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Gli Omini fanno tappa a Napoli e portano in scena fino al 4 dicembre, sul palco del Piccolo Bellini, lo spettacolo nato dal lavoro di ricerca condotto per il Progetto T. intrapreso insieme all’ l’Associazione Teatrale Pistoiese-Centro di Produzione Teatrale.

Foto Gabriele Acerboni

Foto Gabriele Acerboni

Al Piccolo Bellini arriva Ci scusiamo per il disagio, spettacolo ideato, scritto ed interpretato da Gli Omini. L’interessante compagnia toscana, composta da Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi, Giulia Zacchini e Luca Zacchini, vincitrice del Premio Enriquez, nel 2014, e del Premio Rete Critica, nel 2015, fa conoscere al pubblico napoletano il Progetto T., in collaborazione con l’Associazione Teatrale Pistoiese-Centro di Produzione Teatrale, nell’ambito del quale è nato lo spettacolo, in scena fino al 4 dicembre.
Il progetto, il cui campo d’azione è stata la ferrovia transappenninica Porrettana, che collega Pistoia a Bologna, ha visto impegnati gli attori a raccogliere interviste, informazioni, testimonianze delle persone che ruotano attorno a quel luogo, per trarne sostanza vitale su cui imbastire la drammaturgia del loro spettacolo. In questo modo la ricerca si è trasportata nell’azione performativa, diventando il naturale modus operandi con cui agire in scena.
Il teatro, con le sue regole e i suoi codici, si è prestato ad osservare questo esperimento sociale e antropologico. Le poltroncine della platea diventano immaginarie panchine su cui è seduto il pubblico che assiste, insitamente partecipe, agli accadimenti in scena, dove, come  in uno specchio riflesso, su un’altra panchina si mostra la fenomenologia dell’essere umano. Voci e volti si alternano nel tracciare la geografia e la storia umana di una nazione in attesa di un qualcosa che porti con sé il cambiamento. È questa la metafora su cui è costruita la drammaturgia, il disagio per cui la società, immobile, chiede  scusa.

Foto Gabriele Acerboni

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Fin da subito, attraverso la voce dell’altoparlante che segnala un ostacolo dietro l’altro, il superamento dell’impaccio appare impossibile a quei tanti pendolari, marchettari, alle famiglie disagiate, agli immigrati, ai clochard, a cui è affidata solo la parola, un lamento in cui scorgere la loro rassegnazione, che proprio perché mostrata, assume forza. In quel luogo, non-luogo, che è la stazione, in cui si avvicendando treni in partenza e treni in arrivo, ad esser negato è proprio il movimento. La fissità che costringe i personaggi a vivere entro quel recinto di lamiere e segnali luminosi è descritta e intuita dalle battute degli stessi: “Sei sempre qui?” “Non mi sono mai mosso”, così come il desiderio verso un dinamico luogo altro: “A cosa ti serve la vita, se non cambi?”, o ancora la schiacciante presa di coscienza: “Ce l’hanno tutti con noi”, seguita dall’invasione barbarica della voce registrata dell’altoparlante che, per stemperare la tensione, cancella dalla mente quella sopraggiunta tristezza. È in questo frangente che si attua la mutazione esistenziale, il punto di vista più consapevole che genera la domanda “Dove stiamo andando?” e che spinge gli uomini sino al limite della linea gialla, oltre la quale passa un altro vagone e un altro ancora, traghettatore quotidiano di esistenze e resistenze.

Foto Gabriele Acerboni

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Il buono, il brutto e il cattivo, archetipicamente derivati dall’omonimo film di Sergio Leone, e il cui tema musicale di Ennio Morricone ricorre sul palco, assumono le sembianze dei vari personaggi e mescolano la loro essenza nei corpi di Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi e Luca Zacchini. Giulia Zacchini, invece, fa il suo ingresso avvolta da un mantello e coperta in viso da una gigantesca maschera che disegna un piccione, frequentatore assiduo delle stazioni, pronto a volare via appena qualcuno gli si avvicina troppo, ma che forse, in un’ allucinazione abbacinante, epifania di Shock in my Town di Battiato, diventa predatore di quegli insetti in cui gli uomini si stanno trasformando, come suggerisce il testo della canzone.
Le istantanee, che rabbiosamente urlano quei frammenti di vita agita, proprio perché frutto di un lavoro di ricerca, che è insieme arte, ma soprattutto testimonianza, non sempre riescono a restituire una narrazione coinvolgente e sicuramente non lineare. Il risultato però, non è da imputare ad una mancanza drammaturgica, ma semmai ad una scelta, in cui il racconto trova la sua ragion d’essere nei concetti universali e non nella fattispecie delle storie individuali.  L’affezione è nutrita verso tre personaggi, proprio perché collocati in una dimensione maggiormente approfondita che non li fa più interagire soltanto tra di loro, ma direttamente con la voce dell’altoparlante, metronomo della drammaturgia e deus ex machina. Se, in alcuni momenti, anche quella voce si umanizza, tutta la sua spietata natura meccanica riemerge nell’annuncio che il treno tanto atteso è già partito su un altro binario. L’uomo resta così, di nuovo, su quella panchina, stavolta non fermo, non seduto, ma in piedi, in attesa sì, ma in cammino verso qualcosa che verrà.

Antonella D’Arco

Piccolo Bellini
Via Conte di Ruvo 14, 80135 Napoli
Orari spettacoli: da martedì a sabato ore 21.15; domenica ore 18.00
Info: 0815499688 | botteghino@teatrobellini.it | www.teatrobellini.it

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