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Al Piccolo Bellini di Napoli la compagnia Teatro in Fabula porta in scena il debutto del suo nuovo spettacolo tratto da uno scritto di Aldo Palazzeschi.

Foto Tiziana Mastropasqua

Foto Tiziana Mastropasqua

Che ce ne facciamo di un messia, un estraneo senza pregiudizi, vergine rispetto alle deformità umane? A cosa serve se non sappiamo riconoscerlo e valorizzarlo? Cosa ce ne dovremmo fare di un uomo così, un puro, se non approfittare per provare a migliorare noi stessi? Il ventaglio di domande ha un aspetto decisamente retorico e, come al solito, il teatro aiuta a porsele domande di questo genere, lasciando allo spettatore il doveroso ma gravoso onere delle risposte.
L’uomo di fumo – in scena al Piccolo Bellini dal 29 marzo al 3 aprile – ripropone, sotto la forma della fiaba futuristica, la parabola più antica del mondo, una narrazione che sfiora con insolenza il riferimento al Cristo, mettendo in crisi l’ordine convenzionale delle cose e facendo luce sull’incessante inclinazione umana a distruggere ciò che (o chi) potrebbe essere in grado di salvarla. Perelà (Raffaele Ausiello) è l’uomo di fumo, espressione di purezza assoluta, personaggio dai tratti quasi androgini che arriva da lontano, non si sa da dove precisamente, approdando da estraneo nel regno di Torlindao, quando questo si trova sull’orlo del baratro. Vittima di pregiudizio in una fase iniziale, osservato in modo sospettoso, repentinamente conquista il favore del popolo e del gabinetto di Stato, composto dal Re (Antonio Piccolo), dall’Arcivescovo (Marco Di Prima), dal nobile Zarlino (Giuseppe Cerrone) e dalla marchesa Oliva di Bellonda (Melissa Di Genova), che gli affidano la stesura di un codice di leggi grazie al quale riuscire a salvare il regno dalla crisi.

Foto Tiziana Mastropasqua.

Foto Tiziana Mastropasqua.

La natura eccezionale dell’uomo di fumo, quella leggerezza, di spirito e al contempo fisica (è, appunto, di fumo), che gli permette di elevarsi e assumere i tratti del salvatore, è quella stessa natura che lo conduce ad essere incriminato pretestuosamente quando la sua grandezza comincerà a preoccupare coloro i quali il potere glielo hanno conferito. Perelà è un uomo che quasi non proferisce parola, l’apparente stupore, l’espressione basita nei confronti delle cose del mondo, sono la nemesi del chiacchiericcio pletorico dei rappresentanti del potere, capaci di innalzare l’uomo di fumo, per poi distruggerlo inesorabilmente. L’elemento più interessante della scrittura dello spettacolo, forse, sta proprio nel rispetto rigoroso di questa ambivalenza, l’equilibrato squilibrio espressivo e verbale che sorregge l’intero lavoro, oltre che i rapporti tra Perelà e la parte restante dei personaggi. I dialoghi sono una calibrata trasposizione teatrale di un bignami delle futilità le quali, rispettando il senso allegorico del romanzo di Palazzeschi, finiscono per rassomigliare maledettamente a quelle che regolano la nostra quotidianità (perché sì, buona parte delle cose che diciamo e ascoltiamo ogni giorni questo sono). Una conclusione utile a suggerire un’azzardata risposta alle domande esistenziali del debutto: i messia, così come gli eroi, non servono, perché nel distruggerli dimostriamo di non saperli riconoscere.

Foto Tiziana Mastropasqua.

Foto Tiziana Mastropasqua.

Questo abecedario di vacuità verbali diventa l’impianto dell’intera drammatizzazione, ne racconta il dispiegarsi e dà notizia degli eventi, sostituendosi di fatto ad una narrazione che non c’è, volutamente. Una rassegna di allusioni e non detto tenuta insieme, in maniera chirurgica, dagli attori, bravi e complici sul palcoscenico. Lo spettacolo, scritto e diretto da Aniello Mallardo, conferma le qualità di una compagnia teatrale come Teatro in Fabula che va sempre più consolidandosi e raccogliendo i frutti di un lavoro iniziato diversi anni fa. L’uomo di fumo è una messinscena ordinata, rigorosa, dove nulla è lasciato al caso, in cui i movimenti di scena alla luce del sole e giustamente ingranati nel meccanismo dell’azione degli attori sono governati egregiamente da una regia attenta ai particolari. Infine, anche la scelta del testo di Palazzeschi risulta l’estendersi di una coerenza letteraria, dopo i lavori degli anni passati incentrati su opere di Pirandello e Campanile. Resta da capire se il rigore estremo di cui sopra, se l’idea di un principio di ordine categorico che sembra governare in ogni ambito il lavoro della compagnia, non corra il rischio, talvolta, di essere penalizzante e sacrificante per l’osmosi emotiva imprescindibile da ricercare con il pubblico più vario. E questo non perché il pubblico più vario debba essere ritenuto incline al disordine e all’approssimazione, ma solo perché la leggerezza resta qualcosa di cui l’umanità, seppur sporadicamente, sembra avere disperato bisogno. Come insegna Perelà.

Andrea Parrè

Piccolo Bellini
via Conte di Ruvo 14, Napoli
contatti: http://www.teatrobellini.it/ – botteghino@teatrobellini.it –  081.5499688

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