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Al Napoli Teatro Festival il nuovo lavoro/percorso del Teatro dei Sensi Rosa Pristina che esplora la vita in un piccolo villaggio partendo da una suggestione pasoliniana.

Fonte foto Ufficio stampa

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Ormai è vicina la Terra di Lavoro/ qualche branco di bufale, qualche/ mucchio di case tra piante di pomidoro/ èdere e povere palanche/ Ogni tanto un fiumicello, a pelo/ del terreno, appare (…) la luce che piove su queste anime/ è quella, ancora, del vecchio meridione/ l’anima di questa terra è il vecchio fango.
(Terra di Lavoro in Le ceneri di Gramsci)

Uno spettacolo per singoli esploratori in un vicolo che è già esso stesso un teatro quotidiano, così come solo Napoli sa essere: siamo a via Duomo, all’interno del Museo Diocesano Donnaregina Vecchia, ma potremmo essere in una qualunque altra città del Mediterraneo, avvolti da mille voci e odori. Ad attenderci sarà un viaggio solitario, al buio, durante il quale nulla potrà essere visto ma solo immaginato. E immaginandolo, vissuto.
Prima di iniziare ci ritroviamo a scrutare quelli che saranno i nostri compagni di viaggio, mentre un cancello, odore di citronella, fiammelle tremolanti e i suoni in lontananza di una calda sera di inizio luglio si prestano a costruire lo scenario e la colonna sonora di ciò che a breve vivremo. A separarci dal misterioso piccolo villaggio tra le cui strade ci muoveremo, un telo nero da attraversare, da soli.
Intanto non resta che attendere, e nell’attendere iniziare ad allontanarsi pian piano dalla realtà, da quel vicolo che sempre più confonde le percezioni, ciò che è da ciò che sembra. È l’ignoto che attira? la voglia di sollecitare gli altri sensi ormai assuefatti a ciò che è diventato abituale? la voglia di sperimentare? Forse è semplicemente la voglia di lasciarsi accompagnare da qualcuno che con parole e musica ci racconti una storia, come si faceva un tempo sotto le stelle di un cielo d’estate.
L’armonica suona, è arrivato il momento di partire.

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Non si può raccontare un viaggio fatto con solo gli occhi della mente; non si può descrivere ciò che la mente ha immaginato acuendo tutti gli altri sensi a sua disposizione. Sono tante le suggestioni che vengono fornite ai visitatori del villaggio che Susanna Poole ha ricreato per “Il vecchio fango” (repliche dal 29 giugno al 14 luglio – tranne l’8 luglio- con partenze ogni 20 minuti a partire dalle ore 21) nel museo Donnaregina con un orchestrale lavoro di squadra (Lidia Arias, Rosaria Bisceglie, Sofia Campanile, Roberta di Domenico De Caro, Davide Giacobbe, Eleonora Longobardi, salvatore Margiotta, Carlo Melito, Gabriele Poole, Cinzia Romanucci, e ancora i tecnici Giuseppe Barbato, Selvaggia Filippini, Ciro Cozzolino e Neslon Jara Torres). Sono diverse le mani che sfiorano, stringono e accompagnano nel buio di uno spazio indistinto, così come le voci che sussurrano versi, canzoni, frasi, e i passi che guidano, a volte speditamente, a volte con più lentezza verso porte, sedie, dondoli e tavoli, foulard e foglie, mani che inducono a rilassarsi e ad affidarsi come non si è quasi più abituati a fare. Perché affidarsi è davvero la cosa più difficile da fare: affidarsi a chi non si conosce, in un luogo ignoto e che non si piò vedere; affidarsi per il piacere di demandare ad un’altra persona il compito di scegliere per te il percorso, per poter stringere una mano con la sicurezza che nulla potrà turbarti, per seguire una storia.

Fonte foto Ufficio stampa

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Le suggestioni olfattive, sonore, tattili che si ricevono, si susseguono senza sosta, è la mente, poi, che elabora il tutto creando una storia e costruendo l’ambiente in cui ci si muove; rintracciare una trama comune, dunque, è impossibile oltre che inutile: è compito di ognuno costruire il proprio spettacolo, dare un volto ai personaggi che casmbiano, metterli in relazione tra loro, immaginare la scenografia. E se la vista oscurata può inizialmente rappresentare un limite, ecco che palese si fa il percorso se nutrito dalla fantasia, abbandonando ogni restrizione razionale, aprendosi ad ogni percezione che sembra circondarci, passando da uno stato di allerta/difesa, alla curiosità infine al piacere scaturito dalla scoperta.
Ed è cosi, seguendo dal principio la nostra ombra, che il percorso elaborato dal Teatro dei Sensi Rosa Pristina si fa viaggio interiore, prima ancora di scoperta – attraverso ciceroni illusori che introducono ad atmosfere oniriche – di una comunità e degli abitanti che la animano, ed è così che la visione paradossalmente si amplia, e ascoltare e toccare diventa sinonimo di vedere.
E chiusi gli occhi, il presente, il momento vissuto lì e ora, inizia ad appartenerci consapevolmente.

Irene Bonadies

Napoli Teatro Festival
contatti: https://www.napoliteatrofestival.it/edizione-2016/

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