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Dal testo di Massimo Vincenzi in scena al Belli di Roma fino al 5 giugno, la storia della martire uccisa nel 415, con Francesca Bianco diretta da Carlo Emilio Lerici.

Fonte foto Ufficio stampa

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Terminerà il 5 giugno al Teatro Belli, l’ultima replica de Il sogno di Ipazia di Massimo Vincenzi, per interpretazione di Francesca Bianco e regia di Carlo Emilio Lerici. Il che potrebbe anche risuonare come un avviso – e in effetti lo è – a non perdere un’opera che commuove i sensi e scuote le coscienze. Spettacolo conclusivo della prima edizione di “Autori in Compagnia”, progetto ideato e curato dallo stesso Vincenzi in collaborazione con Lerici, che fa della sala trasteverina ospitale “residenza” per gli autori iscritti al P.S.M.S.A.D (il cui Fondo partecipa attivamente al sostegno economico della rassegna) e rende disponibile la compagnia del teatro per la messa in scena dei loro lavori.
Due mesi di recite per 11 titoli e 7 drammaturghi italiani per la manifestazione che ora si focalizza sulla figura di Ipazia, filosofa neoplatonica, astronoma e matematica alessandrina uccisa nel V secolo dai parabolani, miliziani del fanatico vescovo Cirillo, violento impositore dell’ortodossia cristiana, santificato e proclamato Dottore della Chiesa nel 1882. Ma più che di una immediata trasposizione teatrale-storiografica, di un mero ripercorrere didascalico del ruolo intellettuale, di un sapere innovativo e rivoluzionario propri di questa personalità scientifica, qui ci troviamo di fronte a una donna (innanzitutto) colta nel suo essere corpo e pensiero libero: libero nel senso più alto e squisito del termine. Una libertà che è profondo rispetto dell’essere umano, che è seria tolleranza di parole e idee altrui, che è difesa affettuosa della memoria fissata sui libri. Come affettuoso è l’istinto materno per il prossimo, per chi cresce e sarà testimone dell’oggi nel domani: per gli allievi che svaniscono poco per volta, mentre lei, Ipazia, svuota leggii da libri stretti al petto come preziosità sfuggenti, e contrasta con la sua presenza l’assenza oppressiva della voce fuori campo (di Stefano Molinari) divulgatrice dei “Decreti teodosiani”,
E se la scrittura di Vincenzi c’immerge nell’ultimo giorno di vita di Ipazia, alternato e dilatato con reminiscenze di un’antica, ardua impresa di salvare dalla barbarie religiosa la biblioteca di Alessandria, Francesca Bianco dà prova attoriale fisica ed emotiva di una femminilità luminosa, delicatamente tenace e dolcemente imponente. E la regia di Lerici avvolge scrupolosamente questo solido sentire di donna nel tepore cromatico di tagli luminosi, dentro un rifugio sospeso, fragilmente protetto, al riparo temporaneo dalla paura esterna, quella nutrita dai fondamentalisti che prima s’appellano, spregevoli, all’eresia, poi paralizzano nell’isolamento pregiudiziale e nella persecuzione che (ancora oggi, orribilmente) distrugge e massacra in nome di un Dio che altro non è se non la lama delle loro spade.
Intanto, mentre giorno e notte si rincorrono con proiezioni sullo sfondo (e musiche di Francesco Verdinelli), quel luogo “di mezzo” che è il palcoscenico s’infila tra la vita e la morte, tra la realtà e l’onirismo (come il teatro), tra un passato e un presente. E al supplizio della carne di Ipazia (dilaniata da cocci e conchiglie, e poi arsa) sopravvive la sua parola, che compone toccanti riflessioni (civili, sociali, morali), racconti di sé, richiami familiari, e ricordi di un padre – anch’egli filosofo e matematico – ormai scomparso, che attende, come chi non c’è più, poco lontano da noi, sul tetto di casa: lì dove non c’è né spazio, né tempo. Come in sogno.

Nicole Jallin

Teatro Belli
piazza di Sant’Apollonia, 11 – Roma
contatti: 06 5894875 – info@teatrobelli.it – http://www.teatrobelli.it/

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