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Vincitrice del premio Nobel per la Pace nel 1991, la donna simbolo della Birmania diviene protagonista della scena nel lavoro diretto da Martinelli, ospitato al Teatro Argentina di Roma dal 13 al 17 aprile scorsi.

Fonte foto web

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Quando, in apertura di sipario, Aung San Suu Kyi domanda: “È distante la Birmania?” il pubblico resta spiazzato. Deve rispondere? E cosa? Resta in silenzio.
Lo spettacolo ha inizio.
Suu – interpretata da una Ermanna Montanari, premio Eleonora Duse 2013 che incarna tutta la compostezza, raffinatezza e la ferrea dolcezza della leader birmana – si trova sotto un riflettore abbagliante, sottoposta all’interrogatorio di tre uomini in abiti militari con maschere da scimmia – i “non sento, non vedo, non parlo” di tutti i tempi – che, in un crescendo di sonorità metalliche, sviscerano i particolari più intimi della sua vita privata, i gusti letterari, musicali. E li condannano.
Immediatamente l’impostazione dell’intero spettacolo si coglie: il regista, Marco Martinelli, ha scelto di raccontare la Suu più intima, più poetica, l’esile donna dall’orchidea tra i capelli, profondamente libera benché agli arresti domiciliari e benché amputata dai suoi legami affettivi più stretti: prima il padre – il generale Aung che con la sua vita aveva pagato il prezzo dell’indipendenza della Birmania – di cui a soli due anni si è ritrovata orfana, poi il marito morto in Inghilterra prima che lei riuscisse a raggiungerlo a causa del regime militare che non le avrebbe permesso di rientrare in Patria se si fosse allontanata.
Così come tratteggiata, la combattente condannata alla solitudine si scopre ha poco a che fare con il personaggio descritto dai media, con l’eroina da premio Nobel per la Pace: è piuttosto una donna dal carisma ieratico, una spiritualità profonda, riflessiva, che non sfugge a paure ancestrali (molto intensa in tal senso la scena del dialogo con gli spiriti dell’infanzia interpretati da Roberto Magnani, Alice Protto, Massimiliano Rassu), e la cui gestualità è quasi sempre morbida e ondulata, interrotta, solo per pochi tratti, da improvvisi scatti delle braccia ben valorizzati registicamente dal lampeggiare delle luci.
Questa è la donna che appare agli spettatori nei frequenti momenti di monologo interiore, in cui sogni e progetti di riscatto sono accompagnati da luci soffuse e dall’armonioso canone di Pachelbel (tanto amato da Suu), nonché da gong e xilofoni, pronti a tramutarsi rapidamente in aggressivi brani techno all’irrompere dei militari carnefici, in un brillante equilibrio tra drammaturgia, partitura musicale (a cura di Luigi Ceccarelli) e giochi di luce (opera di Francesco Catacchio ed Enrico Isola).
Questo è l'”essere umano” che sceglie stoicamente di restare tale nonostante tutto, e alla cui descrizione contribuiscono con essenziale efficacia i pochi significativi elementi scenografici – un tavolo, due sedie, una pila di libri, il drappo rosso verticale a sinistra della ribalta, che possono essere letti come segni di essenzialità, cultura e risolutezza della protagonista , mentre i filmati di archivio proiettati sul fondale del palcoscenico si rivelano decisivi per catapultare il pubblico nelle vicende storiche narrate, tra cui molto intense si rivelano le riprese della rivolta dell’8 agosto 1988, in cui, su colori sfocati, risalta, feroce, il rosso del bandana al collo dei militari mentre intorno è tutto un massacro di bambini, studenti e infermieri inermi che gridano libertà e dignità.
Il risultato è uno spettacolo potente, incisivo, appassionante, capace di annullare ogni distanza  geografica tra la Birmania e noi.

Elvira Sessa

Teatro Argentina
Largo di Torre Argentina 52 – Roma
contatti: http://www.teatrodiroma.net/

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