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Al Belli di Roma, dal 20 ottobre al 18 dicembre, due mesi di drammaturgia contemporanea anglosassone – da noi inedita -, con 15 titoli per 15 autori, 14 registi e 44 attori coinvolti.

unnamedGiunge alla XV edizione, TREND – Nuove frontiere della scena britannica, storica rassegna capitolina creata e curata da Rodolfo di Giammarco (realizzata con il contributo dell’Assessorato alla Creatività culturale di Roma Capitale), che è sempre molto consigliabile contatto con autorialità, testualità, linguaggi, approcci emotivi e concettuali della nuova drammaturgia d’Oltremanica: «Un’impresa – sottolinea di Giammarco – così capillare, contemporanea e concentrata che fa di questa edizione un’occasione di incontro, conoscenza, lavoro, scambio, cantiere linguistico e confronto identitario e sociale come è raro che se ne registrino in Italia. Qui, mentre in genere gli spazi e le iniziative sceniche vivono una congiuntura di sopravvivenza, qui si sperimentano a volte fino in fondo le parole, i silenzi, i contatti umani. Qui il teatro può raggiungere, in quindici modi differenti, un senso o un inquietante vuoto di senso».
Due mesi (da giovedì 20 ottobre a domenica 18 dicembre) di novità (quasi tutte assolute)  da vedere al Teatro Belli, con (oltre a 3 proiezioni sottotitolate del “National Theatre Live”) 15 spettacoli per 15 autori d’ultima generazione, comprese firme consolidate e veementi come Edward Bond e Martin Crimp. S’inizia con la riproposizione del reading (imperdibile) di The Cordelia Dream di Marina Carr, diretto da Valerio Binasco, anche in scena con Teresa Saponangelo, per rapporti genitoriali di sangue e affetto, ambito e calpestato, che risuonano nell’eco shakespeariana con sintomi di rêverie bergmaniana. Shakespeariana è anche l’isola del I, Caliban di Tim Crouch, regia di Fabrizio Arcuri, ora unicamente abitata dallo schiavo autoctono “onorato di forma umana”, stretto tra tragedie esistenziali, rivolte, desideri, (in)giustizie.
Saremo poi testimoni di un coming out di due femminilità attempate e da sempre innamorate, a suon alternato di comunioni umoristiche e vicinanze drammaticamente soavi, in I ♥ Alice ♥ I di Amy Conroy, regia di Elena Sbardella; e, con Lovesong, su testo di Abi Morgan e direzione di Carlo Emilio Lerici, avremo a che fare con una toccante presenza spazio-temporale di un antico addio coniugale ancora attuale, e una vita trattenuta fino all’ultimo e poi lasciata nel ricordo. Il sentire umano, la percezione di scomodità dell’anima, scuoteranno Dust To Dust di Robert Farquhar, per regia di Guglielmo Guidi, con dialoghi coscienziosi e incroci stranianti (e tachicardici) di tre vocalità narratrici del proprio vissuto; A Girl Is A Half-Formed Thing, a firma di Elimear McBride e doppia regia di Giuliano Scarpinato ed Elena Arvigo, con lei anche interprete di un grido d’incompiutezze, fastidi, soprusi personali, vitali; Ifigenia in Cardiff (primo studio da Iphigenia in Splott di Gary Owen), guidata da Valter Malosti, per una figlia non più del mito ma del suo tempo: né vittima sacrificale, né vendicatrice, ma giovane scurrile, dedita all’ebbrezza, alla vita sbandata, promiscua, aggressiva: cinica e comprensiva ribelle di una società falsa e moralista.
There Has Possibly Been An Incident di Chris Thorpe, con mise en espace di Jacopo Gassmann, svelerà la realtà (più o meno surreale) di tre singoli sospesi nell’istante non più cognitivo, non ancora fisico della scelta, dell’azione; mentre Duncan Macmillan concepisce depressione e tentati suicidi materni come causa di indelebili sensi di colpa filiali, in Every Brilliant Thing, regia di Michele Panella; e Stef Smith, in Swallow, diretto da Roberto Di Maio, mostra come la (auto)distruzione fisica e mentale combaci con una disperata ricerca di senso, di libertà, d’amore: di aria da inspirare esclusivamente in apnea.
Umanità e disumanità si confondono in The Container di Clare Bailey diretto da Lerici, con 25 spettatori chiamati a condividere (letteralmente) l’aspirazione fuggiasca – umanamente ed economicamente sfruttata – di attori/profughi diretti in Gran Bretagna; mentre discriminazione, pregiudizio e spietatezza sociale innescano il bullismo, conseguentemente alla diffusione di foto private, in Girls Like That di Evan Placey, diretto da Emiliano Russo.
E se morbosità comportamentali si estremizzano nello scomodo Awkwars Conversations With Animals I’ve Fucked di Rom Hayes, con Alessandro Haber in assolo confidenziale di un animalista incallito munito di un “Porcile” interiore affetto da zooerastia, nonché di franchezza di pensiero e parola, scorretti, imbarazzanti, e seviziatori di perbenismi, la scrittura cruda e crudele di Edward Bond in The Crime of the Twenty-first Century, diretto da Pierpaolo Sepe, prevede un mondo futuro amputato del passato e della sensibilità umana, il cui irresistibile desiderio d’empatia si disseta col paradossale acutizzarsi del crimine, della ferocia, della perversione. Non meno radicale Martin Crimp (a chiusura della rassegna), che troveremo nella regia di Giacomo Bisordi, con In The Republic of Happiness: divertissement sonoro, visionario e distopico, in previsione di una società fondata sulla felicità, sull’armonia, sulle potenzialità individuali, e sullo spettro distruttivo di una dittatura del benessere.

Nicole Jallin

Teatro Belli
Piazza Sant’Apollonia 11/a, 00153 Roma
Contatti: 06 5894875 – info@teatrobelli.it – www.teatrobelli.it

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