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Al Cineteatro Baretti di Torino (dal 20 al 22 aprile), tre repliche di “Caro George” di Federico Bellini, uno struggente ritratto d’artista diretto da Antonio Latella.

 Foto di Brunella Giolivo

Foto di Brunella Giolivo

Una drammaturgia tagliente, dirompente, anche brutale nel suo essere confidente riservata di sconvolgimenti privati, di angosce personali, di rabbia ancora inesplosa, quella composta da Federico Bellini in “Caro George”: boato istintivo, violento e decoroso, che caccia fuori il mondo interiore del pittore Francis Bacon, in reazione alla morte suicida – per egocentrica ripicca verso il primo – del suo modello/amico/amante George Dyer, lasciato in albergo in occasione di una mostra parigina, nell’ottobre 1971.
Antonio Latella, in questa produzione della sua compagnia stabilemobile del 2014, ora ripresentata in prima regionale al torinese Cineteatro Baretti (dal 20 al 22 aprile), mette in scena con sobrietà, eleganza e rispetto, questo surreale “chant d’amour” di impeti domati, di tensioni dolcemente represse con ispirazione a Genet e al secondo Buñuel (con il soggetto, il corpo mancante che s’incarna nell’immagine stessa, che diventa la realtà stessa). E Latella dirige un Giovanni Franzoni che non si risparmia, che scatena con garbo, in mise total white (pensati, come l’ambiente, da Graziella Pepe), elegante e passionale, l’eco materiale d’impulsi mentali, sentimentali, fisici, in un monologo che nasce da una mimica facciale precisa e controllata, da un contegno di movimenti calmi, delicati, che riempiono la scena vuota – fatta eccezione per una sedia, una bottiglia di rosso con relativo calice: riflesso in negativo del caotico atelier dell’artista – e danno sfogo a un’intimità torbida, deformata, a un sentire angosciato, patologicamente alterato e delirante.

Foto di Brunella Giolivo

Foto di Brunella Giolivo

È un Bacon che traduce sul palco la scomposta, nervosa drammaticità estetica ed esistenziale delle figure – di Dyer in particolare – che popolano le sue opere, la sua arte; di quei corpi e di quei volti isolati, scossi da disperazione taciuta, implicita. È un Bacon che libera con eruzioni verbali un dialogo-testamento con se stesso, un lascito a noi spettatori dei propri lucidi pensieri schizofrenici supportati da spasmodici contorsioni di arti, busto, testa. È un Bacon trascinato nell’irrequietudine della caduta, della perdita, della mutilazione creativa e affettiva, in quel suo girovagare inarrestabile, spargendo vino in terra (con gestualità dell’Action Painting), brindando alla propria consacrazione d’artista e al proprio disfacimento di uomo, condividendo i sorsi festosi con chi non c’è, trattenendo conati di pianto iroso, accanito, abbandonato.
Prende invisibile forma una dimensione dialettica, una dicotomia vitale, una spaccatura a metà di vita e morte, di passato e presente, di tempi e luoghi che ci portano in soggettiva nell’Irlanda natia, nelle rues parigine, al cospetto delle tele picassiane, nelle stanze d’albergo, e nel bagno ospitante la morte dell’amato. Perché lui, George, è ricordo ingombrante, attrazione volgare, centro del desiderio, dell’ossessione rappresentativa, controparte sempre richiamata perché irreversibilmente assente. Ed è il tormento per tale assenza che, poco per volta, ricopre questa mise en espace di inquietudine in un interno senza muri: perché un gesto estremo, a chi resta, causa un’implosione emotiva che può svuotare la razionalità e lasciare, finalmente, solo carnalità nuda, infantile, smaliziata e timida: crollata.

Nicole Jallin

Cineteatro Baretti
via Giuseppe Baretti, 4 Torino
contatti: info@cineteatrobaretti.it – cineteatrobaretti.it

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