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In scena ad Officina Teatro di Caserta, lo scorso 19 e 20 marzo, il testo scritto da Carlotta Corradi nel 2013 per indagare le relazioni personali e amicali, non senza bugie e verità nascoste.

Foto Laila Pozzo

Foto Laila Pozzo

Sulla scena due donne, vestite con aplomb british, si trovano l’una di specchio all’altra. Ridacchiano dell’ultimo scoop sulla celebrità di turno, ma una sottesa tensione tra di loro si avverte non appena prendono posto al tavolo da gioco. Stavolta sono l’una di fronte all’altra, faccia a faccia: ha inizio la partita di carte.
Comincia così Peli, spettacolo scritto da Carlotta Corradi – per “Nuove Drammaturgie in Scena”, a cura di Rodolfo di Giammarco in collaborazione con la Fondazione Romaeuropa e Atcl Lazio – e diretto da Veronica Cruciani, che affidano alla scena Alex Cendron e Alessandro Riceci nei panni di due amiche di vecchia data, intente a giocare a burraco, un gioco noioso se fatto solo in due. Non a caso Rossella (Alessandro Riceci) rimprovera l’assenza delle altre amiche, ognuna delle quali ha trovato una scusa, palesemente una bugia, per non essere presente all’incontro settimanale. E mentre Rossella incalza sulle assenti, Elena e Susanna, Melania (Alex Cendron), distrattamente, cerca banali giustificazioni al loro comportamento. Ma la conversazione, che solo in apparenza è costruita su frivole chiacchiere tra amiche, a poco a poco, trasforma quella leggerezza in insinuazione. Rimbeccandosi a vicenda le donne recriminano tutto il non detto tra di loro e l’oscuro delle esistenze di entrambe, quel celato, mal nascosto emerge svelando l’inconsolabile solitudine di Melania, dopo la perdita del suo compagno Neri e le continue delusioni di Rossella che dorme accanto ad un uomo che non ama. Ad esser tirata in ballo, però, è anche la frustrazione di due madri, insoddisfatte, chi per una figlia di cui si sente l’insopportabile mancanza e chi per un figlio che finge di esser qualcuno che non è, soltanto per compiacere i genitori a costo della sua felicità.
La guerra verbale è in atto; e si manifesta anche laddove c’è un’interruzione del flusso narrativo attraverso un cambio di luci e musica più spinti a sottolineare un gesto, prima di un personaggio e poi dell’altro, sebbene in questo frangente si abbia come l’impressione di uno scollamento nella cifra stilistica della regia firmata dalla Cruciani, che ha voluto evidenziare due frammenti necessari allo spettacolo, ma lontani dalla modalità espressiva usata fino ad allora.

Foto Laila Pozzo

Foto Laila Pozzo

La messinscena è orchestrata da suoni e silenzi che scandiscono stati d’animo e atmosfere, accompagnando il testo di Corradi, acuto ed elegante, e incorniciando toni ed intenzioni. A sancire una momentanea tregua sono infatti proprio quegli attimi di silenzio in cui Melania e Rossella vivono il rituale del tè. Attimi che rimbombano come un gong sul quadrato del palcoscenico che, negli occhi ora, disegna un ring, i cui confini sono definitivamente sanciti dalla battuta di Rossella: «Non mi va più di giocare!». Da quel momento in poi si fa sul serio. Le due signore borghesi, impettite, integerrime nel non voler raccontare le proprie debolezze, si spogliano degli abiti, e non solo metaforicamente, slacciando ogni costrizione fisica, mentale e morale che le aveva ingabbiate da anni. I personaggi ingaggiano una lotta col corpo che in tutta la sua forza esprime il legame che li unisce. Si ritrovano nudi, nei pensieri, come due solitudini a confronto e si riconoscono nel ricordo della loro amicizia.
Gli attori danno un’abile prova di sé. Nel passaggio dai costumi di Melania e Rossella alla natura di uomini, mostrano di non tradire mai l’essenza del personaggio, all’interno del gioco teatrale che ha voluto contrapporre il raziocino con l’identità femminile e l’istinto con quella maschile. D’altronde è la stessa Melania a riconoscerlo e a farsi portavoce dell’autrice che le mette in bocca queste parole: «Preferisco gli uomini, se soffrono non ce la fanno. È più naturale». Naturali e veri come i peli, una parola che a Rossella ripugna, ma che è l’emblema del primo grande mascheramento a cui una donna è costretta dai canoni di un’estetica diffusa ed imposta. Qui il concetto è riferito ad una etica comune e un comportamento perbenista a cui la donna sottostà. Difatti, nella faticosa e scomoda ricerca della verità, che si conosce, ma non si vuole dire, è Rossella, più della sua compagna, che compie la difficile risalita attraverso se stessa e il suo passato, con un’intesa delicatezza che le regala l’attore Alessandro Riceci.

Antonella D’Arco

Officina Teatro
Via degli Antichi Platani 10, Caserta
contatti: 0823 363066 – www.officinateatro.com

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