Manlio Boutique

Ritorna in scena la fortunata drammaturgia firmata da Cristina Comencini, storia di otto donne che si ritrovano intorno ad un tavolo nel ruolo di ‘giocatrici’ di due partite, tra jeux de cartes e fragilità quotidiane.   

Foto Fabio Lovino

Foto Fabio Lovino

Interpretato in prima battuta da Isabella Ferrari, Margherita Buy, Valeria Milillo e Marina Massironi, ritorna in scena la commedia di successo che ha segnato l’esordio alla drammaturgia di Cristina Comencini. Dal 9 all’11 dicembre arriva sul palco del Teatro Morlacchi di Perugia Due partite. Due atti per quattro attrici, Giulia Michelini, Paola Minaccioni, Caterina Guzzanti, Giulia Bevilacqua, che interpretando il doppio ruolo di madri e figlie, rimandano al pubblico sogni ed emozioni di due diverse generazioni. Siamo negli anni Sessanta e quattro amiche giocano a carte e parlano in un salotto. Si ritrovano lì ogni settimana e nella stanza accanto le loro figlie giocano alle signore. Quando le quattro bambine diventano delle donne si vedono nella stessa casa e continuano quel dialogo, interrotto e infinito, sui temi fondanti dell’identità femminile. Nascita e morte sono gli elementi portanti delle loro conversazioni (e delle loro vite).  In questo flusso di pensieri e parole le loro identità si confondono e si riflettono in quelle delle loro madri, in una continua dinamica di fusione e opposizione. A spiegarci similitudini e differenze tra le donne protagoniste della messinscena, è l’attrice Giulia Michelini che interpreta Beatrice-Giulia: «Sicuramente nel primo atto abbiamo delle donne non emancipate alle quali era consentito e concesso molto poco nel sociale e, probabilmente, nella vita privata. Tutto per loro era legato alla situazione familiare, alla casa. C’era pochissima possibilità di evasione per queste figure femminili. Nel secondo atto le donne, le figlie, sono forse più confuse, per certi punti di vista, ma più padrone di se stesse e più determinate. Sono donne che hanno la libertà di prendere decisioni, di scegliere ciò che fare della propria vita senza essere condizionate da altri».
Ci sono elementi di continuità e di rottura tra le due generazioni portate in scena?
Si, ci sono per alcuni personaggi. Ad esempio per Gabriella che nel secondo atto diventa Sara. Abbiamo una madre che ama suonare ma che si sposa con un direttore d’orchestra che finirà per metterla in ombra. La figlia sarà una musicista, per cui la passione per la musica rimane, in questo caso, ed è elemento di continuità. Una passione che viene tramandata. Il punto di rottura lo vediamo con il mio personaggio, Beatrice, presumibilmente l’ultima arrivata nel gruppo di amiche. È  in dolce attesa e vive l’arrivo del bambino con grande entusiasmo. Un entusiasmo che verrà però smorzato dalle altre che le descrivono un quadro abbastanza drammatico della maternità e di ciò che comporta essere madre. Nel secondo atto Giulia, la figlia, vive del fantasma di una madre suicida. Beatrice, disillusa e sognatrice, come anche sua madre già prima, si è suicidata sentendosi schiacciata dalla solitudine. Una solitudine che nessuno, neanche il marito, era riuscito a captare. Giulia è una ragazza arrabbiata nei confronti della vita. È molto concreta, cinica e, soprattutto, non vuole figli. Il passaggio, il momento di rottura, dal primo al secondo atto si presume sia l’attimo in cui Beatrice decide di suicidarsi.
Affrontate anche il tema del baby blues?
Il tema del baby blues viene toccato solo per vie traverse.
Come cambiano drammaturgia e scenografia dal primo al secondo atto?
La drammaturgia cambia abbastanza e nel primo atto è tutto più ‘architettato’. Stessa cosa anche per la scenografia. All’inizio abbiamo una casa anni Sessanta. C’è una scena più colorata, allegra e ‘leggera’. Nel secondo atto c’è una grande parte di drammaticità e sul palco ci sono solamente un divano e delle pareti bianche, paradossalmente interpretabili come ‘scure’ perché non ci sono sbocchi, non c’è luce, non c’è struttura. Seppur si piange sia nel primo che nel secondo atto, anche se per motivi diversi, quasi ironici in certi momenti, nella seconda parte c’è infatti una pesantezza reale rispetto alle morti, alle perdite.
C’è una battuta che viene spesso ripetuta: “Non se ne esce”…  
In qualche modo sottolinea il reiterare delle cose, la storia che si ripete. Certe cose non cambiano e, probabilmente, non cambieranno mai anche se la nostra condizione di donne, di madri, poi, si evolve, anche a seconda del periodo storico.
Otto donne e nessuna figura maschile.
Non ci sono uomini in scena ma non facciamo altro che parlare di loro in entrambi gli atti. Non c’è mai, però, un giudizio con occhio femminista. Solo in alcuni momenti si esprimono sensazioni rispetto a come una donna riesca sempre ad andare avanti da sola sia nella vita personale che nel sociale per cui, in quei casi, gli uomini ‘servono a poco’.
Prossimamente tornerà sul piccolo schermo con una serie su Rosy Abbate, il personaggio interpretato in Squadra Antimafia su Canale 5. La Abbate è risultata molto amata dal pubblico perché mostra una ragazza della porta accanto costretta dagli eventi a diventare una ‘donna di mafia’, suo malgrado.
Rosy Abbate è un personaggio a cui sono molto legata anche per un discorso di continuità negli anni. Ero arrivata ad un momento in cui non potevo fare più molto altro così ho provato ad uscirne. Poi ho capito che il pubblico, la rete, mi chiedeva qualcosa peratanto mi sono sentita, in qualche modo, in dovere di regalarle un epilogo. Sono stata contenta quando è arrivata la richiesta di fare uno spin off e ci tengo a dire che con i pochi mezzi che avevamo ne è uscito un prodotto allestito con grande professionalità. Per questi cento giorni di riprese non posso far altro che ringraziare la troupe e tutti coloro che mi hanno accompagnato in questo bel percorso di crescita come una famiglia.

Francesca Cecchini

Teatro Morlacchi
Piazza Morlacchi, 13, 06123 Perugia Perugia
Info e prenotazioni: Botteghino Telefonico Regionale 075.57542222 – www.teatrostabile.umbria.it

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