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Conquista sei candidature all’Oscar il film campione di incassi del regista australiano tratto da una storia vera.

La locandina

La locandina

A meno di un mese dalla ormai attesissima serata degli Oscar 2017 (26 Febbraio, ndr), nelle sale italiane, forte di un buon incasso, troviamo per la sesta settimana di seguito Lion, uno dei titoli con maggior numero di candidature, ben 6, del debuttante australiano Garth Davis, attualmente alle prese con la postproduzione del suo secondo lungometraggio, Mary Magdalene – film girato tra gli studi di Londra e gli esterni italiani di Matera e Trapani , con alcune scene girate anche a Napoli nelle fredde giornate di fine novembre 2016 – prodotto dalla Universal Pictures e che vanta un cast composto, tra gli altri, da Rooney Mara, Joaquin Phoenix e Chiwetel Ejiofor.
Ma torniamo a Lion.
Soroo (interpretato da Sunny Pawar prima, Dave Patel poi) è un bambino indiano di 5 anni che dopo un tanto lungo quanto fortuito viaggio in treno, si perde a Calcutta, lontano più di mille miglia da casa. Dopo vari e vani tentativi di tornare indietro dalla madre e dal fratello maggiore, cercando di sopravvivere nella desolazione di una città povera come poche al mondo, si ritrova ad essere adottato e cresciuto con amore da un coppia di australiani: i coniugi Brierley (David Wenham e Nicole Kidman). Dopo circa 20 anni di vita australiana, l’incontro con Lucy (Rooney Mara) sarà la goccia che farà traboccare un vaso già colmo di voglia di tornare alle origini, e che spingeranno il ragazzo a ricercare il posto da cui proviene.
Tratto da una storia vera, la vicenda di Saroo Brierley raccontata nella biografia dello stesso intitolata A Long Way Home, Lion è anche il debutto alla regia sul grande schermo di Garth Davis, già pluripremiato autore di diversi spot pubblicitari, e collaboratore nel 2013 di Jane Campion per la celebre serie Top of the lake. Davis è chiamato a un compito non semplice: quello di trattare una storia vera, che vuole essere il racconto di un avventuroso richiamo alle origini e agli indelebili e profondi legami familiari che coinvolgono l’essere umano. Inoltre il regista deve sorreggere un cast notevole, per essere a un debutto, senza sfociare in quel rischio di ritrovarsi tra le mani uno di quei biopic che tanto stanno caratterizzando la produzione cinematografica degli ultimi decenni, e di cui è in dubbio la futura memoria nei libri di storia del cinema.

Sunny Pawar

Sunny Pawar

Il film necessita di una “divisione in due atti”.
La prima parte, che potremmo definire ‘della pubertà’, è la più scarna, la meno recitata, forse anche la più interessante, in cui si entra in simbiosi col piccolo protagonista, anche per via della scelta di prediligere inquadrature basse, grazie all’interpretazione del formidabile e commovente Sunny Pawar, bambino che pare non parlasse inglese alla sua presentazione e che sia stato trovato tra più di 4000 provinati. In questo primo atto c’è tutta la freschezza del cinema di Garth Davis, dotato di uno stile “incredibilmente cinematografico e capace di creare realtà dalla grande portata visiva”, come dichiarato dai suoi stessi produttori, oltre alla dolcezza di una capacità narrativa notevole; una freschezza che più di una volta guarda con rispetto alla malinconia dei bambini delle opere del neorealismo italiano (su tutti Sciuscià di Vittorio de Sica) oltre che all’opera pedagogica di Abbas Kiarostami (cineasta, poeta e maestro iraniano scomparso solamente 6 mesi fa, di cui non è possibile non pensare soprattutto al film Dov’è la casa del mio amico),  tentando con coraggio di affacciarsi all’onirico.

Nicole Kidman e Sunny Pawar

Nicole Kidman e Sunny Pawar

La seconda parte, che comincia con il ‘sogno australiano’ di fine anni ‘80 dell’adozione di Soroo da parte del signor e la signora Brieley, e che si avvale del deus ex machina di un salto temporale di circa 20 anni, la potremmo definire come ‘sfida attoriale’, che in parte il regista vince, riuscendo a dirigere bene un cast di nomi internazionale. In primis, c’è l’intensa intrpretazione dell’impeccabile Dev Patel, che sembra averci preso gusto a interpretare un certo tipo di personaggio (e già apprezzato in film di enorme successo quali The millionaire, della saga del Marigold Hotel, L’uomo che vide l’infinito ed altri), protagonista di un altro tassello di una vera e propria parabola ascendente.
Poi c’è quello che potremmo definire un metaforico passaggio di testimone tra Nicole Kidman e Rooney Mara (miglior interprete femminile a Cannes 2015 per Carol di Todd Haynes, attrice che sarà appunto Maria Maddalena nel prossimo film di Davis), e per finire la presenza di David Wenham (che ricordiamo in Australia e Moulin rouge di Baz Luhrmann, ma anche il Faramir del Signore degli anelli), meno protagonista degli altri.

Garth Davis

Garth Davis

A pagare le inevitabili conseguenze di alcune scelte, è proprio quella freschezza registica sopracitata. 120 minuti di film volano, ma non decollano. Il film si avvale, per scelta chiara, dell’espediente continuo, e a tratti rischioso, di una serie di rocamboleschi salti temporali, a volte brevissimi, altri meno, e l’uso di stacchi d’inquadrature, che fanno del ritmo veloce una costante, anche quando non necessario, sono ben lontani da quei folli jumcut di godardiana memoria che hanno fatto la storia. Ne va dei sentimenti e dell’anima del racconto, di quell’ossessione che si manifesta ma non si ‘sente sulla pelle’, di quel senso di colpa, di quel melodramma cercato ma a tratti artificioso e cincischiato. Insomma possiamo senz’altro dire che la provenienza dalla freneticata lingua pubblicitaria di Garth Davis si sente tutta.
Tra le candidature agli Oscar 2017 spiccano quelle altisonanti per il miglior film, miglior attore non protagonista (Dev Patel, che poi protagonista è, ma su questo bisognerebbe interrogare l’Accademy), miglior attrice non protagonista (Nicole Kidman), miglior sceneggiatura non originale, e miglior fotografia.
In conclusione Lion è un film gradevole, ambizioso ma con dei limiti, soprattutto se l’aspirazione è quella di entrare in quel famoso Olimpo di leoni che è il cinema di antica e superata definizione ‘hollywoodiana’.  Esame superato, ma con riserva, solo il tempo ci dirà se le velleità autoriali di questo regista si coniugheranno meglio al suo prestigio e la sua ambizione.

Luca Taiuti

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