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L’arte fluida e vischiosa di Roberto Latini rilegge e riadatta il capolavoro di Publio Ovidio Nasone, dando vita a Sala Ichòs a un’edizione moderna ed emozionante firmata Fortebraccio Teatro.

Roberto Latini

Roberto Latini

Una premessa: proporre una trilogia legata – da mettere in scena, tra l’altro, in tre freddi e piovosi giorni consecutivi, in uno spazio scenico che si situa fuori dai circuiti del bon-ton teatrale partenopeo – agli spettatori che la contemporaneità offre al teatro può sembrare una follia. Una follia ancor più estrema se si considera che quel che si chiede a detti spettatori è di accorrere a vedere e sentire e applaudire Ovidio, i suoi vetusti racconti di mutazione nel fisico, i suoi personaggi molteplici e non inquadrabili – ovvero slegati, a tutto dispetto della trilogia legata – in un’idea madre complessiva .
Ma il teatro in questione è Sala Ichos; ed è Roberto Latini, per un progetto curato dalla Fortebraccio Teatro, a portare in scena le sue ovidiane Metamorfosi (di forme mutate in corpi nuovi).
E tutto a un tratto quella follia non appare più tale ma, anzi, anch’essa muta forma, senza però tradirsi, fino a farsi voce, voce poetica che narra sempre nuove vecchie storie, voce che parla ad un pubblico folto e attento per tre giorni umidi e ghiacciati, voce vera che attira a sé e che colpisce; e corpo, che squassa la quarta parete e gli occhi dei tanti, davvero tanti che hanno scelto di assistere, il 13, 14 e 15 gennaio, ad uno spettacolo complesso, uno e trino, sempre vivo.

SIRENE + ECUBA + NARCISO

SIRENE + ECUBA + NARCISO

13 Gennaio.
Sull’assito di San Giovanni a Teduccio, Ilaria Drago è una Sirena. In una veste blu mare, dalla lunga coda infinita, ella siede sulle tavole coi suoi capelli biondi, coi suoi occhi ora vani, ora più umani. Canta – come è giusto – blandendo l’uditorio; canta con grazia, ma in un modo selvaggio, quasi uccello, alternando alla capziosa e avvolgente nenia sensuale una furia affamata e cattiva, salvo poi tornare alle morbide mollezze dell’esordio; ma il ritorno all’indietro conduce ancor più lontano: ella si fa voce bambina – perché anche le creature ferine hanno avuto un’infanzia, coi loro mostri e i loro spaventi a cui chiedere alle anime care “non mi lasciare“.
Nello spazio scenico Ilaria Drago è Ecuba, la cagna-regina, il cui grido e la cui raggelata fissità iniziali non lasciano alcuno spazio per una qualsivoglia redenzione. Essa arriva in scena dando le spalle al pubblico: il suo sguardo è per Troia, le cui fiamme le illuminano i lineamenti, creando un effetto scenico che sa di eclissi. E le sue parole testimoniano l’eclissi di una donna e l’eclissi di una città che sono tutte le donne e le città del mondo. Il suo sguardo è quello ormai contaminato dalla mania, ma una mania scelta con coscienza: la sua stessa maturità, la sua comprensione la rendono folle al punto che in alcuni passaggi la sua voce risuoni giovanile, voce dell’età felice, quando non si era costretti a vedere “i miei come maiali sgozzi” e “i figli che chiedevano e tu non potevi“.
Ilaria Drago è Eco, che parla tutta piena di quell’entusiasmo giovanile dell’amore, amore suo per Narciso; “ma non è andata a finire bene“. Il suo abbigliamento circense è una carezza per il pubblico, ma la sua radice profonda è la voce: Eco solo suono, Eco dalla la lingua tronca, Eco dalla parola spezzata, Eco che può amare, ma non può rientrare nel circolo sociale e formale dell’amore per la sua alterità rispetto al mondo convenzionale.
E riesce davvero ad essere tutto questo, Ilaria Drago, in poco meno di un’ora. Sincera nota di merito.

ARACNE + IL SONNO

ARACNE + IL SONNO

14 Gennaio
Il secondo movimento delle Metamorfosi di Latini, il cui sottotitolo recita Aracne + il Sonno, ha visto in scena il corpo, il movimento loquace e la silente contorsione di Alessandra Cristiani, performer e danzatrice, che ha dato il là alla rappresentazione nelle vesti di muta testimone della storia di Aracne. La giovane fanciulla di Lidia, ormai condannata e sconfitta, sotto una flebile luce strappa via dalla cute i suoi ricci capelli di ruggine, preda delle convulsioni, degli squarci, delle mutazioni di cui il suo stesso corpo si fa sede. La pazzia, qui, si afferma progressivamente: le prime chiome strappate via con intenzionale, umana rabbia, i successivi slanci contro il fondale – rete di ragno che trattiene Aracne, buffo scherzo degli dei – e poi il movimento impazzito a quattro zampe, preludio agli ultimi capelli estirpati, con la furia di chi è ormai tramutato in bestia.
Il seguito della messinscena, sempre principalmente incentrata sui moti dell’animo espressi dai moti del corpo, ha visto un contributo in scena – presente anche la prima sera, ma in misura di gran lunga meno forte – di Roberto Latini, il quale ha poeticamente tracciato la storia della Sibilla: sola, nubile, vergine, vecchia rimasta viva, secondo una concessione d’Apollo, troppo a lungo per poter essere ancora bella, ancora bella e felice.

METAMORFOSI scatola nera

METAMORFOSI scatola nera

15 Gennaio o della Scatola Nera
Con la sua voce intensa, emozionante, vero e proprio strumento abilmente percosso e capace di riempire lo spazio in maniera ora delicata, ora furente, ora piena di ingenua speranza; con il corpo ridotto a un nodo di pulsioni, tensioni, respiri e battiti che non danno scampo, che deformano e trasformano la figura umana e ne mutano continuamente il sembiante, la cui immagine passata è eternamente fagocitata dall’immagine che sarà; con gli occhi che brillano nel buio della sala, frecce verdi all’arco dell’intelletto, spilli che indugiano negli occhi degli spettatori, comunicativi e saldi, pur nell’abbandono e nella degradazione; con le parole, veloci-lente scelte parole piene di ogni senso, piene di ogni cosa. È così che Roberto Latini calpesta le assi di Sala Ichos, è così che calpesta i personaggi che porta in scena – dando loro vita e dando loro morte -, così grida e sussurra e ama e incrudelisce.
Ogni parrucca che indossa è un pretesto: il personaggio che vuol mettere in scena cambia – metamorfosi nella metamorfosi, da Eco a Iago, e ancora fino ad Orfeo, passando per Coronide e il Minotauro – ma a non cambiare è l’umanità che si staglia sul fondo e la intimità assoluta che Latini intesse con la sala; è un continuum poetico, che tocca tutta la gamma di sensazioni che l’amore, la disperazione d’amore e la furia possono accendere.
Di impatto straordinario è la scelta di cambiare pelle in scena: il momento di trapasso da un volto ad un altro matura dinanzi alla platea, con il nostro seduto su una seggiola, con le parrucche appoggiate alla stessa, con quel silenzio e quella respirazione “da camerino” che solitamente restano precluse a chi assiste al solo esito finale del lavoro attoriale; qui è tutto sotto gli occhi del pubblico, che così impara la vera metamorfosi, beneficiando dell’arte di un davvero grande maestro. Che lascia lo spazio scenico lentamente, raccogliendo gli oggetti di scena e riportandoli con sé dietro il muro delle possibilità, dietro il fondo, lì dove tutto può ancora essere.

Ma tutto questo non potrebbe essere tanto emozionante e tanto convincente senza il supporto complessivo e perfettamente bilanciato delle musiche e dei suoni, ancelle che accompagnano per mano ogni momento scenico; il merito di questo capolavoro sinestetico è da attribuirsi a Gianluca Misiti, così perfettamente in grado di entrare nell’animo della piéce da non proporre mai soluzioni dissonanti o fuori contesto. Alle luci e alla direzione tecnica è Max Mugnai.
A chi chiede cosa resta, si risponda: Emozione.
Quella stessa emozione che, dopo il meritato e persistente applauso, Roberto Latini decide di regalare al pubblico, interpretando “Per te, bambina mia”, di Mariangela Gualtieri. Una meravigliosa chiosa, che mette la parola fine ad una tre giorni viva, ricca di storie e di vite, colma d’arte, ripiena d’amore.

Antonio Stornaiuolo

Sala Ichòs
Via Principe di Sannicandro 32/A – San Giovanni a Teduccio (NA)
Fermata metro linea 2: San Giovanni a Teduccio – Barra
Info e prenotazioni: 335 765 2524 – 335 7675 152 – 081275945 (dal lunedì al sabato dalle 16 alle 20 – domenica dalle 10 alle 17)
Orari spettacoli: sabato ore 21; domenica ore 19

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