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Arturo Cirillo inaugura la stagione 2016-2017 del Teatro Stabile di Napoli, portando in scena, al San Ferdinando, dal 19 al 30 ottobre, il testo pirandelliano. Protagonista Massimiliano Gallo, accanto allo stesso Cirillo e Milvia Marigliano. 

Fonte foto Ufficio stampa

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La nuova stagione del Teatro Stabile di Napoli si è aperta al San Ferdinando, tempio dei De Filippo che, il 21 maggio del 1935, al Teatro Odeon di Milano, portarono in scena, con un adattamento partenopeo, proprio il testo di Luigi Pirandello, Liolà, stavolta diretto da Arturo Cirillo. A cent’anni dalla prima rappresentazione di quella che lo stesso Pirandello definì “una commedia campestre in tre atti”, per la sua di messinscena, Cirillo ha preferito usare la più autentica versione in italiano del testo, quella del 1917, più vicina alla musicalità dei dialetti del sud. Licenza e scelta registica è stata anche quella di eliminare il personaggio di Zia Ninfa, madre del protagonista, per far confluire il suo essere e le sue parole in Comare Gesa e ne La Moscardina, volendo «isolare maggiormente la figura di Liolà, evidenziando ancora di più la sua condizione di ragazzo padre», come si legge nelle note.
L’allegra commedia, a cui sottende un mondo di sospetti e inganni, giocosamente imbastito, si costruisce su una serie di conflitti: la sopraffazione dell’uomo sulla donna, gli umili delle campagne che si contrappongono ai nuovi ricchi, o meglio dire arricchiti, la natura contro “la roba”, la furbizia contro la cattiveria, la pazzia contro la coscienza. Questi ultimi due termini sono le parole-tema che girano attorno alla figura di Liolà. Le donne tutte lo accusano d’esser matto ed è un abito che calza a pennello e che va comodo a Liolà il quale, con la maschera del festoso e leggero seduttore, padre già di tre ragazzini che altrimenti sarebbero stati abbandonati alla strada, dimostra di aver cuore, ingegno e soprattutto coscienza più di tutti gli altri personaggi che lo circondano. Seppur con l’imbroglio e la furberia, tipici del suo ruolo, è infatti lui a ristabilire l’ordine e l’equilibrio all’interno della vicenda.

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L’impresa è stata affidata a Massimiliano Gallo che, pur dando una buona prova di sé, alternando il canto alla recitazione, non ha convinto fino in fondo. Un’impressione che ha interessato anche gli altri attori, perfino l’ottima Milvia Marigliano, nei panni di Zia Croce, sempre spontanea e intensa, alla ricerca dell’affiatamento col pubblico negli a-parte, e Arturo Cirillo, suo solito e affidabile compagno di scena, oltre che regista, sul palco nei panni di Zio Simone. Tuzza (Giovanna Di Rauso), Mita (Giorgia Coco), La Moscardina (Sabrina Scuccimarra) e Comare Gesa (Antonella Romano) hanno fatto parte di questo ensemble poco omogeneo che pure ha offerto, con incostanza, degli squarci di verità. Come nel quadro che vede protagonisti Comare Gesa, le tre popolane e i figli di Liolà, e ancora le parti corali, la cui tessitura è stata affidata alle giovani attrici Viviana Cangiano (Ciuzza), Valentina Curatoli (Luzza) e Giuseppina Cervizzi (Nedda) che, insieme agli allievi del secondo anno della Scuola del Teatro Stabile di Napoli, rispettivamente Emanuele D’Errico (Tinino), Antonia Cerullo (Calicchio) e Francesco Roccasecca (Pallino), hanno abitato il palcoscenico con disciplina, rispetto e talento. La non coerenza della lingua dei personaggi, a volte troppo urlata, a volte diversa tra gli stessi, ha creato un filtro d’incomunicabilità tra loro, mettendo in luce i differenti stili recitativi che non sono riusciti ad amalgamarsi. Complice una regia, quella di Cirillo, che, pur avendo una direzione ben precisa e strutturata, stavolta ha scoperto il fianco ad alcune incongruenze, a dispetto dei suoi precedenti lavori.

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La volontà di mostrare che si sta assistendo ad una farsa è da subito dichiarata. Il sipario a mezz’aria sulle teste dei personaggi, che segna l’inizio e la fine della storia è uno degli strumenti usati per tracciare simboli. Grazie all’intuito di Dario Gessati, ad esempio, il sole accecante dell’ultimo atto diventa la luce della verità, cercata e nascosta in quel continuo turbinio altalenante tra l’essere e l’apparire. Anche i costumi, fortemente caratterizzanti, di Gianluca Falaschi in soluzione di continuità con la scenografia, sono utili a dare spessore all’essenza dei personaggi. Ancora un altro simbolo è la demolizione delle quinte teatrali, efficace mezzo agito, con cui viene pienamente espressa l’intenzione meta-teatrale della regia. Ma anche in questo aspetto, se la discesa di Liolà in platea, il folle-cosciente, portatore di verità oltre la maschera, l’unico a poter attraversare sfacciatamente l’altra dimensione, e cioè quella reale del pubblico, è carica di senso, quando a scendere dal palco è Comare Gesa, diretta verso il paese, per cercar giustizia, la trovata sembra risolversi esclusivamente in qualcosa di puramente formale. Come formale e didascalica si mostra la presenza della musica, elemento prevalente dello spettacolo. È su di essa che si costruisce la partitura su cui si accomoda il testo, per la quale Paolo Coletta ha curato una vera e propria drammaturgia vocale. La musica accompagna e fa vivere i personaggi, ma soltanto a supporto di gesti e parole, senza affondare la lama nelle intenzioni e nelle direzioni della narrazione. Con la conseguenza che se volessimo descrivere Liolà, proprio col linguaggio della musica, potremmo dire che lo spettacolo è apparso come una sinfonia, composita, a tratti ben orchestrata, ma suonata con strumenti discordanti tra loro.

Antonella D’Arco

Teatro San Ferdinando
Piazza Eduardo de Filippo, 20 – Napoli
Info e prenotazioni: 081 551 33 96, biglietteria@teatrostabilenapoli.it – http://www.teatrostabilenapoli.it/
Orari- spettacolo: 19, 21, 25 e 28 ottobre ore 21.00; 20, 26 e 27 ottobre ore 17.00; 22 e 29 ottobre ore 19.00; 23 e 30 ottobre ore 18.00

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