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Debutta a Il Teatro cerca casa il nuovo lavoro di Michele Danubio dedicato alla nobildonna napoletana e al suo amante, e alla tragica vendetta di cui furono protagonisti diventando l’icona di uno dei fatti di cronaca più efferati della storia di Napoli.

Foto Cesare Abbate

Foto Cesare Abbate

“Piangete, o Grazie, e voi piangete, o Amori! Feri trofei di morte, e fere spoglie…”. Recita così, il primo verso dell’ode In morte di due nobilissimi amanti che il poeta Torquato Tasso dedicò ad una struggente passione. L’attore, Michele Danubio, qui in veste anche di autore e regista, per il suo debutto sulla scena de Il Teatro Cerca Casa, sceglie di raccontare, assieme all’attrice Laura Borrelli, proprio l’amore citato dal Poeta cortigiano, il cui epilogo si tramutò in uno degli eventi più truci annoverati nella storia della Napoli seicentesca: la cruenta uccisione di Maria d’ Avalos e del suo amante, Fabrizio Carafa, ad opera del marito di lei, il musicista Carlo Gesualdo da Venosa. Danubio, nel suo lavoro, Maria d’ Avalos, Canto d’Amore e Morte, riserva a questo infelice avvenimento, una chiave di lettura del tutto personale ed altamente poetica. Qui, in una riscrittura ben riuscita, non si riporta il solito racconto del delitto dei due nobili amanti, la passione sfrontata ed esibita tra “la più bella di Napoli” e “l’arcangelo” Carafa, bensì, emerge un approfondito scandaglio che attraversa i meandri della psiche dei coniugi protagonisti, delineando contorni di deboli carnefici e vittime forti. Qui, il musicista Carlo Gesualdo da Venosa, accanto alla moglie Maria, assurge a personaggio principe, che nel dipanare di una voce sommessa, affabula. L’atmosfera, tra delicate sfumature di un chiaroscuro, enfatizza la forte suggestione evocativa di una violenza efferata, che ancora colora di ferita vermiglia, strade, piazze e palazzi sontuosi, nell’eterno cuore di Napoli. Il segno scenico pregnante dei tre candelieri, illumina gesti e pensieri. L‘ombra barocca diviene supporto visivo del testo e di un’azione raccontata con grande intensità, tra piani e sequenze d’azioni che s’intersecano e rompono le unità di tempo e di spazio. E il riverbero e il vissuto si mescolano, così, come le trame intrise di storia e leggenda. È la principessa Maria d’Avalos, interpretata da un’intensa Laura Borrelli, che in abito da sposa, statuaria e altera, incede sulla scena, portandosi sui gradoni del Palazzo di Sangro dei Principi di Sansevero. Con il bianco, il colore dell’altrove e il pallore inquietante del volto, è presenza ombratile nel suo eterno vagare. Nell’attraversare quel sepolcro, profumato dai suoi cinque lustri di gioventù e avvenenza, si rivolge al suo amato duca d’Andria, al Caro Fabrizio, che scorge giungere da lontano, puntuale, ai loro consueti incontri amorosi. In una sorta di dissociazione, la bellissima principessa diventa spettatrice, viva, della sua morte e della fine del suo amore. E in linea con la metateatralità, il personaggio e la persona, Maria d’Avalos-Laura Borrelli, s’inchina, come è consuetudine nella pratica teatrale, innanzi a suo marito Gesualdo, riconoscendogli la gran prova d’attore nel ruolo spietato e brutale che ha saputo perfettamente interpretare. E per dirla con il poeta inglese, Pope “Recita bene la tua parte, in questo consiste l’onore”.

La locandina

La locandina

Michele Danubio, nelle vesti di un monaco penitente, è il nobile Carlo Gesualdo da Venosa, musicista e scrittore. La sua musica, la parola sgrammaticata, l’inventamento, il pensiero scritto e non scritto, non gli hanno impedito di diventare un crudele assassino. Egli è colpevole due volte: in quanto marito ingeneroso nei sentimenti e prodigo nell’assolvere se stesso, poiché “la nobiltà deve aver fermezza”. In una sorta di paranoia, riflette sulla sua scellerata azione, percorrendo gli spazi claustrofobici interiori della sua mente, come quelli della fortezza di Venosa, in cui si è rinchiuso; tenendosi alle pareti, si muove con piccoli passi esitanti e sguardo schivo. E il gesto sottolinea la parola. Mostrando con insistenza le sue mani, come se fossero altro da sé, Carlo Gesualdo, ne racconta il mistero, vagheggia sul suo operato: si giustifica e se ne danna. E si interroga: si può essere, nel contempo, santi e dannati? E quelle stesse mani, possono dare vita a note sublimi e a bestialità simili? Mettendo in pratica un atroce “pensiero non scritto”? Ma per lo spettro di Maria d’Avalos, o si è falsi artisti o veri assassini: chi non sa amare, non può dirsi amante dell’Arte. Troppo sterile per creare, così come nel darsi agli slanci del cuore. L’impegnativa scena casalinga, qui, contempla un lavoro a ventaglio, non di semplice esecuzione, su cui gli attori, da esperti conoscitori della pratica teatrale, si muovono disinvolti, come su di un assito ripetutamente frequentato. Si percepisce, nel taglio registico, la volontà di un “parlare scenico diretto”, costruito all’uopo. Particolarmente interessante è l’attenzione che il regista-autore-attore dedica alla Lingua nella sua stesura, curandone sia l’aspetto filologico che la contestualizzazione storica. L’impiego della lingua napoletana barocca, materica e corposa, rivela le lievi differenze d’inflessione, proprie dei due protagonisti, in virtù della loro origine di provenienza geografica. La drammaturgia, con struttura a forma circolare, si chiude con l’accorato capoverso che Maria D’avalos recita nell’incipit: Caro Fabrizio. Così, ci si ritrova nuovamente su quell’ingresso dello storico palazzo, soglia di passione e di morte, testimone di animi ansimanti e di sangue versato da labbra di corallo esamini. Un plauso generoso, di un pubblico catturato dal racconto ma soprattutto dal modo di porgerlo, incornicia la raffinata messinscena, che coniuga, in misura calibrata ed armoniosa, scrittura, regia e recitazione. E nel salotto-teatro, le flebili luci man mano si spengono, una ad una. La penombra si dilegua, la poesia resta.

Antonella Rossetti

Il Teatro cerca casa
contatti: www.ilteatrocercacasa.it – info@ilteatrocercacasa.it

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