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L’opera dell’autore siciliano diventa pretesto per una riflessione che investe la realtà teatrale contemporanea lasciando un interrogativo irrisolto: “Che senso ha se a salvarmi sono solo io?”

La copertina dell'opera

L’opera

Nei giorni scorsi ho avuto l’opportunità di partecipare a Teatro Match, il format ideato da Gianmarco Cesario e tenutosi allo spazio Nea di piazza Bellini, nel quale a turno si difendono autori teatrali italiani e stranieri, di ogni epoca. Come in un processo, a turno i difensori fanno le loro arringhe e gli attori recitano stralci delle opere. Mi è capitato di parlare di Giovanni Verga e di una delle sue opere meno conosciute: “Dal tuo al mio”. Questo dramma è del 1903 e, cosa insolita, vi farà seguito un romanzo. Verga è ormai anziano, ha già scritto le cose migliori, è già stato a Firenze e a Milano. Disgustato, deluso, stanco ormai dell’ambiente culturale dell’epoca se ne torna nella sua Sicilia, a Catania e si dedica ai campi. Ogni tanto scrive qualcosa per arrotondare. Trascorre le giornate a giocare a carte con qualche paesano, scribacchia, s’interessa della nuova forma d’arte del cinema e irrimediabilmente il volto si riga di rughe, di malcontento, di rabbia. Tutto ciò che ha scritto evapora, la grande stagione della sua vita si sta concludendo. Verga è seduto su una panca e guarda i campi siciliani dove vent’anni prima i contadini s’erano uniti e ribellati alle pessime condizioni di vita. I contadini siciliani che lavoravano i campi spaccandosi la schiena al suolo nel quale affondavano le loro mani callose. Si erano uniti in consorzi, in sindacati, i Fasci appunto, e avevano cercato per l’ennesima volta di ottenere giustizia. Come anni prima Verga aveva scritto in una sua breve novella, dalla quale fu tratto il film “Bronte” di Florestano Vancini, i contadini lottavano per ottenere la libertà che non era nient’altro che essere i proprietari delle loro terre, delle terre che coltivavano. Non ci riuscirono. La rivolta dei Fasci siciliani fu repressa nel sangue. Un tempo Verga avrebbe condannato tale eccidio, come appunto nella novella “Libertà”. Ora no. Ora stanco, deluso, perduto, rancoroso ne appoggia la repressione. Come mai? Perché?

Gino Cervi

Gino Cervi

Nell’opera “Dal tuo al mio” spicca un personaggio su tutti, Rametta (su youtube è possibile visionare un adattamento teatrale con il grande Gino Cervi nel ruolo proprio di Rametta). Il dramma in sé non è uno dei migliori di Verga, tuttavia c’è qualcosa che parla di noi oggi. Mentre pensavo a ciò che avrei detto in occasione di Teatro Match, leggendo il testo, guardando l’opera, camminando per Napoli, si accostavano due realtà distanti tra loro: quella dei contadini siciliani tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, e il nostro teatro contemporaneo. Un’opera, anche se stilisticamente non perfetta, non solida, per resistere nel tempo deve essere onesta e l’unico modo per essere tale è quello di essere immersa nella sua epoca, nel particolare della sua epoca, e al tempo stesso superarla, andare oltre, essere universale. Deve danzare in quella sottile linea di confine, tra il particolare e l’universale, appunto. Rametta era un lavoratore, aveva il piccone in mano, spaccava le pietre della solfara. Giorno dopo giorno, anno dopo anno. Era in trincea nella sua guerra alla sopravvivenza. Guadagnava poco, e quel poco non lo spendeva nelle osterie, non beveva vino, non cercava di dimenticare il peso della sua vita tra le braccia di una puttana. No, Rametta lavorava duro e risparmiava ogni soldo. Per riscattare la sua condizione di servitù. Era un lavoratore, poi a poco a poco, sacrificando ogni piacere, ha iniziato ad accumulare sempre più danaro, ha iniziato a scalare la vetta, è diventato capocantiere mentre i soldi si ammucchiavano sempre di più fino a diventare usuraio, fino a prendere per il collo il suo padrone, il Barone proprietario della solfara in cui ha lavorato per anni. Il barone non ha saputo gestire la sua impresa e adesso il suo lavoratore se la prende. Il barone non può più pagare i debiti contratti con Rametta e alla fine è costretto a cedergli la solfara. Il piccone è diventato cappello.

Ed ora cosa accade? Cosa accade quando un lavoratore conquista la poltrona?
Verga pone questa domanda ad inizio secolo. Questa domanda che ancora ci appartiene e che ci riguarderà ancora per anni. Rametta si trasforma nel peggior padrone: non vuole aumentare il salario dei lavoratori ridotti alla fame, non vuole perdere nulla di ciò che ha accumulato. È il suo momento di afferrare tutto ciò per cui ha patito per anni il peso della rinuncia. Che vadano tutti al diavolo, che si scannino tra loro!

Foto Cesare Abbate

Foto Cesare Abbate

Camminavo per i vicoli di Napoli e pensavo a quest’opera. E pensavo al nostro teatro, a quello napoletano ma non solo. I teatranti vivono al margine della società, riuscire a fare il proprio mestiere e vivere della propria arte è sempre più difficile, sempre più una chimera. L’industria teatrale produce denaro in maniera schizofrenica, ci sono zone dove si guadagna abbastanza per vivere e altre in cui non si rientra con le spese. I fondi piovono sempre sulla stessa pozzanghera. Cosa fare? Unirsi e lottare per una causa comune? È possibile? In questi anni sono apparsi i guerriglieri dell’arte, teatranti e artisti che hanno osato alzare il capo e combattere un sistema che non permette loro di esprimersi. Si sono uniti per il bene comune. Hanno alzato la voce. Per che cosa? Come Rametta nell’opera di Verga, così nel nostro teatro coloro che contrastano il sistema finiscono per urlare e sbraitare solo per ottenere un proprio utile. La verità atroce che ci consegna Verga in questa opera, una verità amara, è che i capipopolo incitano alla rivolta solo per un guadagno personale. Quante volte abbiamo visto nel nostro teatro attori e registi scagliarsi contro i potenti di turno, accusarli pubblicamente, condannarli eticamente, disprezzare coloro che non si univano ad essi nella battaglia e poi cedere alla lusinghe, raccogliere le briciole e tacersi, partecipare a produzioni di enti che contrastavano, partecipare a festival che si denigravano, sorridere a chi si vituperava? Leggendo quest’opera di Verga, ho visto il fallimento del nostro teatro, che non è solo a causa di un sistema burocratico o politico esterno al teatro stesso ma è proprio all’interno di se stesso, proprio in quella parte che si erge a paladina della giustizia sociale, proprio in quella fazione che si oppone al potere sventolando (falsamente) il vessillo (del mito) della sinistra. Dal tuo al mio. Chiunque si impegna per una causa comune, lo fa solo per interesse personale, solo per prendersi la sua fetta. Questo ci dice Verga. Dal tuo al mio, però, non è solo prendersi ciò che è tuo, ma è anche far credere di battersi per ciò che è tuo ma che deve essere mio. Ecco l’ingranaggio difettoso del nostro teatro che cigola e stride.

“Che senso ha se a salvarmi sono solo io?”, diceva un tempo Neiwiller, parafrasando Majakovski. Che senso ha?

Fabio Rocco Oliva

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