimi di ironia, profonda riflessione, inquietudine per mezzo di un flusso di battute mordaci e sottili. Certo la pienezza e la ricchezza del testo creano, a volte, un meccanismo farraginoso, nel quale non ha concorso a dare fluidità un genere, più abitato al cinema che sulle tavole del palcoscenico, quasi sospeso tra thriller e dramma psicologico. Complesso e coraggioso I Vicini non smentisce la prima esigenza del teatro, la sua natura di gioco, un gioco che si fa tutti insieme, un gioco in cui anche l’irrappresentabilità, quale quella di un fantasma, è presa un po’ in giro, decidendo infatti di rappresentarla in carne ed ossa, mediante quello che, più che un personaggio, sembra assumere una funzione all’interno dell’impianto, così come funzioni necessarie sono quelle assunte dai protagonisti maschili per far vivere Greta e Chiara.
Un gioco che come ha ricordato lo stesso Paravidino, nell’incontro tenuto all’ex-Asilo Filangieri, giovedì pomeriggio 17 marzo, parte da una scintilla. Quella creazione diventa, a sua volta, scrittura che trova forma viva nella compagnia e nello spettacolo da presentare al  pubblico. Un pubblico che entra a far parte del gioco, partecipandovi e avendo il potere di modificare ciò che accade sul palco, lì per lì e nel futuro, ma a cui viene donata anche la grande opportunità di modificarsi stando seduto in platea, nel buio della sala, appena dischiuso il sipario.

 

Antonella D’Arco

Teatro Nuovo di Napoli
Via Montecalvario 16, Napoli
contatti: 0814976267 – botteghino@teatronuovonapoli.it
Orario spettacoli:dal martedì al sabato ore 21.00; domenica ore 18.30

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