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Al Teatro Bellini di Napoli in scena la novella di Mérimée così come immaginata da Martone, Moscato e Tronco che trasfigurano il libretto originale e le musiche dando vita ad una contaminazione totale in cui amore e violenza, passione e tradimento si fondono nel nome della tradizione popolare partenopea.

Fonte foto Ufficio stampa

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Nell’opera lirica sono sempre le donne le protagoniste indiscusse della scena, coloro intorno alle quali si snoda l’azione: con il loro temperamento, forte e istintivo, passionale e ribelle, sono in grado di smuovere gli animi e i cuori di chi le circonda generando un vortice melodrammatico che porta quasi sempre alla morte, provocata o inferta. È così per Norma, per Tosca per Madame Butterfly, e lo è anche per la Carmen classica a cui siamo abituati, sia nel libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy dell’omonima opera lirica che nel poema originale di Mérimée: Carmen al culmine della sua passione incontra la morte per mano di uno dei suoi spasimanti.
Ma ciò non accade per Carmén, la zingara napoletana nata da un’idea registica di Mario Martone e dalla penna di Enzo Moscato (in scena al Teatro Bellini di Napoli fino al 24 aprile), la quale, seppur travolta come l’omonima francese dal triangolo amoroso che ha creato, non perisce per mano dell’amante geloso, ma anzi rinasce, viva più che mai per raccontare la sua versione della storia.
Ed è proprio dal racconto della donna che prende vita lo spettacolo. Una Carmen cieca ma aggiornata, anziché colta come preferisce definirsi, si muove sensuale sul palcoscenico, allestito con elementi movibili da Sergio Tremonti, ricordando i tempi andati: per non soccombere agli eventi che l’hanno vista protagonista si è reinventata, da donna di strada, tabaccaia e contrabbandiera, è diventata una gestrice di bordello, l’amore non la vede più protagonista ma regista, la vita l’ha ferita ma non vinta e del suo essere sopravvissuta vuole ora narrare a chi intende ascoltarla.
Dalla penombra echeggia la voce di chi l’ha amata e resa cieca, Cosé che, recluso nel carcere di Procida, ricorda anche lui gli eventi che lo hanno trasformato da semplice soldato forestiero a carnefice.

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Adoperando la stessa tecnica narrativa della rievocazione adottata da Mérimée nella sua novella, costruendo due piani temporali differenti, Moscato fa dunque sviluppare la storia di amore, gelosia e morte tra i due, mettendoci a conoscenza del “prima” e del “dopo” che sotto i nostri occhi scorrono fluidi e ritmati per opera della regia agile e perfettamente padrona del plot da dirigere. A nascere dal riuscito connubio un dramma ancora più carico di passione e vitalità rispetto alle classiche versioni, in cui Carmen è l’eroina per antonomasia ma anche il riflesso di una intera città, Napoli, bella e dannata, che non si piega alla volontà altrui, che lotta e si ribella, che nonostante sia spesso l’oggetto e anche il soggetto di vicende a tinte forti e a volte fosche, rivendica il suo esistere e la voglia di non soccombere.
La gitana dal temperamento suadente e forte affascina con i suoi occhi e con la sua voce e come la sirena Partenope descritta da Matilde Serao “È lei, che fa folleggiare la città: è lei, che fa languire ed impallidire di amore: è lei, che fa contorcere di passione nelle giornate violente dello agosto”. Resisterle è impossibile e Cosè lo sa bene dal primo momento che la incontra restandone invaghito e perdutamente ammaliato: ma una personalità come Carmen non può giurare amore eterno e allora ecco a sua volta lei stessa subire la malia della voce attraente del soprannominato ‘O torero, il rivale di Cosé, che in questo adattamento moscatiano ha il volto di un cantante e come nella novella è solo di supporto alla narrazione per scatenare la gelosia dell’innamorato, che infatti non tarda ad arrivare violenta fino al tragico epilogo.

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Evidente, pertanto, quanto siano proprio la voce e la musica a fungere da filo conduttore all’interno della trama, e quanto sia proprio quest’ultima a ricoprire, accanto a Iaia Forte nei panni della zingara e Roberto De Francesco in quelli del soldato, il ruolo di ulteriore protagonista prendendo forma nell’Orchestra di Piazza Vittorio diretta da Mario Tronco – che insieme a Leandro Piccioni ha riscritto la partitura di Bizet contaminandola con sonorità mediterranee e latine – che entra letteralmente in gioco nelle dinamiche narrative con i suoi musicisti che intervengono come coro e salgono sul palco come attori dando vita ad un genere che, come sottolinea il regista, rimanda al teatro musicale popolare e alla sceneggiata napoletana.
Ovvero a quel genere che per molto tempo ha contraddistinto la storia culturale della città diventandone la sua espressione artistica più vera e sanguigna – carnale potremmo osare definirla – e che in questo lavoro di contaminazione tra varietà e tragedia, tra musical e teatro, trova la sua sintesi più equilibrata.

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Merito del lavoro corale e profondo compiuto sul fronte del testo, della regia e della colonna sonora, ma anche dei suoi personaggi così come fatti rivivere da Iaia Forte, attrice rappresentativa del teatro e della cinematografia napoletana qui perfetta nel rendere le diverse sfumature della sua Carmen, angelica e romantica e poi ribelle e scugnizza; da Roberto De Francesco, nel ruolo di Cosé, anche lui figlio di questa terra, che delinea con toni pacati il carattere timido e sommesso del suo soldato, credibilmente mostrandocelo come vittima di un amore che diverrà criminale; e ancora dai comprimari Ernesto Mahieux, Giovanni Ludeno, Anna Redi, Francesco Di Leva e Viviana Cangiano, tutti bravi, con abilità e maestria a caratterizzare e riflettere quel grande e variegato affresco in cui la vicenda è ambientata che è appunto Napoli, caotica e maltrattata, di cui rappresentano un simbolico tassello.
Seguendoli nel racconto eccoci ritrovarci nei suoi vicoli, in un tempo non definito ma verosimilmente riconducibile alla precarietà del dopoguerra, travolti dalle sonorità multiformi della lingua parlata, dalle sue abitudini e tradizioni, dai guappi e il contrabbando, la festa dei gigli e i cantanti neomelodici. Siamo a Napoli ma potremmo essere in una plaça spagnola, in un souk tunisino, o in un bistrot francese ed è proprio questa caleidoscopica universalità a dimostrarsi capace di restituire – per contrappasso – unicità alla dimensione napoletana scelta. L’unica in grado di comprendere e accogliere nella sua cultura, tra i suoi uomini e le sue donne contaminazioni variegate, multietniche, in cui tutto è caos ma anche organicità. In cui l’amore è esuberante, la vita è lotta e festa continua e la morte non fa paura perché si è sempre pronti a rinascere e reinventarsi, con fierezza e coraggio.
Esattamente come accade a Carmén per la quale sembrano ancora una volta scritte le parole della Serao: “Partenope, la vergine, la donna, non muore, non muore, non ha tomba, è immortale, è l’amore, Napoli è la città dell’amore”.

Irene Bonadies

Teatro Bellini
via Conte di Ruvo 14, Napoli
contatti: http://www.teatrobellini.it/ – botteghino@teatrobellini.it – 081.5499688

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