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Al Bellini di Napoli in scena “Operetta burlesca”, ovvero la storia di Pietro, così come scritta e diretta dalla regista siciliana per raccontare la diversità sessuale e l’esclusione, tra musica, danza e colori.

Fonte foto Ufficio stampa

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Sono molteplici i modi in cui si può affrontare un tema, divenuto nel frattempo anche una problematica.
E sono molteplici i soggetti che a vario titolo possono prendere parola su un argomento, schierandosi di là o di qua della barricata.
Ma pochi sono coloro che possono farlo non togliendo mai lo sguardo dall’essere umano che è al centro di tutto, e dal carico di emozioni, sentimenti, paure, disagi, pensieri che fanno parte del suo bagaglio esistenziale. Tra queste eccezioni si distingue Emma Dante che con la sua Operetta burlesca, andata in scena al Teatro Bellini di Napoli dal 29 al 3 aprile, racconta con il linguaggio lieve e farsesco di un numero di avanspettacolo, una storia di marginalità, esclusione, fragilità non soffermandosi su numeri e categorie impersonali ma dando voce e corpo ad un uomo (uno straordinario  Carmine Maringola, che anche scenicamente sceglie di posizionare sul proscenio, ben visibile) che impariamo a conoscere, nella cui vita gradualmente entriamo e della cui storia diventiamo spettatori emotivi.
Lui è Pietro, ha 40 anni e vive ai piedi del Vesuvio, in una provincia non meglio identificata che spinge a vedere Napoli come la città a cui ambire, in cui la vita accade e non solo si subisce;  e dove forse anche i sogni possono diventare realtà. Come quello apparentemente banale di trovare le scarpe (perfettamente allineate sul palco) e gli abiti (appesi a manichini sospesi sul fondo della scena) adatti per riconoscersi veramente, come persona, come donna nata in un corpo da uomo che si vorrebbe annullare. A cui si vorrebbe dare finalmente la giusta identità dopo che per tanto, troppo tempo la si è nascosta, repressa, relegata al chiuso della sola propria stanza, mentre fuori tutto doveva apparire diversamente, e il lavoro nella pompa di benzina di famiglia doveva confermare – agli occhi dei genitori (entrambi impersonati da uno spavaldo e tracotante Francesco Guida) e della gente – quella virilità in realtà inesistente e così odiata.

Fonte foto Ufficio stampa

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Stretto dai pregiudizi e dai doveri, anelando un diritto di esistenza che non trova però interlocutori sensibili, a Pietro dunque non resta che arrancare e sognare. Mentre la sua parte femminile (nella persona di Viola Carinci) gli volteggia intorno a passo di danza, come un riflesso che resta tale: impalpabile  e irraggiungibile.
Ma per ogni meccanismo, anche se sempre uguale a se stesso, può esistere l’inciampo che tutto fa saltare. E per lui ecco quell’inciampo arrivare  e chiamarsi amore, o meglio innamoramento.
Da qui la svolta, la risalita, la felicità finalmente intravista e vissuta e condivisa con un altro uomo (Roberto Galbo). Ma quanto durerà?
Calati nella storia affianco ai protagonisti, noi seduti in platea vorremo per sempre, ma ben presto scopriamo che per nulla rassicurante è il finale scelto dalla Dante, che serve coraggio per essere se stessi fino in fondo e che probabilmente drammatico si potrebbe connotare l’epilogo che la regista sembra scelga volutamente di lasciare aperto alle possibilità che ciascuno può intravedere. Perché tra riso, dramma e corpi che ritmicamente si muovono con forza dolente a descrivere stati d’animo che non avrebbero potuto avere resa più tangibile, ci possa essere un taglio attraverso cui osservare e immaginare gli sviluppi che determinate situazioni comportano e dei cui effetti tutti devono sentirsi responsabili seppur non direttamente coinvolti.
Ed è allora così che una farsa – che gioca sulla leggerezza, il falsetto, la malinconia circense tempestata di lustrini – si trasforma in riflessione politica (che attiene alla città e di conseguenza ai cittadini), sociale ma resta artistica e attraverso le lenti che solo l’arte teatrale sa fornire – ovvero, la parola drammaturgica, la vis attoriale, il disegno luci e scenografico, la colonna sonora, che come in tutti i lavori dell’autrice palermitana si rivela un ulteriore personaggio della messinscena per il ruolo fondamentale che riveste – invita ad un nuovo sguardo. Ad una nuova lettura, ad una diversa interpretazione  di ciò che ci circonda.
Ma che sempre l’essere umano deve porre al centro di tutto perché sia veramente universale e trasversale.

Ileana Bonadies

Teatro Bellini
via Conte di Ruvo 14, Napoli
contatti: http://www.teatrobellini.it/ – botteghino@teatrobellini.it – 081.5499688

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