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L’attore e acrobata svizzero porta in scena al Napoli Teatro Festival Italia “La grenouille avait raison”, favola grottesca dedicata al mondo dell’infanzia, che coniuga circo, danza e teatro.

Fonte foto Ufficio stampa

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Nell’edizione del Napoli Teatro Festival Italia di Franco Dragone, non poteva mancare in cartellone uno spettacolo che affonda le sue radici nell’arte circense. La grenouille avait raison di James Thierrée (in scena al teatro Bellini ancora stasera alle 23) mostra, nel suo teatro, il patrimonio genetico che il regista, attore, acrobata, danzatore e scenografo svizzero ha ereditato dal nonno Charlie Chaplin e dai genitori, Victoria Chaplin e Jean-Baptiste Thierrée, creatori de Le Cirque Invisible.
Ma non è solo questo il mondo che sottende alla creazione della messinscena. James Thierrée ha fatto suoi gli insegnamenti, diretti e indiretti, consapevoli o inconsapevoli del suo vissuto e li ha assunti, macerati, assorbiti in  profondità per allestire un teatro che è innanzitutto visione. La clownerie, l’illusionismo, la gestione perfetta del corpo diventano gli strumenti per raccontare una favola, la cui drammaturgia è scritta sulle note della musica e sulla luce che assume un valore simbolico. Non è un caso che Thierrée, oltre ad esserne il regista, ha curato anche la scenografia, le musiche originali e le luci, quest’ultime insieme ad Alexandre Hardellet, per un controllo totale e totalizzante della fantasia messa in atto, di cui è anche interprete. Accanto a lui sul palco Valérie Doucet (performer, contorsionista, equilibrista), Yann Nedelec, spalla comica di Thierrée nei momenti più spiccatamente clowneschi, Thi Mai Nguyen (danzatrice), Samuel Dutertre (perfromer) e Mariama che col suo canto tesse i fili della storia. Lei è la presenza misteriosa che si aggira tra i personaggi, che li confonde, li ammonisce, ma anche li protegge e indica la strada di una possibile via di fuga. Aprendo e chiudendo il sipario di un rosso screziato, simile al tendone di un circo malmesso, è lei che introduce il pubblico all’interno di un mondo magico, fatto di ombre e di luci, al di fuori del quale solo la fioca e tremolante fiammella di due lampioni illumina. A poco a poco quel microcosmo, che sembra abbandonato, si disvela sotto i nostri occhi, con tutte le sue follie e la forza della sua poesia. Le dinamiche di quell’universo umano sono disegnate sui corpi dei personaggi che, con i loro gesti e attraverso i loro movimenti, danzando, creano emozioni e situazioni. Litigano tra loro, provano paura per l’incontro con un nuovo essere venuto dall’alto, si nascondono, giocano come bambini a ricorrersi su una scala a chiocciola, e come bambini si ritrovano uniti nel momento della scelta. Se nella brochure di presentazione dello spettacolo è scritto che La grenouille avait raison è “un racconto brillante e leggero sul mondo dell’infanzia”, forse l’infanzia entra a pieno regime nell’approccio che è giusto assumere nel vedere lo spettacolo, con stupore ed ingenuità.

Fonte foto Uffico stampa

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Della dimensione del gioco fa parte l’aspetto spettacolare della pièce e l’enorme struttura di vetri e luce, un sistema solare che sovrasta le teste degli interpreti e che, come una gigantesca marionetta in bilico a mezz’aria, riflette gli umori e le azioni. Ogni gioco, però, ha le sue regole e dev’essere affrontato con serietà. In tal senso si è portati a pensare che i personaggi abbiano anche una dimensione macrocosmica e rappresentino ciascuno uno dei quattro elementi: terra, acqua, fuoco e aria. Ecco perché, forse, nel momento di maggior sconforto ognuno trova riparo e si addormenta dietro un simbolo che evoca la propria essenza, chi dietro il paravento di un camino, chi sotto la terra, chi in una vasca piena d’acqua e chi sospeso in aria. A restare escluso è il quinto personaggio, per buona parte nascosto e caratterizzato dal rumore metallico e di vapore di un marchingegno che poi farà il suo ingresso in scena. Non è pura essenza quel quinto personaggio, è l’uomo, colui che con ratio e con la tecnica, riesce a costruire uno strumento in grado di ristabilire l’equilibrio, da lui stesso infranto e perduto. Volando vorticosamente sulla macchina, in una sospensione emotiva e drammaturgica, si afferra la luce, simulacro di una linfa salvifica che rigenera. Gli occhi di quell’iniziale presenza misteriosa si trasformano in quelli della rana; il suo canto non era altro che l’esasperato e sordo gracchiare di quella creatura, della natura stessa, tradita dagli uomini e che ora cerca di ricongiungersi a loro in un’armonia sempiterna, l’armonia della fantasia e della creazione.

Antonella D’Arco

Napoli Teatro Festival
contatti: https://www.napoliteatrofestival.it/edizione-2016/

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