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Prorogato fino al 17 aprile, al Teatro Argot Studio di Roma, il dramma di Cechov si tinge di un inedito umorismo nella versione di Filippo Gili.

Foto di Fabio Lovino

Foto di Fabio Lovino

È uno “Zio Vanja” di decisa tendenza al sarcasmo ponderato, all’affronto umoristico di un presente cronicamente tedioso, all’impeto di una rivoluzione esistenziale fatalmente contenuta nella tragica, banale quotidianità filistea, quello firmato da Filippo Gili nel Sistema Čechov degli Uffici Teatrali per Argot Produzioni, che replicherà fino al 17 aprile all’Argot Studio di Roma. È un Čechov – come già accadeva nei precedenti “Il gabbiano” e “Tre sorelle” – accolto, analizzato, compreso nel suo stile diretto e sobrio, nel suo narrare la rassegnazione sofferente e l’accanimento introverso a una inevitabile, immutabile condizione umana di personaggi prigionieri straniati d’effettiva incapacità comunicativa, immersi in uno spazio-tempo statico e stantio che non si può vincere, ma che sciupa psicologie e fisicità.
Quello di Gili è un lavoro sul dramma del saper vivere proposto con un’impronta personale che penetra seriamente e sentitamente quella costruzione interiore di reazione a un senso d’oppressione esterna imposta e sopportata dai soggetti cechoviani, che scalpita nel loro cuore, ma che è anche incapace di scalfire l’inerzia della vita.
Con sei interpreti in scena – tutti in mise ricercate di Daria Calvelli -, Gili studia i tormenti delle singole individualità, osserva da dentro i loro pensieri, le loro ansie, i loro sentimenti sempre confinati nell’intimità, e affida alla recitazione l’onere di farne corpo e mente: artefici di azioni trattenute, di volontà composte, di comportamenti meditati che sfilano tra il pubblico disposto sui due lati del placo, ora risucchiati ora espulsi dall’immobilità del salotto della tenuta di campagna di Serebrjakov che, per opera di Francesco Ghisu, presenta un profilo antico con tavolo, sedie, divano e credenza. E proprio Aleksandr Serebrjakov, nella fisionomia di Ermanno De Biagi, professore pensionato in balia di podagra irresistibile, qui più che essere dispotico, invadente e consapevole castratore della libertà altrui, “nullità senza uguali”, come lo definisce il cognato Vanja, rivela una certa tenerezza di vecchio brontolone difensore del privilegiato egoismo e libero lamento perché legittimamente conquistato con l’età.

Foto di Fabio Lovino

Foto di Fabio Lovino

E l’umorismo testualmente sotteso proprio dello stesso zio Vanja, trova ora in Paolo Giovannucci un’istintiva declinazione comica, sottilmente ridicola e nevrotica, che assume toni gestuali e vocali di un’attualità nostra, contemporanea, e che in lui si associa a una timidamente ingenua corte a Elena, prima di imbizzarrirsi, rancorosa, nel buffo, elegantemente grottesco, sfogo con pistola e mancato omicidio, e poi rientrare in una nuova arrendevolezza alla realtà. C’è poi l’irrequietudine delicata, ossequiosa, timorosa del possidente impoverito Telegin, nell’espressività di Matteo Quinzi, che si contrappone all’incisività bislacca del dottor Astrov, cui Alessandro Federico arricchisce di presenza ammiccante da predatore amoroso – mosso da ardore adolescenziale, capriccioso – di Elena (severa e affascinate Chiara Tomarelli), giovane e bella, seduttrice e incantatrice senza sforzo, moglie dell’anziano professore e non troppo intollerante alla prospettiva di sacrificare il proprio futuro – e i propri istinti – al dolce far niente e all’agiato ozio. Così come Sonja (nel tocco coscienzioso e fanciullesco di Emanuela Rimoldi) si arrende all’inerme acquiescenza e alla docile consapevolezza che per lei (e lo zio) non c’è corrispondenza terrena degli sforzi, del lavoro, delle fatiche, delle aspirazioni. Bisogna avere pazienza e attendere la ricompensa futura che prima o poi arriverà (nell’aldilà).

Nicole Jallin

Teatro Argot Studio
via Natale del Grande, 27, Roma
contatti: 06 589 8111 – info@teatroargotstudio.com – www.teatroargotstudio.com

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