Manlio Boutique

Al Teatro Vascello di Roma, Gianluca Merolli affronta in prima assoluta la maternità ossessiva della tragedia di Garcia Lorca, per una ruvida (e attuale) riflessione sulla genitorialità.

Foto Tommaso Le Pera

Foto Tommaso Le Pera

La Spagna rurale, assolata e asciutta evocata dalla scrittura di Federico Garcia Lorca è culla di usanze sociali, di tradizionali intrecci stantii, di radicati pregiudizi polverosi, che provocano nei personaggi angosce interiori, irrequietudini morali, estreme ribellioni fisiche e mentali. Con Yerma, seconda opera della “trilogia lorchiana” (insieme a “Nozze di sangue e “La casa di Bernarda Alba”), il drammaturgo andaluso sondava (nel 1934) un tema civile, etico e politico oggi assai scottante: il diritto alla genitorialità. E oggi (dal 29 marzo al 3 aprile), sul palco romano del Vascello, in prima nazionale per produzione della Fabbrica dell’Attore Teatro Vascello e Andrea Schiavo, il testo iberico trova, in questa versione firmata da Gianluca Merolli, un’interessante penetrazione linguistica, estetica, registica, interpretativa del dramma, intimo e privato della maternità che passa dall’essere paziente attesa a desiderio irrefrenabile, a egoistica e patologica ossessione, e fatale esonero di generazione.
I diversi luoghi (interni ed esterni) della pièce lorchiana si concentrano ora in un unico luogo privo di tempo e spazio (per una certa ispirazione esotica, su idea di Alessandro Di Cola), con un ring di tappeti persiani in terra (e sullo sfondo), quattro sedie stilizzate ai suoi angoli, e fasci di luminosità calda (ad opera di Pietro Sperduti) che si fanno largo tra masse di fumo calmo. Trovano posto cinque personaggi, tutti (ridotti) in intimo o sottoveste écru, spogli e inariditi come la terra alla quale appartengono. Come la stessa Yerma – letteralmente “sterile” -, “sposa dai seni di sabbia” che da quella rena nasce e che assume la carnalità ancestrale, l’emotività veemente, la recitativa presenza epidermica di Elena Arvigo. Lei, femminilità lacerata dall’attesa di un figlio che il suo ventre è incapace di accogliere (intensa l’immagine del sacco che, altezza addome di lei, si squarcia come recidivo aborto di speranze), è sposa infelice di Giovanni – paternità ben rifiutata, contadino stacanovista e schiavo dell’opinione pubblica (cui lo stesso Merolli assegna una determinazione rigida, bruta) -, sottomessa al rispetto dei vincoli matrimoniali con il fine ultimo di partorire.

Foto Tommaso Le Pera

Foto Tommaso Le Pera

La regia attenta di Merolli propone una messinscena che colloca la traduzione moderna di Roberto Scarpetti in una ricchezza controllata di gesti e movimenti, tra calcolate sottrazioni di contatti e incontri, simbolici richiami e nette variazioni (come il santuario divenuto clinica per la fertilità nominata Cirinnà, cui si accede dopo ipocrita paternale di un cardinale semivestito). E intorno a questa madre di una mai generata Voce (un Maurizio Rippa con doti di canto celestiale) presente solo nei nostri occhi e nella sua testa; a questa donna attratta dalla virilità proibita di Victor e teneramente invidiosa della fertilità di Maria (incisivi Enzo Curcurù e Giulia Maulucci, che, insieme al regista, sono anche lavandaie egocentriche e pettegole, vecchie dalla saggezza tremolante, e ragazze rese impellicciati profili almodvariani da battuage), il teatro si fa coinvolgente meditazione sul significato di procreazione e di affetto famigliare, di necessaria messa al mondo biologica e di responsabilità materna, di sentimento genitoriale quale civile e sociale diritto, non ancora per tutti.

Nicole Jallin

Teatro Vascello
Via Giacinto Carini, 78
contatti: 06 5881021 – 06 5898031 – teatrovascello.it – promozione@teatrovascello.it

Print Friendly

Manlio Boutique