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Per la rassegna de Il Teatro cerca Casa, nella squisita cornice porticese di casa Bonadies, Lello Serao ed Alessia Sirano portano in scena il dramma di Charlie Gordon, lo stupido genio nato dall’intuizione letteraria di Daniel Keyes.

Fonte foto Ufficio stampa

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La bellezza, il diretto e dirompente squarcio di ogni diaframma, la verità cruda e lirica messa in campo in un tempo solo: è tutto ciò l’esperienza de Il Teatro cerca Casa, rassegna teatrale ideata da Manlio Santanelli e giunta – peraltro anche in buona salute – ormai alla IV edizione; in special modo se, a condurre la ristretta platea verso la magia veggente ed evocatrice del teatro interviene, in qualità di medium, Lello Serao, il quale, accompagnato in scena da Alessia Sirano, firma la regia di Il labirinto, drammaturgia di Giuliano Longone liberamente ispirata al romanzo dello scrittore statunitense Keyes Fiori per Algernon.
L’opera di Keyes, disarmante e meravigliosa – di una meraviglia che ferisce, però – ha il grande merito di raccontare, in maniera emozionante e coinvolgente, una storia verosimile e oscura, quella di Charlie Gordon, uno stupido, un minus habens, un ritardato mentale marginalizzato dalla sua stessa famiglia, banale nucleo familiare succube della communis opinio secondo la quale i disabili, figli di un dio minore, rappresentassero, nell’America a cavallo tra gli anni ’50 e gli anni ’60, un intralcio lungo la via del progresso eugenetico propagandato da pubblicità e mass media; il mito capitalistico del benessere e della perfetta costituzione fisica cominciava ad affermarsi come tratto peculiare e fondamentale della cultura a stelle e strisce, dando il via agli esiti parossistici degli abusi estetici che ancora oggi inquinano fino al midollo la contemporanea società dell’immagine.
Ma Charlie, pur nella sua congenita disabilità mentale – e pur in un tale contesto di abbruttimento e alienazione umana – è uno stupido che sa provare del bene: egli percepisce il suo stato di diversità, la sua ottusità, e desidera con tutte le forze porvi un rimedio; nella sua semplice mente lo sviluppo dell’intelligenza sembra a lui l’unica strada per poter riuscire finalmente a cogliere l’amore di sua madre – cui sogna di dire “guardami, non sono più un ritardato mentale, io sono un genio” –, il sincero affetto di chi lo circonda, la genuina bontà di un amico.
Finisce, per questo, per essere abbandonato dai suoi “cari” alle cure di un team di professori della scuola Warren, i quali, attraverso il ricorso alla terapia dell’elettroshock, si premurano di mettere a soqquadro il suo cervello per farlo “diventare intelligente“.

Fonte foto Ufficio stampa

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A poco a poco la capacità intellettive del paziente (ma si farebbe meglio a dire cavia) cominciano a migliorare: attraverso una serie di rapporti scritti – e infatti il romanzo ha struttura diaristica, mentre la messinscena riesce a rendere questo artificio dell’intreccio attraverso il ricorso alla tecnica del flashback – Charlie racconta dei suoi progressi, che si ripercuotono tanto sulle sue capacità cognitive – al punto che i suoi pensieri si fanno via via più complessi, fino a giungere alla conoscenza piena e compiuta di tutto lo scibile umano – quanto su quelle comunicative – l’affrancamento dalle cui difficoltà, manifestandosi soprattutto nell’uso di una ineccepibile grammatica e nell’abbandono del tono puerile e irrazionale precedente, rappresenta il vero punto di svolta e di uscita dallo stato di minorità.
E un amico c’è davvero: Algernon, il topolino, la cavia, l’animaletto divenuto intelligente con l’elettroshock, un piccolo Charlie; e c’è finanche una donna, miss Kinnian, la sua insegnante, con la quale il rapporto evolve lentamente fino a poter esser definito in qualche modo amore.
Presto, però, lo sviluppo abnorme e oltremodo repentino della sua intelligenza – Platone e la matematica, la fisica e Kant, le lingue tutte – lo condurrà sull’orlo dell’abisso, permettendogli di comprendere compiutamente ciò che in precedenza non avrebbe mai potuto figurarsi: se la sua stupidità precedente veniva additata e derisa, la condizione presente di onniscienza non da meno lo esclude dal consesso dell’umanità; se agli uomini della strada egli appare oramai come insopportabilmente ed eccessivamente saggio, agli stessi scienziati, cinici e disumanizzati, egli sembra nulla più che mero esperimento scientifico. Il solo Algernon, col quale gioca a risolvere labirinti, pur chiuso nella sua piccola gabbietta, sembra intessere con lui un rapporti veramente umano, a testimonianza del fatto che può esserci comunità anche senza parola.
Una fine faticosa per scrittore ed attore: Charlie Gordon è giunto a comprendere tutto, anche che l’intervento clinico sul suo cervello non avrà carattere perenne; il topolino, via via più nevrotico e instabile, ha mostrato un evidente decadimento dell’intelligenza, fino al giorno in cui, sporco dei suoi stessi escrementi, è morto. E lui, grande topo e grande genio indotto, sarà costretto ad accettare la sua regressione, il suo passo del gambero, il suo ritorno nell’inferno della demenza, chiudendo così il suo intreccio col topino, al quale son dedicati i suoi ultimi pensieri: “Per piaccere se posono metano cualke fiore su la tomba di Algernon nel kortile“.

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A casa Bonadies Lello Serao è Charlie Gordon: claudicante e affannoso, egli si porta su una scena sobria, empiendola presto coi suoi movimenti difficili, con le sue lucide farneticazioni, con la sua stupida bontà e la palpitante ferita della solitudine e dell’impossibilità di avere una comunicazione vera con gli altri.
Il bisogno di essere amati parla chiaro con le sue parole, e la sua recitazione vigorosa e ricca di tensione finisce per generare un’autenticità deprimente ma per questo ancora più incisiva negli animi degli spettatori, sollevando nella platea tutta una serie di temi sui quali ancora oggi il dibattito è più che mai acceso, come quello sull’intelligenza che, a un tempo, può essere strumento inclusivo e di comunione così come di allontanamento tra le persone – facendo del troppo saggio un eremita senza via d’uscita – oppure quello sulla necessità di identificare con assoluta certezza il limite che la scienza non deve e non può oltrepassare in alcun modo.
La sua prova potente, tanto più credibile quanto più vicina alla resa plastica in scena della disabilità, è completata da una Alessia Sirano, esattamente al suo opposto, piana e leggera a posarsi sulle cose e sulle parole, che appare e scompare in scena con una leggiadria tutta femminile, che ben sa misurare le parole e i silenzi.
E non è tanto l’applauso finale, lungo e convinto, che testimonia la bontà e il trasporto cui costringe la messinscena. Sono i cinque minuti che seguono la fine a dare ancor più valore a Il labirinto: lo spettatore è quasi immobilizzato, meditabondo e solo. C’è un Charlie Gordon dentro ognuno di noi. C’è un labirinto dentro ognuno di noi.

Antonio Stornaiuolo

Il Teatro cerca casa
contatti: www.ilteatrocercacasa.it

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