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L’ultima notte del poeta marchigiano rivive in scena per la drammaturgia di Mocciola e Finelli e la regia di Gelardi, a raccontare una emozione e la sua impossibilità ad essere vissuta.

Foto Vincenzo Antonucci

Foto Vincenzo Antonucci

Leopardi amava Ranieri. Il titolo dello spettacolo andato in scena ieri in prima assoluta al Nuovo Teatro Sanità (repliche stasera ore 21 e domani ore 18) per la regia di Mario Gelardi, ha la stessa laconica ineluttabilità di una scritta sul muro a caratteri cubitali. È una dichiarazione d’amore ingenua, un’insinuazione pericolosa, una confessione silenziosa. È ciò che non può essere detto a voce e allora viene consegnato ai versi e alla corrispondenza epistolare.
Nuova produzione del collettivo di Piazzetta San Vincenzo, il lavoro – scritto a quattro mani da Claudio Finelli e Antonio Mocciola – indaga sul rapporto tra il recanatese (Antonio Agerola) e Antonio Ranieri (Fulvio Sacco), l’amico napoletano che gli sarà vicino negli anni che precedono la scomparsa. Si tratta di una relazione fitta di tutte quelle piccole ambiguità sintomo silente del germe dell’amore, virus capace di innestarsi in un terreno così fertile quale è quello dell’amicizia profonda. L’evidente differenza nell’aspetto fisico dei due uomini – minuto e malaticcio Leopardi; alto e aitante Ranieri – viene sottolineata dalla fisicità dei due attori e diventa il simbolo tutto esteriore di un fortissimo scompenso interiore. Il poeta affronterà tale squilibrio emotivo con la resilienza che contraddistingue il suo fiore, la ginestra, fino all’ultima notte d’attesa, quella dell’onomastico dell’amato, il 13 giugno 1837, alla vigilia della morte.
Lo spettacolo fornisce una rilettura interessante della travagliata vita del poeta marchigiano, vita passata ad assecondare la propria natura cagionevole e a contenere l’unico sentimento vero, bello, puro e insieme difficile. Svela la figura di un uomo ironico, vittimista e insieme coraggioso, preda di una serie di debolezze umane più o meno condivisibili, quali la gelosia e la paranoia fino all’estremo della misoginia. Leopardi poeta e prima ancora essere umano, compagno virtuale di un qualsiasi innamorato non corrisposto, o forse sì, chi può dirlo ormai. Leopardi amava Ranieri mostra la claustrofobia emotiva, la paura di rinchiudere il sentimento in uno scantinato angusto e gettarne via la chiave, come viene suggerito efficacemente dalla scenografia: una piccola camera in cui si consuma il dramma dell’amore sublimato e impossibile e un chiavistello che passa tra le mani dei due protagonisti nei vani tentativi di liberare le emozioni dal giogo della società.

Foto Vincenzo Antonucci

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Se Ranieri amasse Leopardi a sua volta non è dato sapere, ma quel che è certo è che la possibilità di vivere apertamente questo sentimento avrebbe aiutato entrambi. È la negazione di tale possibilità e il ridurla a improbabile ipotesi visionaria e ridicola, al contrario, a uccidere più del rifiuto stesso. Verrebbe da pensare che dal 1837 siano stati compiuti consistenti passi avanti nell’accettazione dell’omosessualità, ma lo spettacolo ricorda, in maniera forse forzata eppure necessaria, che la strada è ancora lunga. La modernità del racconto e la sua attualità nelle tematiche trovano corrispondenza nella multimedialità della messinscena, che si serve del supporto di video proiettati sulle pareti della camera su cui prendono vita le immagini e i contenuti curati da Ciro Pellegrino, anche autore delle musiche originali.Tra questi, le performance di Irene Grasso nel ruolo di Maddalena e la malinconica voce di Lalla Esposito che gravitano intorno all’intimo microcosmo dei due letterati, senza mai riuscire a penetrarlo e ad accedervi. Soprattutto, però, nella stanza bianca delle possibilità vengono disegnate con mano malferma le tenere parole di Leopardi per Ranieri, parole proibite che cercano semplicemente uno spazio in cui esistere e farsi tangibili. Parole che, grazie all’indelebilità dell’inchiostro, vengono trasferite dal range della possibilità a quello della realtà, vive, materiche ed eterne.

Stefania Sarrubba

Nuovo Teatro Sanità,
piazzetta San Vincenzo, Rione Sanità – Napoli
contatti: 3396666426 – info@nuovoteatrosanita.it – www.nuovoteatrosanita.it

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