Manlio Boutique

L’opera di William Shakespeare, nell’adattamento di Giuseppe Dipasquale e la traduzione di Masolino d’Amico, dopo il debutto a Catania arriva al Mercadante di Napoli a 400 anni dalla morte del Bardo, con Mariano Rigillo nel ruolo del protagonista.

Foto Antonio Parrinello

Foto Antonio Parrinello

LEAR, la storia, produzione congiunta del Teatro Stabile di Catania e dello Stabile di Napoli, porta in scena al Teatro Mercadante dal 20 aprile fino al 1 maggio la celebre tragedia in cinque atti di Shakespeare affidando a Mariano Rigillo il ruolo del vecchio re. Il periodo di programmazione dell’allestimento si inserisce perfettamente nelle celebrazioni per i 400 anni dalla morte di Shakespeare, avvenuta il 23 aprile del 1616. Sono dunque trascorsi quattro secoli dalla scomparsa del Bardo eppure il drammaturgo inglese è ancora in grado di far parlare di sé e di prestare prosa e versi a nuove sfide di messinscena, come nel caso di questa versione del King Lear.
La storia del sovrano ha come prologo foriero di sventure la sua rinuncia al trono e l’abdicazione in favore delle tre figlie Goneril, Regana e Cordelia, la minore e prediletta. Su richiesta di Lear, la più piccola si rifiuta di adularlo con dolci parole volte ad ottenere la porzione più grande del regno di Britannia, mentre le altre due si profondono in dichiarazioni d’amore insincere. L’onestà di Cordelia viene ingiustamente punita con la rinnegazione da parte del padre, un atto funesto che accenderà la miccia di una serie di sfortunati eventi e tradimenti che saranno tesi a stanare il parassita che attacca dall’interno finanche il più puro dei nodi familiari, il filo che lega genitori e figli. È questo, del resto, il tema centrale dell’opera, che indugia proprio sulle difficoltà del legame di Lear con le proprie figlie per poi estendersi al subplot con le vicende, dai risvolti altrettanto tragici, del duca di Gloucester e dei figli Edmund ed Edgar.

Foto Antonio Parrinello

Foto Antonio Parrinello

La sfida di questo adattamento, per la regia di Giuseppe Dipasquale e la traduzione di Masolino d’Amico, è la mancanza di scene. Non una scelta, ma un impedimento che si trasforma in un gesto di solidarietà ai lavoratori dello Stabile di Catania, in sciopero per la difficile situazione finanziaria dell’ente. Al pubblico presente viene chiesto uno sforzo immaginativo ulteriore, sospendendo l’incredulità per riempire i vuoti scenici che pure non sono stati un ostacolo alla riuscita dello spettacolo. All’incapacità di poter vedere, come quella di Gloucester a cui vengono strappati gli occhi dalle perfide figlie di Lear, si sostituisce nello spettatore un acume degli altri sensi, più ricettivi nei confronti delle molteplici suggestioni dell’opera che si fa dramma minimalista e universale. Al buio del palco spoglio sopperiscono con efficacia le musiche evocative di Germano Mazzocchetti e i costumi simbolici di Angela Gallaro, mentre il cast energico e armonioso –  con Rigillo, anche Anna Teresa Rossini (il Matto), Sebastiano Tringali (Gloucester), David Coco (Edmund), Filippo Brazzaventre (Kent), Silvia Siravo (Cordelia), Giorgio Musumeci (Edgar), Luigi Tabita (Regana), Cesare Biondolillo (Re di Francia/Oswald), Enzo Gambino (Curan), Roberto Pappalardo (Goneril) – insieme alla rottura della quarta parete in più occasioni bene riescono nell’intento di accompagnare la platea nel lungo, tortuoso percorso alla scoperta dell’ossimoro per cui il bene è anche male e viceversa.

Foto Antonio Parrinello

Foto Antonio Parrinello

LEAR, la storia è una coacervo di molte tra le più belle opere shakespeariane: le congiure ordite da Edmund ricordano le ambigue macchinazioni di Riccardo III, Edgar travestito da pazzo mendicante saltella come Puck del Sogno di una notte di mezza estate, la verità di sentimenti di Cordelia è la stessa di molte eroine del Bardo, il finale orrendo che diventa una festa per i corvi è come quello di Amleto alla corte di Elsinore. Inutile incolpare le stelle, homo faber fortunae suae. E nel nichilista Re Lear tutto fallisce, e l’unica luce – rappresentata dalla bontà della figlia minore – viene messa alla prova, calpestata, allontanata, ritrovata e spenta senza possibilità di invertire la discesa agli inferi cui l’individuo stesso ha dato il via.
Il clima cupo dell’adattamento di Dipasquale pare farsi allegoria delle condizioni del teatro in Italia. Privo di sovvenzioni, lasciato a se stesso nella tempesta insieme a giullari e mendicanti, il teatro viene metaforicamente messo alla porta, mentre chi può se ne sta al caldo banchettando con ospiti internazionali per cifre astronomiche, più grandi dell’eredità di Lear.
Perché certe cose, le peggiori, restano uguali persino a quattro secoli di distanza, purtroppo.

Stefania Sarrubba

Teatro Mercadante
Piazza Municipio, 1 – Napoli
Orario rappresentazioni
20, 22, 26, 29 aprile ore 21.00 | 21, 27, 28 aprile ore 17.00 | 23, 30 aprile ore 19.00
24 aprile e 1 maggio ore 18.00
Contatti: tel.0815524214 | www. teatrostabilenapoli.it
Biglietteria tel. 0815513396 | biglietteria @teatrostabilenapoli.it

Print Friendly

Manlio Boutique