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Toni Servillo dà voce alla poietica di Louis Jouvet, portando sul palco Elvira, il testo di Brigitte Jaques. Il debutto l’11 ottobre al Piccolo Teatro Paolo Grassi di Milano, dove lo spettacolo sarà in scena sino al 18 dicembre.

Foto Fabio Esposito

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Il medesimo testo di Brigitte Jaques, Elvire Jouvet 40, lo aveva portato sul palco, trent’anni fa, Giorgio Strehler. Nel 1986, l’occasione fu l’inaugurazione del Teatro Studio, ora, per la versione firmata da Toni Servillo, la necessità è stata quella «di non rinunciare, con il teatro, a scavare la superficie di un frastuono delle parole futili, dei facili risultati che generano rinuncia e spaesamento nei giovani, ma soprattutto nelle relazioni tra le generazioni», come afferma Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa che, insieme a Teatri Uniti, ha prodotto Elvira. Non a caso, quindi, la tournée – che avrà come tappe l’Athénée Théâtre Louis Jouvet di Parigi, dedicato all’artista la cui poetica è messa in scena, il Teatro Bellini di Napoli (dal 24 gennaio 2017) e il Niccolini di Firenze – ha avuto inizio a Milano, aprendo il settantesimo cartellone del Piccolo.
L’attore e regista napoletano, accompagnato sul palco dai giovani Petra Valentini (Claudia/Elvira), Francesco Marino (Octave/Don Giovanni) e Davide Cirri (Lèon/Sganarello), interpreta Louis Jouvet e ciò che viene rappresentato sono alcune lezioni di teatro tenute dallo stesso Jouvet, nel 1940, incentrate sulla messinscena del Don Giovanni di Molière. Per la precisione le sette lezioni vedono un faccia a faccia tra il maestro e una sua allieva, Claudia, chiamata a recitare l’intenso e difficile ruolo di Elvira, nel quarto atto della commedia, il momento in cui la donna cerca la salvezza per il suo antico amante.

Foto Fabio Esposito

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La regia, in punta di piedi, assorbe lo spettatore in un silenzio pervasivo in cui fa risuonare soltanto le parole, messe in luce dall’incisiva e quanto mai giusta traduzione di Giuseppe Montesano e scandite da una cronologia precisa che fa susseguire le date dei corsi accademici, come se si stesse assistendo ai round di un incontro di pugilato. Sul ring si affrontano il maestro-regista e l’allieva, Jouvet-personaggio e Claudia, nella finzione,  ma anche  Jouvet e Paula Dehelly, questo il nome reale di Claudia, nella dimensione storica. Ed è nella storia e nella vita che sconfina il teatro, campo d’azione che non si limita al palcoscenico, ma travalica quest’ultimo per invadere la platea, luogo del regista, in fase di creazione sulla materia viva dell’attore, e del pubblico, anch’esso, in qualche misura regista e giudice dell’attore. Un pubblico in grado d’intuire se l’interprete è capace di accedere alla ribalta, di spingersi oltre la linea di confine, oltre il recinto dell’ esecuzione costruita unicamente sulla tecnica.
Tutta qui è la poetica e poietica di Jouvet che distingue tra l’acteur, il quale abita un personaggio con la sua personalità e il comédien, il quale è abitato da un’infinità di personaggi da cui si lascia assorbire. Le parole dell’artista francese, raccolte dalla Jaques, hanno una forza dirompente, una dignità tale da fissarsi nella mente di chi le ascolta. Concorrono ad assecondare l’energia del testo le luci di Pasquale Mari e i costumi di Ortensia De Francesco, riuscendo ad imporre la loro presenza distintiva, ma discreta e silente, al solo fine di fare rimbalzare in sala la voce di Jouvet sui corpi  di chi recita e di chi osserva, restituendo tutta la bellezza e la profondità del suo pensiero. Il merito di questo spettacolo, sia dal punto di vista attoriale sia registico è, infatti, quello di veicolare il testo, accompagnando lo spettatore nel giusto approccio all’ascolto e generando in lui un sentimento. Un sentimento che per l’attore è andare oltre l’intelligenza drammaturgica, è intuito, è senso, come viene ben detto e mostrato, e che sullo spettatore si riversa sotto forma di emozione. Se “capire vuol dire sentire”, sentire è compiere uno sforzo, annullarsi per poi rinascere come presenza autorevole sul palco.

Foto Fabio Esposito

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In questo vuoto dell’anima, che diventa necessità, si è quasi invasi da uno stato di beatitudine e di grazia, lo stesso che tocca Elvira, nel suo tentativo di salvezza nei confronti di Don Giovanni. Una salvezza cercata con estrema tenerezza, che non si può fingere, non si può imbrogliare, ma che viene dall’esperienza della vita e delle cose. Quindi, di nuovo, la vita irrompe in teatro. I bombardamenti fanno eco nella sala dell’accademia dove i tre giovani ragazzi, sempre solidali tra loro, anche nei momenti di sconforto di Claudia che avverte se stessa come inadatta al personaggio, ascoltano con vigile attenzione il severo, ironico, tanto puntuale quanto appassionato maestro, pronto a confidare e consegnare a loro il suo segreto. Non c’è morale assoluta, non c’è severità nozionistica, ognuno impara dall’altro, e in una sincera trasmissione di idee e di affetti è anche Jouvet che va incontro alla sua allieva. Mentre è la storia a non andare incontro a nessuno dei due, costringendo Claudia ad allontanarsi da Parigi, in quanto ebrea,  e facendo maturare nell’artista l’idea di partire volontario in esilio, per non incorrere nella censura nazista e nelle brutture della guerra.
Se il principio fondativo del teatro, e dell’arte in genere, è un’urgenza viscerale che si avverte come bisogno della creazione, ed è auspicabile che sia sempre così, Servillo fa emergere la necessità di parlare del fare teatro, l’esigenza di formare l’attore, prima nella mente e poi nel corpo, il desiderio d’insegnare qualcosa a qualcuno, da trasporre in tutti i campi, come ricerca di uno scambio di flussi di coscienza e conoscenza tra allievo e maestro e trovando questo flusso, in Elvira, tra attori e pubblico.

Antonella D’Arco

Piccolo Teatro di Milano-Teatro Grassi
Via Rovello 2, Milano
contatti: www.piccoloteatro.org

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