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Fino al 18 dicembre, all’Argot Studio di Roma, il testo di Edoardo Erba debutta nella regia di Maurizio Pepe, con Edoardo Purgatori e Marcello Paesano atleti d’inquietudini esistenziali.

Foto Manuela Giusto

Foto Manuela Giusto

É una prova attoriale sostenuta in un resistente sforzo fisico e mentale, quello richiesto agli interpreti di Maratona di New York dalla drammaturgia di Edoardo Erba, che oltre vent’anni fa esordiva nelle prestazioni di Luca ZIngaretti e Bruno Armando, e che ora, al Teatro Argot Studio di Roma (fino a domenica 18 dicembre), per produzione The Shape of Water / Intro, torna in scena in debutto nazionale nella direzione di Maurizio Pepe, con tensione recitativa di Edoardo Purgatori e Marcello Paesano.
É una condivisione di stress costante di anatomie, di fiati, di pensieri, l’amicizia fraterna di Steve e Mario, aspiranti corridori della prossima celebre gara podistica americana e già impegnati in seri allenamenti notturni su solitari, appartati terreni boschivi. Uno, Mario (Paesano), con muscoli e mente istintivamente meno devoti alla missione della corsa, nonché meno ubbidienti al ferreo training del compagno. L’altro, Steve (Purgatori), orgoglioso per rabbia, serio sfidante della vita e convinto oppositore della fatica (propria e altrui) a tutti i costi: contro sofferenze organiche, contro i respiri affannati, contro i cedimenti di volontà, contro le rinunce a tentare. A unire i loro inarrestabili passi sul posto (che ritmano l’intera durata dello spettacolo), battuti su un letto di foglie, in questo procedere senza arrivo, in questo avanzare chilometri in se stessi più che macinare metri di terreno, ci sono parole di ricordi, reminiscenze di un passato comune, scontri d’indole mai rivelate, affetti messi in discussione e attriti ormai superati.

Foto Manuela Giusto

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Il testo di Erba mantiene il suo alto contenuto mistico, intriso di un coinvolgimento che potremmo definire spirituale tra i due protagonisti – qui molto generosi – e lo spettatore, e che va solidificandosi man mano che ci si allontana dalla partenza, man mano che i minuti si accumulano nel cronometro, i battiti aumentano e il sentiero scivola, sempre più solido, sempre più inconsistente. Si corre e ci si rincorre immersi in un’atmosfera svanita, mentre il sangue irrora i tessuti. Si procede lanciati per sudore e memoria, senza sosta fino alla fine della strada, mentre l’aria raffredda il petto. Si discute – tra vere fratture emotive e simulate slogature di caviglie – di banalità invisibili per la loro concretezza quotidiana, di private confidenze più o meno solidali, di interrogativi inafferrabili su Dio e sul senso dell’esistenza; mentre un piede non smette di anteporsi all’altro. Finché la densità dell’aria, che pare quasi farsi toccare in questo adattamento di Pepe, sfuma i contorni dello spazio, del presente, e persino dei corpi: quello di chi non c’è mai stato, e quello di chi non c’è più.

Nicole Jallin

Teatro Argot Studio
via Natale del Grande, 27, Roma
contatti: 06 589 8111 – info@teatroargotstudio.com – teatroargotstudio.com

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